Le raccontai tutto.
Ci fu silenzio dall’altra parte.
Poi disse:
«Laura, portali entrambi domattina.»
«Entrambi?»
«Biscotto e Marta.»
«Perché?»
«Perché voglio vedere.»
La mattina dopo arrivai all’ambulatorio con un cane anziano, una bambina di due anni, una borsa piena di pannolini e il famoso gioco degli anelli.
La dottoressa aveva liberato una stanza.
Spostò alcune sedie.
Mise una coperta in un angolo.
Appoggiò il telefono su un piccolo supporto.
«Facciamo una prova semplice.»
Mise Biscotto sulla coperta.
Io portai Marta dall’altra parte della stanza.
Era un ambiente che Biscotto non conosceva.
Odori nuovi.
Mobili diversi.
Distanze diverse.
Lui si acciambellò e si addormentò quasi subito.
Marta giocò tranquilla per alcuni minuti.
Naturalmente, proprio quando cominciavo a sentirmi ridicola, uno degli anelli rotolò sotto una sedia.
Marta cercò di raggiungerlo.
Non ci riuscì.
Partì il pianto.
La testa di Biscotto si sollevò.
Io smisi quasi di respirare.
La dottoressa premette il tasto della registrazione.
Biscotto si alzò.
Una zampa.
Poi l’altra.
Rimase fermo per trovare equilibrio.
Fece qualche passo verso il centro.
Cambiò direzione.
Passò accanto alla scrivania.
Evitò la base metallica di una sedia dopo averla sfiorata con una zampa.
Continuò.
Arrivò a Marta.
Si sdraiò con la schiena contro la sua coscia.
Lei smise di piangere.
Gli infilò le dita nel pelo del collo.
La dottoressa spense la registrazione.
Poi fece una cosa che non dimenticherò mai.
Si sedette per terra.
Non sulla sedia.
Per terra, accanto a noi.
«Laura, Biscotto non ha seguito la voce.»
«Lo so.»
«Non può averla sentita. I controlli sono chiari.»
Annuii.
«E non ha visto Marta.»
Annuii di nuovo.
«Questa stanza per lui è nuova. Non conosce la posizione dei mobili come a casa vostra.»
La guardai.
«Allora come ha fatto?»
La dottoressa prese una delle zampe anteriori di Biscotto e la appoggiò sul palmo della propria mano.
«Probabilmente il pavimento gli sta raccontando qualcosa che noi non percepiamo.»
Mi spiegò che i cani possono percepire vibrazioni, pressioni e movimenti attraverso il corpo e soprattutto attraverso le zampe.
Non mi parlò come a una collega.
Non usò parole difficili per impressionarmi.
Mi disse:
«Quando una bambina piange, non produce soltanto un suono. Il corpo si muove. I piedi battono, il torace sobbalza, le mani si appoggiano a terra. Su un pavimento rigido quelle vibrazioni possono propagarsi.»
Indicò Biscotto.
«Lui ha vissuto con Marta dalla nascita. È possibile che abbia imparato a distinguere quel tipo di movimento da tutti gli altri.»
«Quindi sente il pianto con le zampe?»
La dottoressa sorrise appena.
«Detta così è una semplificazione. Ma sì, potrebbe essere qualcosa di molto simile.»
Mi venne la pelle d’oca.
«E poi come fa a trovarla?»
«Vibrazioni. Odore. Memoria degli spazi. Movimento dell’aria. Gli animali mettono insieme informazioni che noi separiamo.»
Rimase qualche secondo a guardare Biscotto.
Poi disse:
«Ha perso strumenti importanti. Ma non ha perso il motivo per cui li usava.»
Quella frase mi colpì più di tutto il resto.
«Quale motivo?»
Lei guardò Marta.
«Proteggere il membro più piccolo della famiglia.»
Mi venne da piangere.
La dottoressa continuò.
«Non voglio trasformarlo in qualcosa di magico. È un cane anziano che si sta adattando. Però lavoro da più di vent’anni e una risposta così costante, in un cane cieco e sordo, io personalmente non l’avevo mai osservata.»
Marta intanto aveva messo tre anelli colorati sulla schiena di Biscotto.
Lui non si muoveva.
«Sta facendo quello che ha sempre fatto», concluse la veterinaria. «Solo con quello che gli è rimasto.»
Guidai fino a casa quasi senza accendere la radio.
Parcheggiai davanti al cancello.
Ma non scesi.
Rimasi seduta.
Guardavo Biscotto attraverso lo specchietto.
Dormiva sul sedile posteriore.
Marta accanto a lui stringeva un biscotto secco nella mano.
Pensai agli anni trascorsi.
Alle cose che avevo considerato normali.
Alla cuccia spostata davanti alla porta.
Alle volte in cui Biscotto aveva smesso di masticare qualcosa appena Marta diventava nervosa.
A quando lei aveva iniziato a gattonare e lui aveva cominciato a dormire in mezzo al corridoio, come un vecchio vigile davanti a un incrocio.
Pensai a una sera, mesi prima.
Stavo facendo il bagno a Marta.
Lei si era schizzata l’acqua sul viso e aveva pianto.
Pochi secondi dopo Biscotto era comparso sulla porta del bagno.
All’epoca avevo detto:
«Ma guarda questo ficcanaso.»
Mi si strinse lo stomaco.
Forse non era venuto per me.
Era venuto per lei.
Forse lo faceva da molto più tempo di quanto avessi capito.
E io non me ne ero accorta perché ero occupata a osservare mia figlia crescere.
Entrammo in casa.
Quella sera raccontai tutto ad Andrea.
Lui rimase seduto sul divano, i gomiti sulle ginocchia.
Non disse niente per un po’.
Poi guardò Biscotto.
«Lo sai cosa mi fa pensare?»
«Cosa?»
«Che noi diciamo sempre che è stato il nostro primo figlio.»
Annuii.
«Ma con Marta non si è comportato come un fratello.»
Mi voltai verso di lui.
Andrea si asciugò gli occhi.
«Si è comportato come fanno i nonni.»
Risi e piansi nello stesso momento.
Perché capivo perfettamente cosa intendesse.
Nella mia famiglia i nonni erano sempre stati così.
Non quelli delle fotografie perfette.
Quelli veri.
Quelli che avevano già dato tutto ai figli e, quando arrivavano i nipoti, trovavano inspiegabilmente ancora qualcosa da dare.
Mio nonno paterno lavorò quarant’anni in officina.
Aveva le mani rovinate e la schiena piegata.
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