Si sedettero sotto il portico.
Argo era sdraiato sull’erba.
Il sole del pomeriggio gli illuminava il muso ormai grigio.
La giornalista fece alcune domande.
Poi arrivò a quella più semplice.
«Perché lo fa?»
Paolo guardò Argo.
Rimase in silenzio abbastanza a lungo da mettere in imbarazzo tutti.
Poi disse:
«Per otto anni lui ha fatto cose difficili per me.»
Si strofinò le mani.
«Ha saltato recinzioni per me. È entrato in posti dove io avevo paura di entrare. Mi ha protetto quando non ero abbastanza veloce per proteggere me stesso.»
Guardò di nuovo Argo.
«Adesso non riesce ad alzarsi da solo.»
Fece una pausa.
«Quindi lo alzo io.»
La giornalista abbassò lentamente il microfono.
Paolo aggiunse:
«Non è sacrificio.»
Un altro silenzio.
«È restituzione.»
Quella frase fece il giro dei social.
Ma nel quartiere successe qualcosa che nessun video raccontò veramente.
La mattina seguente, davanti al cancello di Paolo comparve una busta.
Dentro c’erano dei soldi e un biglietto.
“Per le medicine di Argo.”
Nessuna firma.
Paolo si arrabbiò.
«Non ho bisogno di elemosina.»
Teresa gli rispose dalla siepe.
«Non è elemosina quando uno vuole partecipare.»
«Restituisco tutto.»
«E a chi? Non sai nemmeno chi li ha lasciati.»
Due giorni dopo, il macellaio del quartiere mandò un sacchetto con carne adatta alla dieta di Argo.
«Offre la casa», disse il ragazzo delle consegne.
La farmacista veterinaria preparò alcuni prodotti e si rifiutò di farsi pagare.
Un falegname pensionato costruì una piccola pedana per eliminare i due gradini del portico.
Paolo la guardò e scosse la testa.
«Ma io lo porto in braccio.»
Il falegname, settantaquattro anni e mani grosse come pale, rispose:
«La pedana non è per il cane. È per la tua schiena, testone.»
Un gruppo di ragazzi del quartiere si offrì di tagliare l’erba.
Una signora portò una coperta cucita a mano.
Un bambino lasciò vicino al cancello un disegno di Argo sotto un sole enorme.
Paolo conservò quel foglio in cucina.
Per la prima volta dopo anni, casa sua ricominciò a riempirsi di persone.
Non tante insieme.
Una alla volta.
Uno portava del pane.
Uno passava per chiedere come stava Argo.
Qualcuno si fermava cinque minuti.
Qualcuno mezz’ora.
Teresa preparava il caffè.
E ogni domenica, quasi senza che nessuno lo decidesse davvero, sul tavolo del portico comparivano piatti.
Lasagne.
Polpette.
Verdure al forno.
Torte rustiche.
Una crostata.
Il quartiere aveva trasformato il piccolo giardino di Paolo in qualcosa che lui non aveva mai avuto.
Una specie di famiglia.
Una domenica, mentre mangiavano tutti insieme, Teresa lo guardò.
«Vedi?»
«Cosa?»
«Pensavi di essere tu a portare Argo.»
Paolo aggrottò la fronte.
Teresa indicò le persone attorno al tavolo.
«Mi sa che è lui che ha portato qui tutti noi.»
Paolo non rispose.
Si chinò e accarezzò la testa di Argo.
Tre mesi dopo, alla fine di febbraio, arrivò la mattina che Paolo sapeva sarebbe arrivata.
Solo che sapere non serve a niente.
Alle 7:15 prese Argo tra le braccia.
Ormai il cane pesava meno.
Troppo meno.
Paolo se ne accorgeva ogni volta.
Ed era forse quella la cosa che faceva più male.
Attraversò il soggiorno.
Uscì.
Scese nel giardino.
Il cielo era limpido.
L’aria ancora fredda.
Sotto il gelso c’era una macchia di sole.
Paolo lo posò lì.
Argo sistemò il muso sull’erba.
Paolo si inginocchiò.
Gli grattò l’orecchio sinistro.
«Ci sono io, socio.»
Argo aprì gli occhi.
La coda si mosse una volta.
Piano.
Paolo sorrise.
«Ci sono io.»
Poi entrò a prepararsi un secondo caffè.
Alle 8:30 ebbe una sensazione.
Non seppe mai spiegare quale.
Posò la tazza.
Guardò fuori dalla finestra.
Argo sembrava dormire.
Paolo uscì.
Fece pochi passi.
E capì.
Non dovette toccarlo.
Non dovette chiamarlo.
Conosceva quel corpo da più di dieci anni.
Conosceva ogni respiro.
Ogni modo di dormire.
Ogni movimento delle orecchie.
Il petto non si muoveva.
Paolo si avvicinò.
Si inginocchiò sull’erba.
Posò una mano sul fianco di Argo.
Ancora tiepido per il sole.
Non chiamò nessuno.
Non prese il telefono.
Non avvisò il veterinario.
Non chiamò gli ex colleghi.
Semplicemente si sdraiò accanto a lui.
Teresa lo vide dalla cucina.
Quella volta il telefono rimase sul tavolo.
Chiuse lentamente la tenda.
Poi aprì il frigorifero.
Tirò fuori uova, formaggio, verdure.
Preparò una teglia.
Perché certe generazioni, quando non sanno cosa dire davanti al dolore, cucinano.
Paolo rimase sull’erba per ore.
A mezzogiorno passò il postino e vide il cancello chiuso.
Capì.
Nel pomeriggio arrivò il falegname.
Teresa gli fece cenno dalla finestra.
Lui si tolse il cappello.
Nessuno bussò.
Nessuno invase quel giardino.
Per una volta, il quartiere intero seppe stare vicino a qualcuno lasciandolo solo.
Il sole si spostò lentamente.
L’ombra del gelso attraversò l’erba.
Paolo rimase accanto ad Argo.
Ogni tanto gli accarezzava la testa.
Verso sera si mise seduto.
Guardò il cane.
«Ti ricordi la prima volta?»
Silenzio.
Paolo sorrise appena.
«Avevi delle zampe enormi. Sembravi tutto zampe e orecchie.»
Gli tremò la voce.
«Pensavo di dover insegnare tutto io a te.»
Abbassò lo sguardo.
«Che stupido.»
Quando il sole cominciò a sparire dietro i tetti, Paolo si alzò.
Lentamente.
La schiena gli faceva male.
La spalla gli faceva male.
Ma quello era sempre stato il punto.
Si chinò.
Un braccio sotto il petto.
Uno sotto il corpo.
Come aveva fatto per dieci mesi.
Come aveva fatto il giorno in cui lo aveva portato a casa dopo la visita.
Come aveva fatto anni prima quando Argo era rimasto ferito.
Lo sollevò.
Quella fu l’ultima volta.
Attraversò il giardino.
Salì i due gradini.
Entrò nel soggiorno.
Posò Argo sulla sua cuccia ortopedica.
Gli sistemò la testa.
Restò in piedi davanti a lui.
Poi disse:
«Bravo, socio.»
La voce si spezzò.
Paolo si schiarì la gola.
«Turno finito.»
Si sedette sul divano accanto alla cuccia.
Rimase lì tutta la notte.
La mattina seguente, alle 7:15, Teresa guardò involontariamente fuori dalla finestra.
La porta di Paolo restò chiusa.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





