Per quattro anni Beatrice evitò ogni uomo, poi un pastore tedesco maschio le fece leggere una frase che cambiò tutto

Magro.

Mantello nero e fulvo.

Occhi color ambra.

Non sembrava il cane sicuro e fiero delle fotografie.

Sembrava uno che chiedeva permesso anche per respirare.

Entrò dietro Rosa.

Fece quattro passi nell’appartamento.

Poi si fermò.

Beatrice era dall’altra parte del soggiorno.

Argo la guardò per meno di un secondo.

Poi abbassò gli occhi.

Niente coda festosa.

Niente corsa verso di lei.

Niente scena da film.

Rosa disse:

«Siediti per terra.»

Beatrice la guardò.

«Qui?»

«Qui.»

«E poi?»

«Niente.»

Beatrice si sedette.

Dieci passi tra lei e il cane.

Argo rimase immobile.

Rosa si inginocchiò.

«Non chiamarlo.»

Beatrice annuì.

«Non toccarlo.»

Annuì ancora.

«Non cercare di essere coraggiosa.»

Quella frase la fece voltare.

Rosa disse:

«Nemmeno lui deve esserlo.»

Restarono così.

Tre esseri viventi in silenzio.

Dopo mezz’ora Argo si sdraiò.

Non vicino a Beatrice.

Non ancora.

Ma si sdraiò.

Rosa rimase circa un’ora.

Le mostrò come mettere il cibo nella ciotola.

Come indossare la pettorina.

Come riconoscere i segnali di stress.

Come non forzarlo.

Prima di andare via disse:

«Ci metterà tempo.»

Poi guardò Beatrice.

«Anche tu.»

Beatrice sorrise appena.

«È incoraggiante.»

Rosa rise.

«La fretta rovina pure il ragù. Figurati due creature traumatizzate.»

Era la prima volta che Beatrice rideva quel giorno.

Poi Rosa uscì.

La porta si chiuse.

E Beatrice si ritrovò sola con Argo.

Per due ore non successe niente.

Lui rimase sulla cuccia.

Lei sul divano.

Alle sei Beatrice ebbe fame.

Si alzò lentamente.

Ricordando le istruzioni, cominciò a parlare sottovoce.

«Vado in cucina.»

Argo la seguì con gli occhi.

«Apro il frigorifero.»

Le orecchie del cane si mossero.

«Non vengo da te.»

Prese del pane, formaggio e qualche fetta di pomodoro.

Non aveva voglia di cucinare.

Tornò in soggiorno.

Si sedette sul pavimento invece che a tavola.

Mangiò.

Argo guardava.

Quando Beatrice finì, appoggiò il piatto sul tavolino.

Poi accadde la prima cosa.

Piccola.

Talmente piccola che chiunque altro l’avrebbe ignorata.

Argo si alzò.

Fece un passo.

Poi un altro.

Poi un altro.

Si fermò a circa un metro da Beatrice.

Lei sentì il cuore accelerare.

Non allungò la mano.

Disse soltanto:

«Va bene.»

Argo non si mosse.

«Non ti faccio niente.»

Il cane si sdraiò.

A un metro da lei.

Quella notte dormì in soggiorno.

Beatrice in camera.

La porta rimase aperta.

Al mattino, quando Beatrice si svegliò, Argo era sul tappeto fuori dalla stanza.

Non dentro.

Fuori.

Come se avesse fatto la guardia senza permettersi di avvicinarsi troppo.

Il primo mese fu fatto di centimetri.

Argo cominciò a seguirla da una stanza all’altra.

Non sempre.

Non subito.

Ma abbastanza.

La seconda settimana dormiva davanti alla porta della camera.

Alla quarta dormiva sul tappeto accanto al letto.

Beatrice raccontava ogni piccolo progresso a sua madre.

Mirella inizialmente non capiva.

«Ma non ti sembra strano avere un cane così grande in casa?»

«No.»

«È maschio.»

Beatrice rimaneva in silenzio.

«Lo so, mamma.»

Una domenica Mirella venne a trovarla.

Portò una teglia di lasagne avvolta in due strofinacci, perché le madri italiane di quella generazione possono anche non sapere cosa dire, ma difficilmente arrivano a mani vuote.

Argo si nascose dietro il divano.

Mirella lo guardò.

Poi guardò sua figlia.

«Ha paura di me?»

«Di te no. Degli uomini soprattutto.»

La madre smise di togliersi il cappotto.

«Perché?»

Beatrice glielo raccontò.

Non tutto.

Solo quello scritto nel fascicolo.

Mirella ascoltò.

Poi disse:

«Povera creatura.»

Beatrice abbassò gli occhi.

«Mamma.»

«Che c’è?»

«Quando faccio io le stesse cose, dici che devo reagire.»

Mirella rimase immobile.

Beatrice continuò.

«Quando le fa lui, dici “povera creatura”.»

Ci fu un silenzio lungo.

Uno di quei silenzi che nelle famiglie durano magari trent’anni prima che qualcuno trovi il coraggio di romperli.

Mirella si sedette.

«Hai ragione.»

Beatrice la guardò.

Sua madre aveva gli occhi lucidi.

«Ho avuto paura di trattarti come una persona fragile.»

«E allora hai fatto finta che non fossi ferita.»

«Sì.»

«Mi ha fatto più male.»

Mirella annuì.

Non si difese.

Non disse “l’ho fatto per te”.

Non disse “sono tua madre”.

Disse soltanto:

«Ho sbagliato.»

Argo uscì da dietro il divano.

Si sedette accanto a Beatrice.

Mirella lo osservò.

Poi disse:

«Forse questo cane è più bravo di noi.»

Da quella domenica qualcosa cambiò.

Non soltanto tra Beatrice e Argo.

Anche nella famiglia.

Il padre fu il più difficile.

Giulio era un uomo buono cresciuto in un’epoca in cui gli uomini buoni, spesso, non avevano ricevuto parole per parlare del dolore.

Quando venne a sapere che il cane aveva paura degli uomini, smise di andare a casa di Beatrice.

Disse che non voleva spaventarlo.

Beatrice capì subito che non era tutta la verità.

Una sera lo chiamò.

«Papà, perché non vieni?»

«Non voglio creare problemi al cane.»

«Argo può stare in un’altra stanza.»

Silenzio.

«Papà.»

Giulio sospirò.

«Non voglio creare problemi nemmeno a te.»

Quella frase aprì tutto.

Beatrice restò seduta sul letto con il telefono all’orecchio.

«Tu pensi che io abbia paura di te?»

Giulio non rispose.

«Papà?»

La voce dell’uomo arrivò bassa.

«Non lo so.»

Beatrice chiuse gli occhi.

«Io non ho paura di te.»

Dall’altra parte sentì un respiro spezzarsi.

Giulio disse:

«Da quando sei tornata, ogni volta che entro in una stanza tu controlli dov’è la porta.»

Beatrice non sapeva che lui se ne fosse accorto.

«Lo faccio con tutti.»

«Lo so.»

«Non significa che ho paura di te.»

«Lo so.»

Poi Giulio aggiunse:

«Ma significa che qualcuno ti ha fatto questo, e io sono tuo padre e non ho potuto impedirlo.»

Fu la prima volta che parlarono davvero.

Non della missione.

Non dei dettagli.

Del dolore.

Una settimana dopo Giulio venne a casa.

Beatrice preparò il caffè.

Argo rimase in camera con la porta aperta.

Giulio si sedette in cucina.

Non chiese di vedere il cane.

Non tentò di avvicinarsi.

Beatrice parlò con lui per quaranta minuti.

Poi Argo comparve nel corridoio.

Si immobilizzò appena vide Giulio.

Il padre lo vide.

Abbassò gli occhi verso il tavolo.

Nessuno si mosse.

Argo tornò in camera.

Per quella giornata bastava.

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