Tre settimane dopo quel treno veloce, ho riaperto il mazzo di carte… e ho capito che lui mi aveva lasciato un’uscita di emergenza.
La sera stessa, quando sono rientrata a casa, la chiave ha fatto quel rumore secco nella serratura.
Un rumore normale. Eppure mi ha attraversato come una puntura.
Dentro non c’era nessuno ad aspettarmi.
Solo l’odore di casa chiusa, il termosifone che ticchettava piano e un silenzio che non chiedeva permesso.
Ho appoggiato la borsa per terra, vicino alla porta, e ho visto le carte spuntare dalla tasca laterale.
Quel mazzo sembrava una cosa impossibile, lì in mezzo alle bollette, alle chiavi, ai fazzoletti stropicciati.
Come se qualcuno avesse infilato un pezzetto di aria dentro una stanza senza finestre.
Mi sono seduta al tavolo della cucina senza accendere la luce grande.
Solo la lampada piccola, quella che mio padre diceva “fa meno tristezza”.
Ho preso il mazzo tra le dita.
Era tiepido, come se avesse ancora addosso il calore del vagone, delle mani, di quelle tre ore rubate al dolore.
Poi ho pianto.
Non di schianto, non come al funerale.
Ho pianto a onde, con pause in cui pensavo “basta” e invece no, ripartiva.
A un certo punto ho aperto il telefono e ho guardato il biglietto da visita che mi aveva lasciato.
Un nome. Un ruolo importante. Un numero.
Nient’altro.
Mi è venuta voglia di scrivergli subito, come si scrive a chi ti ha salvato da un precipizio.
Poi mi sono fermata.
Perché la gratitudine, quando sei fragile, fa paura quasi quanto la tristezza.
Sembra un debito.
E io quel giorno non avevo più forze per nessun debito.
Ho rimesso il biglietto nel portafoglio.
E mi sono addormentata sul divano, con le carte sul petto, come un bambino con il suo peluche.
La mattina dopo mi sono svegliata con gli occhi gonfi e la bocca amara.
Ho fatto il caffè e ho guardato il calendario.
C’erano ancora cose da fare, quelle cose pratiche che la morte lascia dietro come chiodi per terra: documenti, chiavi, scatoloni, firme.
Ho scritto su un foglio: “Casa di papà”.
E sotto, senza pensarci, ho aggiunto: “Ancora una”.
Quel pomeriggio sono andata nel suo appartamento.
Non ci entravo da mesi, se non per le visite veloci: portargli la spesa, controllare la pressione, lamentarmi perché non voleva mettere il cappotto.
Aprire quella porta senza di lui è stato come entrare in una fotografia.
Tutto fermo.
La sua giacca sulla sedia, la tazza con una macchiolina di tè sul fondo, il giornale piegato a metà.
Mi è venuto da chiamarlo ad alta voce, per abitudine.
Poi mi sono morsa la lingua, come se quel gesto potesse riportarmi indietro.
Ho iniziato a svuotare un cassetto.
Nel secondo, sotto un mucchio di ricevute e un elastico vecchio, ho trovato un mazzo di carte anche lì.
Non uguale, ma simile.
Consumate ai bordi.
Con una carta piegata di poco, sempre nello stesso punto.
Come se fosse stata toccata mille volte.
Mi è salita una rabbia improvvisa.
Perché mio padre aveva continuato a vivere, anche quando io ero convinta che stesse solo aspettando di andarsene.
Aveva continuato a giocare, a scherzare, a battere il mazzo tre volte sul tavolo.
E io non lo sapevo più.
Sul mobile del salotto, tra due fotografie, ho trovato un quaderno a righe.
La sua calligrafia, grande e un po’ storta, riempiva le pagine.
Non erano confessioni. Niente frasi da film.
C’erano cose semplici: numeri, nomi, “pane”, “farmacia”, “ricordarsi di chiamare”.
E in fondo a una pagina, in mezzo al nulla, una riga sola:
“Se lei è triste, fai ancora una.”
Mi si è spezzato qualcosa in gola.
E per la prima volta da giorni ho respirato fino in fondo.
Non bene. Non facile.
Ma fino in fondo.
Quel quaderno mi ha fatto venire in mente una cosa che avevo dimenticato.
Da bambina, certe sere, mio padre usciva “un attimo” e tornava tardi.
Io lo aspettavo alla finestra, immaginando chissà cosa.
Poi anni dopo avevo scoperto che andava a giocare con due vicini, nel retro di un bar qualsiasi, niente di speciale.
Una cosa da uomini grandi, dicevo io.
E invece era il suo modo di restare al mondo.
Quella sera ho chiamato la signora del piano di sotto, la signora Mirella, che conosce tutto di tutti e lo fa senza malizia, come un servizio pubblico.
“Scusi,” le ho detto, “papà… giocava ancora a carte, vero?”
Dall’altra parte c’è stato un silenzio breve.
Poi la sua voce si è fatta più morbida.
“Tesoro. Ci ha giocato fino a due settimane fa. Ogni martedì. E si lamentava sempre perché nessuno voleva fare l’ultima mano.”
Ho riso e mi sono messa a piangere nello stesso momento.
Mirella non ha detto frasi grandi.
Ha detto solo: “Vuoi che venga su?”
Ed è salita con una crostata e un pacchetto di fazzoletti, come se fosse la cosa più normale del mondo.
In cucina, tra le briciole e le tazze, mi ha raccontato di quel gruppetto: tre pensionati, un ragazzo che faceva il turno di notte e passava a salutare, e ogni tanto una donna divorziata che voleva solo stare in mezzo a gente.
“E tuo padre,” ha aggiunto Mirella, “era felice quando ti nominava. Anche quando ti rimproverava.”
Ho guardato il mazzo nuovo, quello del treno, appoggiato sul tavolo.
E mi è venuta un’idea che mi ha spaventato.
Perché le idee, quando sei in lutto, sembrano sempre troppo grandi per la tua voce.
“E se… facessimo una serata?” ho detto. “Una sola. Per lui.”
Mirella ha annuito come se aspettasse quella frase.
“Lo avresti fatto ridere,” ha risposto. “E quindi sì.”
Per due giorni ho mandato messaggi, ho fatto telefonate, ho messo sedie in una stanza che non voleva più ospitare nessuno.
Non ho parlato di “commemorazione”, non ho usato parole pesanti.
Ho scritto solo: “Martedì, ore 20. Se vi va, una partita. Per papà.”
Il martedì, alle 19:45, mi tremavano le mani come sul treno.
Ho sistemato un piattino di taralli, una bottiglia d’acqua, due bicchieri.
Poi mi sono seduta e ho pensato: E se non viene nessuno?
La solitudine ha sempre questa cattiveria: ti fa credere di essere l’unica a provare certe cose.
Alle 19:58 è suonato il campanello.
Due vicini, con una busta di pasticcini.
Alle 20:03 un signore con la schiena curva e la giacca buona, “quella delle occasioni”.
Alle 20:10 il ragazzo del turno di notte, con gli occhi stanchi e un sorriso timido.
E Mirella, ovviamente, con una teglia.
La stanza si è riempita di voci basse.
Nessuno parlava del funerale.
Parlavano di mio padre come si parla di una presenza: “Ti ricordi quando…”, “Aveva sempre quella battuta…”, “Non barava mai, però ci provava”.
Io sorridevo, ma dentro avevo un nodo.
Perché mancava qualcosa.
Mancava qualcuno.
E io sapevo chi.
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