Quando nacqui io, era già stanco.
Eppure veniva a prendermi all’asilo.
Portava il mio zaino.
Mi tagliava la frutta.
A sessantacinque anni si sdraiava sul pavimento per giocare con me e poi impiegava dieci minuti per rialzarsi.
Mia nonna diceva sempre:
«I nonni fanno i genitori con le ultime forze che hanno.»
Da giovane quella frase mi sembrava sentimentale.
Quella sera guardando Biscotto improvvisamente la capii.
Era vecchio.
Non vedeva.
Non sentiva.
Le zampe gli facevano male.
Dormiva quasi tutto il giorno.
Eppure, quando la più piccola della casa aveva bisogno di qualcuno, lui si alzava.
Con quello che aveva.
Forse il sacrificio non è sempre qualcosa di enorme.
Non è soltanto vendere una casa o svuotare il libretto dei risparmi.
A volte è molto più piccolo.
Alzarsi quando il corpo vorrebbe restare fermo.
Fare dieci passi quando ogni passo pesa.
Continuare a cercare qualcuno anche quando il mondo intorno è diventato buio e silenzioso.
Da quel giorno iniziammo a osservare Biscotto con occhi diversi.
Non lo mettevamo alla prova.
Non facevamo piangere Marta apposta.
Sarebbe stato crudele e assurdo.
Ma nella vita con una bambina di due anni le occasioni arrivavano comunque.
Una costruzione che cadeva.
Un ginocchio sbattuto piano.
Una merenda rifiutata.
Un risveglio brutto.
Una scarpa che non voleva entrare.
Biscotto arrivava.
Sempre.
A volte lentamente.
A volte sbagliava il primo corridoio.
A volte urtava un cestino.
Una mattina rovesciò gli stivaletti di gomma di Marta e rimase qualche secondo con una scarpa incastrata tra le zampe.
Ma non tornava indietro.
Continuava.
Finché non trovava lei.
Tre mesi fa accadde qualcosa di diverso.
Qualcosa che nessuna veterinaria ci aveva spiegato.
Marta cominciò a capire.
All’inizio, quando Biscotto si sdraiava contro di lei, lo accarezzava e basta.
Poi iniziò ad abbassarsi verso il suo viso.
La prima volta pensavo volesse baciarlo.
Invece appoggiò la guancia contro quella di Biscotto.
Rimase immobile.
Poi disse piano:
«Sono qui.»
Biscotto mosse il naso.
La annusò.
Marta sorrise.
Da quel giorno lo fa quasi sempre.
Lui la trova.
Lei gli fa sapere di essere stata trovata.
Guancia contro guancia.
Respiro contro respiro.
«Sono qui, Bisco.»
A due anni non sa spiegare la cecità.
Non sa spiegare la sordità.
Non sa cosa sia il sistema nervoso.
Non sa cosa siano le vibrazioni.
Ma ha capito qualcosa che tanti adulti impiegano una vita a imparare.
Se una persona non può più ricevere amore nel modo in cui glielo davi prima, devi trovare un modo nuovo.
È tutto.
Da quattro mesi Biscotto continua.
È più vecchio.
Le zampe posteriori tremano molto.
La sera Andrea lo porta su per le scale in braccio.
Sessanta chili di cane anziano non sono pochi e Andrea ogni tanto borbotta:
«Bisco, potevi essere un barboncino.»
Biscotto naturalmente non lo sente.
Mangia cibo morbido.
Ha diverse medicine.
Sul frigorifero abbiamo una lavagnetta con orari e dosi.
Marta ogni mattina prende il pennarello e disegna un piccolo cerchio accanto alle medicine dopo che gliele abbiamo date.
La domenica la casa si riempie.
Mia madre.
Mio padre.
Mia sorella quando riesce.
Mio suocero.
Piatti.
Pane.
Bicchieri che non bastano mai.
Qualcuno porta le lasagne.
Qualcun altro dice che sono troppo salate.
Mia madre continua a mettere cibo nel piatto di Andrea anche se Andrea ha quarant’anni.
Mio padre racconta la stessa storia del 1987.
Marta corre sotto il tavolo.
Biscotto dorme nell’angolo.
E puntualmente qualcuno, guardandolo, dice:
«Poverino.»
Lo capisco.
È vecchio.
È cieco.
È sordo.
Ma a volte quella parola mi infastidisce.
Perché noi vediamo quello che ha perso.
Lui sembra concentrarsi su quello che gli è rimasto.
L’olfatto.
Il tatto.
Le zampe.
La memoria.
La voglia di alzarsi.
Qualche domenica fa Marta era nervosa.
Aveva saltato il riposino.
Chi ha avuto figli sa cosa significa.
Alle tre del pomeriggio un bambino stanco può piangere perché una banana si è spezzata nel punto sbagliato.
Marta era seduta sul tappeto.
Io vicino a lei.
Biscotto dormiva dall’altra parte del soggiorno.
Mio padre stava sparecchiando.
Mia madre raccoglieva i bicchieri.
Marta cominciò a piangere.
Biscotto sollevò la testa.
Mio padre si fermò.
Aveva già sentito raccontare la storia, ma non l’aveva mai visto succedere.
Biscotto cercò le zampe.
Si alzò.
Urtò la piantana.
Corresse.
Superò il tavolino.
Fece il suo lento percorso diagonale.
Arrivò.
Si sdraiò contro Marta.
Lei smise quasi subito.
Gli prese la testa tra le mani.
Poi appoggiò la guancia alla sua.
«Sono qui, Bisco.»
Mio padre si girò verso la finestra.
Pensavo non volesse farsi vedere piangere.
A settant’anni certi uomini sono ancora così.
Sono cresciuti con l’idea che un padre doveva portare lo stipendio a casa, aggiustare il rubinetto e non mostrare troppo quello che aveva dentro.
Dopo qualche secondo disse:
«Tuo nonno avrebbe capito.»
Non serviva chiedere altro.
Sapevo cosa intendeva.
Mio nonno aveva passato gli ultimi anni con problemi di udito.
Io gli parlavo sempre troppo forte.
Lui si arrabbiava.
«Non sono mica scemo. Sono sordo.»
Ridevamo.
Negli ultimi mesi, quando sentiva ancora meno, aveva inventato un piccolo gesto.
Quando arrivavo a casa sua gli mettevo la mano sul braccio.
Lui appoggiava la sua sopra la mia.
Era il nostro modo di dirci:
Ti ho riconosciuta.
Sono qui.
La stessa cosa che faceva Marta con Biscotto.
Quel pomeriggio, per la prima volta, ebbi una sensazione difficile da spiegare senza sembrare sciocca.
Non pensai che mio nonno fosse tornato.
Non credo a certe storie costruite apposta per consolarci.
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