Per quattro anni Beatrice non riuscì a stare vicino a un uomo. Poi le affidarono Argo, un pastore tedesco maschio, e una frase nel fascicolo la fece crollare.
Quando Beatrice vide scritto “MASCHIO” sulla scheda del cane, chiuse il fascicolo con tanta forza che il bicchiere sul tavolo tremò.
«Avevo chiesto una femmina.»
Rosa, la coordinatrice del programma, non cercò di convincerla.
Posò semplicemente la cartellina davanti a lei.
«Lo so. Prima di decidere, però, leggi la seconda pagina.»
Beatrice aveva trent’anni e da quattro anni non permetteva a nessun uomo di avvicinarsi abbastanza da poterla sfiorare.
Non prendeva l’ascensore se dentro c’era un uomo.
Non saliva in macchina con uomini.
Non entrava nei negozi nelle ore di punta.
Se al banco della gastronomia vedeva tre uomini fermi a parlare, cambiava corsia.
Se un tecnico doveva entrare nel suo appartamento, chiamava sua madre e le chiedeva di essere presente.
Viveva con tre serrature alla porta, una catenella, una telecamera sul pianerottolo e una sedia appoggiata contro la maniglia ogni notte.
La gente del quartiere diceva che era “una ragazza un po’ chiusa”.
Sua zia preferiva dire che era diventata “riservata”.
Sua madre, davanti ai parenti, ripeteva sempre la stessa frase.
«Beatrice ha solo bisogno di tempo.»
Era il modo elegante per non dire altro.
Per salvare la bella figura.
Per evitare domande durante il pranzo della domenica.
Per non spiegare perché una ragazza che un tempo attraversava mezza Italia da sola, rideva forte e guidava fino al mare alle due di notte, adesso controllava tre volte dallo spioncino prima di aprire alla vicina del piano di sopra.
Mi chiamo Daria.
Lavoro come operatrice di sostegno tra pari in un centro che segue persone tornate dalle missioni militari con ferite che spesso non si vedono.
Conosco Beatrice da due anni.
Questa è la sua storia.
Raccontata come l’ha raccontata lei.
Beatrice si era arruolata a vent’anni.
Era cresciuta in una famiglia operaia della provincia veneta, in quelle case dove negli anni Ottanta si metteva via tutto: i sacchetti del pane, i bottoni, i barattoli di vetro, perfino i pezzi di spago perché “possono sempre servire”.
Suo padre, Giulio, aveva lavorato quarant’anni in officina.
Sua madre, Mirella, aveva fatto la commessa e poi aveva lasciato il lavoro per assistere i nonni.
In casa non navigavano nell’oro.
Ma la domenica il ragù doveva sobbollire dalle sette del mattino e a tavola una sedia in più si trovava sempre.
Beatrice era quella che voleva vedere il mondo.
Mentre le sue compagne parlavano di concorsi comunali, fidanzati e mutui, lei parlava di partire.
Suo padre diceva:
«Questa ragazza ha il vento nelle scarpe.»
Partì davvero.
Dopo l’addestramento diventò analista in un reparto logistico e informativo.
Poi arrivò una missione all’estero.
Iraq.
Tredici mesi.
Quando tornò in Italia, aveva una valigia, una cartellina di documenti, alcune decorazioni che non voleva appendere al muro e una diagnosi legata a un trauma subito durante il servizio.
Non raccontò quasi nulla alla famiglia.
Disse soltanto:
«È successo qualcosa.»
Sua madre domandò:
«Qualcuno ti ha fatto del male?»
Beatrice fissò il pavimento.
Poi annuì.
Da quel giorno, in casa, quella frase diventò una porta chiusa.
Nessuno la apriva.
Non per cattiveria.
Per paura.
Per vergogna.
Per quella vecchia educazione italiana secondo cui certe cose è meglio non dirle troppo forte, perché magari qualcuno sente.
La madre nascondeva le lettere del centro terapeutico quando arrivavano parenti.
Il padre smise di nominare la missione.
Quando al bar qualcuno chiedeva:
«E tua figlia che era nell’esercito?»
Giulio rispondeva:
«Sta bene, lavora su se stessa.»
Poi cambiava argomento.
Beatrice vedeva tutto.
E capiva tutto.
Una sera mi disse:
«Daria, loro pensavano di proteggermi. Ma ogni volta che facevano finta che non fosse successo niente, io sentivo che quello che mi era successo era qualcosa di cui vergognarsi.»
Fu proprio per questo che, quando le proposero un cane di assistenza, accettò di entrare nel programma.
Non perché amasse particolarmente i cani.
Ne aveva avuto uno da bambina, sì.
Un meticcio color miele chiamato Pippo, quello che suo nonno teneva in cortile e che dormiva sopra una vecchia coperta militare.
Ma erano passati vent’anni.
Beatrice accettò perché non sapeva più cos’altro provare.
Compilò il modulo.
Nome.
Età.
Diagnosi.
Abitudini.
Ambiente domestico.
Poi arrivò la domanda:
Preferenze sul sesso dell’animale?
Beatrice mise una croce decisa.
FEMMINA.
Nello spazio delle note scrisse:
“Preferirei un cane femmina. La presenza maschile può provocarmi una forte risposta di paura.”
Aspettò diciannove mesi.
Diciannove.
Ogni tanto telefonava.
Ogni volta le rispondevano che il cane giusto non era ancora disponibile.
Poi, un lunedì mattina di febbraio, Rosa la chiamò.
Rosa aveva sessantadue anni, capelli corti color argento e quel modo di parlare delle donne che hanno attraversato abbastanza vita da non avere più bisogno di alzare la voce.
«Beatrice, abbiamo trovato un possibile abbinamento.»
Beatrice si sedette.
«È una femmina?»
Silenzio.
Mezzo secondo.
Abbastanza.
«È un pastore tedesco di tre anni.»
Beatrice strinse il telefono.
«Hai detto “un”.»
«Sì.»
«Quindi è maschio.»
«Sì.»
Beatrice si alzò di scatto.
«Allora non avete letto quello che ho scritto.»
«L’ho letto.»
«Avevo chiesto una femmina.»
«Lo so.»
«Non posso farlo.»
Rosa aspettò.
Poi disse:
«Non ti sto chiedendo di accettarlo.»
«E allora perché mi hai chiamata?»
«Perché voglio mandarti il suo fascicolo.»
Beatrice rimase in silenzio.
Rosa continuò.
«Leggilo. Se dopo averlo letto mi dici di no, torniamo ad aspettare una femmina. Nessuno ti farà pressione.»
«Non prometto niente.»
«Non ti ho chiesto una promessa.»
Il fascicolo arrivò via mail alle 16:11.
Beatrice non lo aprì.
Passò il lunedì.
Passò il martedì.
Mercoledì sua madre telefonò per chiederle se sarebbe andata a pranzo la domenica.
Beatrice rispose di no.
«Ci sono gli zii.»
«Appunto.»
Giovedì ricevette un altro messaggio da Rosa.
Soltanto quattro parole.
“Quando ti senti pronta.”
Niente faccine.
Niente pressioni.
Beatrice aprì il fascicolo domenica sera.
Aveva appena sistemato la cucina.
Sul tavolo c’erano un bicchiere d’acqua, una tovaglia di plastica a quadretti che sua madre le aveva regalato e una ciotola con tre mandarini.
Prima pagina.
Pastore tedesco.
Tre anni.
Trentasei chili.
Vaccinazioni regolari.
Buona capacità di apprendimento.
Ottima risposta ai comandi.
Temperamento stabile.
Elevata predisposizione al lavoro di assistenza.
Nome: Argo.
Beatrice pensò immediatamente all’Odissea, che suo padre le raccontava quando era piccola.
Argo.
Il cane che aspetta.
«Che nome stupido per me», pensò.
Poi voltò pagina.
La seconda pagina iniziava con una nota comportamentale.
Argo era stato ceduto al programma dopo essere stato recuperato da una situazione domestica difficile.
Il precedente proprietario era un uomo adulto.
Il cane mostrava una risposta traumatica particolarmente evidente in presenza di uomini adulti.
Abbassava la coda.
Evitava lo sguardo.
Cercava vie di fuga.
Si immobilizzava quando un uomo tentava di mettergli il guinzaglio.
Poi arrivava la frase.
Una frase burocratica.
Fredda.
Quasi banale.
“Le valutazioni non evidenziano comportamento aggressivo. Argo non è pericoloso. Ha paura.”
Beatrice smise di leggere.
Tornò indietro.
Rilesse.
“Non è pericoloso. Ha paura.”
Una volta.
Due volte.
Tre volte.
Poi continuò.
Argo si era legato a tre addestratrici.
Con gli uomini continuava a essere estremamente diffidente.
Il comportamento non veniva considerato aggressivo.
Era difensivo.
Il documento proseguiva:
“Riteniamo che Beatrice M. e Argo condividano una base emotiva simile. Entrambi hanno reagito a un’esperienza traumatica evitando la presenza che associano al pericolo.”
E poi:
“L’abbinamento potrebbe offrire una forma di recupero reciproco.”
Beatrice chiuse il computer.
Scivolò dalla sedia.
Si sedette sul pavimento della cucina, con la schiena contro il mobile sotto il lavello.
E pianse.
Non cinque minuti.
Non dieci.
Quasi un’ora.
Quando me lo raccontò disse:
«Daria, non piangevo per il cane.»
Mi guardò.
«Piangevo perché avevano scritto di lui la cosa che nessuno aveva mai scritto di me.»
Fece una pausa.
«Non è pericoloso. Ha paura.»
Poi abbassò la voce.
«Io per quattro anni mi ero sentita sbagliata. Difficile. Esagerata. Malata. Quella frase mi ha fatto pensare che forse ero soltanto spaventata.»
Il mattino dopo chiamò Rosa.
Erano le nove e tre minuti.
«Lo voglio incontrare.»
Argo arrivò tre settimane dopo.
Martedì mattina.
Rosa lo accompagnò da sola.
Nessun uomo presente.
Beatrice aspettava dietro la porta.
Quando sentì bussare, controllò la telecamera.
Vide Rosa.
Poi vide due orecchie dritte entrare nell’inquadratura.
Aprì.
Argo era più grande di quanto avesse immaginato.
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