Il vecchio cane non vedeva né sentiva più, ma ogni volta che la bambina piangeva riusciva sempre a trovarla

Ma pensai che alcuni gesti attraversano le generazioni senza bisogno di essere insegnati.

Una mano sul braccio.

Una guancia contro una guancia.

Un corpo vecchio che si alza per raggiungerne uno piccolo.

Come se l’amore, quando trova una strada chiusa, ne cercasse semplicemente un’altra.

Forse è questo il segno del destino che mi è toccato vedere.

Niente luci nel cielo.

Niente numeri fortunati.

Niente miracoli da raccontare al bar.

Solo un cane vecchio su un parquet consumato.

Un cane che non vede più la bambina che protegge.

Non sente più il suo nome.

Non sente la sua voce.

Non sente quando lei dice:

«Ti voglio bene.»

Eppure sa quando lei ha bisogno di lui.

La settimana scorsa Andrea mi ha chiamata dalla cucina.

«Laura, vieni.»

Pensavo fosse successo qualcosa.

Entrai nel soggiorno.

Marta era seduta vicino alla cuccia di Biscotto.

Lui dormiva.

Lei aveva preso una copertina e gliel’aveva appoggiata sulla schiena.

Poi si era sdraiata accanto a lui.

«Cosa fai?» le chiesi.

Marta mise un dito davanti alle labbra.

«Bisco stanco.»

Rimasi ferma.

Lei gli accarezzò piano una zampa.

«Adesso Marta trova Bisco.»

Andrea abbassò la testa.

Io dovetti uscire dalla stanza.

Ci sono momenti che, se provi a spiegarli subito, li rovini.

Quella frase mi accompagnò per giorni.

Adesso Marta trova Biscotto.

Per due anni lui aveva vegliato su di lei con quello che aveva.

Ora, nel suo modo minuscolo e confuso, lei cominciava a vegliare su di lui.

Negli ultimi mesi ci siamo chiesti spesso quanto tempo ci resterà.

Non tanto.

Lo sappiamo.

La veterinaria non ci nasconde niente.

Neppure noi vogliamo farlo con noi stessi.

Ci sono mattine in cui Biscotto impiega molto tempo ad alzarsi.

Giornate in cui mangia meno.

Sere in cui resta immobile nella cuccia e io controllo da lontano che il petto si muova.

Quando hai un animale molto anziano, vivi in una strana terra di confine.

Sei grato perché è ancora lì.

E contemporaneamente hai già paura del giorno in cui non ci sarà.

Una parte di te vorrebbe fermare il tempo.

Un’altra sa che amare davvero significa anche non chiedere a qualcuno di restare soltanto perché tu non sei pronto a lasciarlo andare.

Cerchiamo di non pensare troppo avanti.

Oggi c’è.

Oggi mangia.

Oggi cammina.

Oggi trova Marta.

Domenica scorsa eravamo soli noi tre in soggiorno.

Andrea stava correggendo verifiche in cucina.

Erano circa le tre del pomeriggio.

Marta non aveva dormito.

Era seduta sulle mie gambe e si lamentava per stanchezza.

Poi iniziò a piangere.

Un pianto piccolo.

Quasi senza lacrime.

Biscotto dormiva nella sua cuccia.

La testa si sollevò.

Aspettò.

Si alzò.

Le zampe tremarono.

Fece un passo.

Urto contro la piantana.

Pausa.

Correzione.

Altro passo.

Tavolino.

Pausa.

Correzione.

Poi quella diagonale che ormai conosco a memoria.

Lo guardavo e pensavo che quindici anni prima correva nei campi così forte che tornava da noi con la lingua di fuori e le orecchie all’indietro.

Pensavo a quando saltava sul letto.

A quando inseguiva le foglie.

A quando riusciva a sentire il rumore del sacchetto dei biscotti dalla stanza più lontana.

Adesso gli servivano quasi trenta secondi per attraversare il soggiorno.

Ma arrivò.

Come sempre.

Si sdraiò con la schiena contro il mio fianco e la gamba di Marta.

Lei smise di piangere.

Mise una mano sulla sua testa bianca.

Poi si chinò.

Guancia contro guancia.

«Sono qui, Bisco.»

Biscotto mosse appena il naso.

Inspirò.

La coda batté una volta sul parquet.

Marta ripeté:

«Sono qui.»

Lui chiuse gli occhi.

Non poteva sentirla.

Non poteva vederla.

Ma poteva sentirne il peso accanto al suo.

Il calore.

Il respiro.

L’odore.

La piccola mano sul collo.

E forse, alla fine, nella vita siamo tutti un po’ così.

Passiamo anni convinti che amare significhi dire la cosa giusta.

Vedere tutto.

Capire tutto.

Avere forza.

Avere risposte.

Poi il tempo porta via qualcosa.

La salute.

La vista.

L’udito.

I genitori.

La giovinezza.

La casa dove siamo cresciuti.

Le persone sedute attorno al tavolo della domenica.

E scopriamo che l’amore vero non dipende da quanti strumenti ci sono rimasti.

Dipende da quello che decidiamo di farne.

Biscotto non sente più il pianto di Marta.

Ma quando lei piange, lui si alza.

Non vede dove sia.

Ma parte lo stesso.

Non sa quanto manca.

Non sa quali ostacoli troverà.

Urta.

Si ferma.

Corregge.

Continua.

Finché non arriva da lei.

E adesso Marta fa la stessa cosa.

Quando lui non può sentirla, non grida più forte.

Gli appoggia la guancia sul viso.

Quando lui non può vederla, non gli passa davanti agli occhi.

Lo tocca.

«Sono qui, Bisco.»

Forse un giorno non lontano quella cuccia resterà vuota.

Forse Marta sarà troppo piccola per ricordare tutti questi pomeriggi.

Forse dimenticherà il rumore delle sue zampe sul parquet.

Forse non ricorderà il colore del suo pelo.

Ma io spero che dentro di lei rimanga qualcosa.

Non il ricordo preciso di un cane.

Il gesto.

Quello sì.

Il gesto di andare verso qualcuno quando lo senti soffrire.

Anche se sei stanco.

Anche se non sai bene dove si trova.

Anche se devi inventarti una strada nuova.

Perché Biscotto, negli ultimi mesi della sua lunga vita, ci ha insegnato una cosa che nessuno di noi aveva capito quando era giovane e correva veloce.

Per trovare davvero qualcuno non servono sempre gli occhi.

Non servono sempre le orecchie.

A volte basta sentire che dall’altra parte del pavimento qualcuno ha bisogno di te.

E avere ancora abbastanza amore per alzarsi.

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