Nel Frecciarossa dopo il funerale: un mazzo di carte mi ha rimesso al mondo

Sono andata in bagno, ho aperto il portafoglio e ho preso il biglietto da visita.

L’ho fissato come si fissa un pulsante rosso: non si preme, a meno che non sia davvero emergenza.

Eppure quella era un’emergenza, solo diversa.

Ho scritto un messaggio corto, senza dramma.

“Buonasera. Sono la donna del treno. Stasera facciamo una partita in casa di mio padre, per ricordarlo. Se per caso è in zona e le va… anche solo una mano.”

Ho guardato lo schermo.

Ho pensato: Che figura.

Poi ho premuto invio.

E ho sentito il cuore scendere nello stomaco, come quando da piccoli fai una marachella e aspetti la punizione.

Ho rimesso il telefono in tasca.

Sono tornata in sala e ho aperto il mazzo.

Quello del treno.

L’ho battuto tre volte sul tavolo, quasi senza accorgermene.

Il gruppo si è zittito per un secondo.

“Ah,” ha detto uno dei vicini, sorridendo, “questa è la sua.”

Abbiamo iniziato.

La prima mezz’ora è stata strana e bella.

Strana perché ridevo e mi sentivo in colpa.

Bella perché, quando ridevo, per un attimo, non mi sentivo un mostro.

Poi, alle 21:07, il telefono ha vibrato.

Un messaggio.

“Sono fuori. Ho suonato?”

Mi è mancato il fiato.

Ho fatto finta di niente, mi sono alzata e sono andata alla porta.

Lui era lì, senza giacca elegante, senza portatile, con un cappotto semplice e un sacchetto in mano.

“Ho portato mandarini,” ha detto, un po’ impacciato. “Non sapevo cosa si porta in questi casi.”

Mi è venuto da sorridere come una cretina.

“È perfetto,” ho risposto. “È perfetto, davvero.”

Quando è entrato, il gruppo l’ha guardato con curiosità.

Lui ha salutato tutti con un cenno discreto, come uno che non vuole rubare spazio.

Poi ha posato i mandarini sul tavolo e ha guardato le carte.

“Questo mazzo,” ha detto piano, “oggi mi sembrava più pesante.”

Mi sono seduta accanto a lui.

E senza che nessuno dicesse niente, gli hanno fatto posto, come se fosse stato previsto da sempre.

Abbiamo giocato.

Lui non ha fatto l’importante, non ha raccontato nulla di sé.

Ha chiesto i nomi, ha imparato in fretta le abitudini di quel tavolo, ha sorriso al ragazzo del turno di notte come si sorride a qualcuno che capisci.

A un certo punto Mirella ha detto: “Lei dov’è che lavora?”

E lui, con una naturalezza che mi ha stupita, ha risposto: “In un ufficio. Troppo.”

E poi ha cambiato discorso.

Verso la fine, mentre mescolava, mi ha detto a mezza voce:

“Quando mi hai scritto… ero sul divano con il computer aperto. Stavo facendo ancora, ancora, ancora. Come se bastasse.”

Ha preso una carta e l’ha rimessa nel mazzo, senza guardarla.

“Poi ho pensato: se non vado, domani mi dirò che ero occupato. E dopodomani mi crederò.”

Mi sono morsa il labbro.

“E perché sei venuto davvero?” ho chiesto.

Lui ha alzato appena le spalle.

“Perché una volta ho perso qualcuno,” ha detto, senza entrare nei dettagli, “e ho capito tardi che non si recupera niente. Nemmeno un’ora. Nemmeno una mano.”

Non era una confessione.

Era una frase semplice, detta con la voce di chi ha già pagato.

A mezzanotte meno dieci, qualcuno ha proposto di chiudere.

Io ho sentito il panico: Ecco, finisce. E domani torna il vuoto.

Lui mi ha guardata, come se mi leggesse.

E ha detto, sorridendo appena:

“Ancora una.”

Tutti hanno riso.

E qualcuno ha risposto: “Dai, per lui.”

Quell’ultima mano l’ho vinta io.

Non perché mi hanno lasciato vincere.

L’ho vinta davvero.

E non so spiegare quanto mi abbia fatto bene una vittoria così piccola.

Quando se ne sono andati, la casa non sembrava più una fotografia.

Sembrava una casa che aveva appena respirato.

Ho accompagnato lui alla porta.

Sul pianerottolo, la luce gialla faceva sembrare tutto più gentile.

“Grazie,” ho detto. E mi sono sorpresa di non piangere.

Lui ha annuito, serio.

“Non ringraziarmi,” ha risposto. “Fallo ancora. È così che si fa.”

“Cosa?”

“Si resta.”

Per un attimo ho avuto la tentazione di chiedergli di entrare, di bere un caffè, di parlare ancora.

Ma ho capito che non era quello il punto.

Il punto non era riempire il vuoto con una persona.

Era imparare a non farmi inghiottire.

“Ti ridò le carte,” gli ho detto, porgendogli il mazzo del treno.

Lui ha scosso la testa.

“No,” ha detto. “Adesso sono tue davvero.”

Poi, con un sorriso che sembrava quasi un permesso:

“Però… una cosa te la chiedo.”

“Dimmi.”

“Quando un giorno, su un altro treno, sentirai qualcuno che non riesce a respirare… fa’ come ho fatto io. Chiudi quello che stai facendo.”

Ha guardato la porta, poi di nuovo me.

“E chiedi: Settimana pesante?”

Il giorno dopo ho messo un cartello piccolo sul tavolo della cucina di papà.

Non una frase poetica.

Solo: “Martedì prossimo: scala quaranta.”

Mirella mi ha scritto subito: “Io porto il salato.”

Il ragazzo del turno di notte: “Se finisco presto, passo.”

E io, per la prima volta, non ho sentito la parola “prossimo” come una minaccia.

Tre settimane dopo quel treno, sono salita di nuovo su un vagone silenzioso.

Non per un funerale. Per lavoro, per vita, per quelle cose che continuano anche quando non vuoi.

Mi sono seduta, ho appoggiato la borsa e ho tirato fuori il mazzo, per abitudine.

Davanti a me, una donna sulla quarantina fissava il finestrino.

Aveva gli occhi rossi, il respiro corto, e quel modo di tenere la bocca chiusa che conosco benissimo.

Per un minuto ho fatto finta di niente.

Per educazione. Per paura. Per stanchezza.

Poi ho pensato a mio padre che batteva il mazzo tre volte.

Ho pensato a quell’uomo che aveva chiuso il portatile senza fare rumore.

E ho chiuso anch’io.

Non un portatile, ma il resto: il “non sono affari miei”, il “non disturbare”, il “non complicarti la giornata”.

Mi sono inclinata verso di lei e ho parlato piano.

“Settimana pesante?”

Lei mi ha guardata, sorpresa.

Ha provato a sorridere e non ci è riuscita.

E io, senza fretta, ho appoggiato il mazzo tra noi.

“Sai giocare a scala quaranta?” ho chiesto.

E mentre il treno correva, per la prima volta ho sentito che mio padre non era solo un’assenza.

Era un gesto che potevo ripetere.

Ancora una.

E poi un’altra.

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