Il vecchio cane non vedeva né sentiva più, ma ogni volta che la bambina piangeva riusciva sempre a trovarla

Il nostro Golden Retriever di 15 anni non vede e non sente più. Ma quando nostra figlia piange, attraversa tutta la casa per trovarla.

«Andrea, fermo. Non prenderla ancora.»

Mio marito mi guardò come se fossi impazzita.

Marta era seduta sul tappeto del soggiorno e piangeva perché non riusciva a infilare un anello di legno nel suo gioco. Aveva due anni, le guance rosse e quei pugnetti chiusi sugli occhi che conosce bene chiunque abbia cresciuto un bambino.

Io, invece di consolarla, fissavo l’angolo della stanza.

Lì dormiva Biscotto.

Il nostro Golden Retriever.

Quindici anni e quattro mesi.

Quasi completamente sordo da tre anni.

Cieco da novembre.

Non una cecità lieve. Non ombre, non sagome.

Niente.

Eppure, mentre Marta continuava a singhiozzare, Biscotto sollevò la testa.

Rimase immobile per qualche secondo.

Poi si alzò.

Le zampe posteriori tremavano.

Fece un passo e urtò con la spalla la piantana accanto alla sua cuccia.

Si fermò.

Corresse la direzione.

Ripartì.

Arrivato vicino al tavolino basso, batté piano il muso contro il bordo.

Si fermò di nuovo.

Girò intorno.

Poi attraversò il soggiorno lentamente, con quell’andatura incerta dei cani molto anziani.

Dritto verso Marta.

Quando la raggiunse, non le si mise davanti.

Non cercò il suo viso.

Semplicemente si sdraiò accanto a lei, appoggiandole la schiena contro la gamba.

Marta smise di piangere.

Come se qualcuno avesse spento un interruttore.

Affondò una manina nel pelo ormai scolorito del suo collo e disse:

«Bisco.»

Poi riprese il suo gioco.

Andrea mi guardò.

Io guardai lui.

Nessuno dei due disse niente.

Perché Biscotto non poteva averla sentita.

E non poteva averla vista.

Ma l’aveva trovata.

Di nuovo.

Mi chiamo Laura, ho trentatré anni e vivo con la mia famiglia alla periferia di Modena, in una casa degli anni Settanta che apparteneva ai miei nonni.

Una di quelle con il parquet che scricchiola, le porte pesanti, la cucina piccola e il soggiorno dove ancora oggi, la domenica, tiriamo fuori il tavolo allungabile perché in Italia puoi cambiare lavoro, città e automobile, ma certe famiglie continuano a misurare l’amore contando quanti piatti entrano sulla tovaglia buona.

Lavoro part-time come assistente sociale in una struttura che accompagna persone gravemente malate e le loro famiglie.

Andrea insegna storia in un liceo.

Biscotto è arrivato prima di tutto.

Prima del matrimonio.

Prima del mutuo.

Prima delle notti insonni.

Prima di Marta.

Era il 2010.

Andrea ed io avevamo poco più di vent’anni e credevamo, come si crede a quell’età, che la vita fosse qualcosa che si potesse programmare con una lista.

Casa.

Lavoro.

Matrimonio.

Figli.

Vacanze ad agosto.

Biscotto era un cucciolo di quattro mesi preso da un rifugio della provincia.

Diciotto chili di zampe troppo grandi, orecchie storte e pelo color miele.

Andrea lo vide dietro una rete e disse:

«Questo qui ci ha già scelti.»

Io risi.

Venti minuti dopo stavamo compilando i moduli.

Per quindici anni Biscotto è stato il rumore di fondo della nostra vita.

Le unghie sul pavimento quando rientravamo.

La coda contro il mobile dell’ingresso.

Il muso appoggiato sulle ginocchia durante le discussioni.

Le passeggiate la sera dopo cena.

La presenza silenziosa ai piedi del letto quando mia madre fu operata.

Il pelo sul cappotto nero il giorno del nostro matrimonio civile.

La faccia offesa quando tornavamo dalle ferie senza di lui.

Per molti anni lo abbiamo chiamato scherzando «il nostro primo figlio».

Poi è arrivata Marta.

Tre giorni dopo il parto entrammo in casa con quella paura assurda dei neogenitori, convinti che perfino respirare troppo forte potesse rompere qualcosa.

Andrea appoggiò l’ovetto vicino all’ingresso.

Biscotto si avvicinò.

Annusò il calzino di Marta.

Scodinzolò due volte.

Poi tornò alla sua cuccia.

Tutto lì.

Almeno così sembrava.

Nei mesi successivi cominciò a spostare la sua cuccia.

All’inizio pensammo fosse un caso.

Un giorno la trovammo trenta centimetri più vicina al recinto dove Marta dormiva durante il pomeriggio.

Qualche giorno dopo ancora più avanti.

Nel giro di un mese, senza che nessuno lo avesse mai addestrato, Biscotto aveva sistemato il suo letto esattamente tra nostra figlia e la porta d’ingresso.

Andrea rise.

«Fa il nonno.»

Non sapevamo quanto quella battuta sarebbe diventata seria.

Biscotto invecchiava.

Prima arrivò la sordità.

All’inizio sentiva ancora i rumori forti.

Poi solo certe frequenze.

Infine nulla.

Potevi battere le mani dietro di lui e non girava neanche la testa.

Imparammo a svegliarlo toccandogli delicatamente una zampa.

A non sorprenderlo.

A comunicare con gesti larghi quando riusciva ancora a vedere.

Poi, lo scorso novembre, in pochi giorni, perse anche la vista.

Ricordo ancora la visita.

La veterinaria ci spiegò che il deterioramento era irreversibile.

Andrea teneva una mano sulla schiena di Biscotto.

Io guardavo il pavimento.

Quando si ama un animale da quindici anni, certe parole arrivano addosso come arrivano quando si parla di un parente anziano.

Sai che succederà.

Sai che il tempo non fa sconti.

Ma una parte di te continua a pensare:

non ancora.

Non a lui.

Non adesso.

Tornammo a casa e cambiammo tutto.

Niente sedie lasciate in mezzo.

Niente scatoloni nei corridoi.

Ciotole sempre nello stesso punto.

Cancelletto sulle scale.

Tappeti fermati bene.

Percorsi liberi tra cuccia, acqua e porta.

Biscotto imparò la nuova geografia della casa.

Contava i passi.

Seguiva gli odori.

Sfiorava i muri col fianco.

Ogni tanto sbagliava.

Urtava una sedia.

Entrava nel ripostiglio invece che in cucina.

Noi gli parlavamo lo stesso, anche se non sentiva.

È una cosa strana.

Quando qualcuno che ami perde l’udito, continui a parlargli.

Forse perché certe parole servono più a chi le pronuncia che a chi dovrebbe ascoltarle.

Marta, invece, aveva poco più di due anni e non capiva perché Biscotto non rispondesse più al suo nome.

Gli si piazzava davanti.

«Bisco!»

Niente.

Gli portava una pallina.

Lui non la vedeva.

Allora lei gliela appoggiava sulle zampe.

A volte lo abbracciava da dietro e noi la correggevamo subito.

«Piano, amore. Biscotto non ti vede arrivare.»

Lei ci guardava seria.

«Bisco occhi bua?»

«Gli occhi non funzionano più.»

«E orecchie?»

«Nemmeno quelle.»

Ci pensava per qualche secondo.

Poi gli accarezzava la testa.

Per noi era una spiegazione triste.

Per lei era soltanto un fatto.

I bambini accettano certe fragilità con una naturalezza che noi adulti perdiamo crescendo.

Il primo episodio che notai davvero accadde un martedì pomeriggio di aprile.

Ero in cucina a svuotare la lavastoviglie.

Marta giocava nel soggiorno con una torre di anelli colorati.

Biscotto dormiva nella sua cuccia.

Marta fece cadere l’anello giallo.

Rotolò sotto una sedia.

Lei cercò di prenderlo.

Non ci riuscì.

Cominciò a piangere.

Un pianto piccolo.

Quello di un bambino che non è ferito, ma è convinto per quaranta secondi che il mondo gli abbia fatto un torto imperdonabile.

Stavo andando da lei quando vidi Biscotto alzarsi.

Pensai che avesse sentito qualcosa.

Poi mi ricordai.

Non poteva.

Lo osservai attraversare la stanza.

Piantana.

Tavolino.

Cesto dei giochi.

Tappeto.

Arrivò a meno di mezzo metro da Marta.

Si sdraiò contro la sua gamba.

Marta smise di piangere.

Quella sera lo raccontai ad Andrea.

Lui scrollò le spalle.

«Conosce la casa.»

«Ma come sapeva dove fosse lei?»

«Odore.»

Poteva essere.

Volevo crederci.

Poi successe di nuovo.

E ancora.

Marta inciampava in corridoio.

Biscotto si alzava.

Marta si svegliava piangendo dal sonnellino sul divano.

Biscotto arrivava.

Marta faceva un capriccio in cucina.

Biscotto partiva dalla stanza accanto.

Piccolo pianto.

Grande pianto.

Paura.

Rabbia.

Stanchezza.

Non importava.

Lui si alzava.

E la trovava.

Ogni volta.

La cosa che mi inquietava non era che si muovesse verso di lei.

Era la precisione.

Non vagava per la casa annusando ogni stanza.

Non cercava a caso.

Prendeva una direzione.

Correggeva gli ostacoli.

Arrivava.

Una mattina telefonai alla nostra veterinaria, la dottoressa Elena Ferri.

Seguiva Biscotto da nove anni.

Una donna sulla cinquantina, concreta, una di quelle persone che riescono a dirti una cosa brutta senza farti sentire abbandonato.

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