Per quattro anni Beatrice evitò ogni uomo, poi un pastore tedesco maschio le fece leggere una frase che cambiò tutto

La seconda visita arrivò fino alla porta della cucina.

La terza rimase nel corridoio.

La quarta si sedette a tre metri da Giulio.

Dopo due mesi, Argo accettò un biscotto che Giulio aveva lasciato per terra senza guardarlo.

Giulio uscì dall’appartamento e pianse in macchina.

Non lo raccontò a nessuno.

Lo confessò soltanto mesi dopo a Beatrice.

Nel frattempo anche lei avanzava.

Al secondo mese cominciò ad accarezzare Argo sulla testa.

Al terzo gli passava le dita nel pelo mentre guardava la televisione.

Al quarto lui dormiva accanto alle sue gambe.

Una sera Beatrice era in cucina e Argo in camera.

Senza pensarci disse:

«Argo.»

Il cane comparve subito sulla porta.

Beatrice rimase immobile.

Lo chiamò di nuovo.

«Argo.»

Lui inclinò la testa.

Lei si mise una mano sulla bocca.

Il giorno dopo mi chiamò.

«Daria, ieri ho detto il suo nome.»

«Immagino che succeda spesso quando hai un cane.»

«Non capisci.»

Poi me lo spiegò.

Per quattro anni Beatrice aveva evitato perfino di pronunciare nomi maschili quando poteva.

Al ristorante indicava il cameriere.

Al telefono diceva “il tecnico”.

Con i vicini diceva “quello del terzo piano”.

Non se n’era nemmeno resa conto fino a quando aveva pronunciato “Argo” senza paura.

Mi disse:

«È maschio.»

Aspettai.

«È maschio ed è sicuro.»

Un’altra pausa.

«Avevo smesso di credere che quelle due cose potessero stare nella stessa frase.»

Al quinto mese iniziarono a uscire davvero.

Prima il pianerottolo.

Poi l’androne.

Poi il marciapiede.

Poi l’edicola all’angolo.

Poi il piccolo mercato rionale.

Argo camminava alla sua sinistra.

La spalla contro la gamba.

Quando incrociavano un uomo, il cane non abbaiava.

Non ringhiava.

Non tirava.

A volte rallentava.

A volte girava leggermente la testa verso Beatrice.

E spingeva la spalla contro la sua coscia.

Come per controllare.

Ci sei?

Beatrice respirava.

Ci sono.

Era una cosa minuscola.

E per lei era tutto.

Il quartiere cominciò a conoscerli.

La signora Carla del primo piano teneva sempre un biscotto per Argo nella borsa.

Il fruttivendolo smise di uscire da dietro il banco quando vedeva Beatrice entrare, perché aveva capito che troppa vicinanza la metteva in difficoltà.

Un pensionato di sessantanove anni, il professor Renato, abitava nel palazzo di fronte.

Ogni mattina sedeva sul balcone con il giornale.

All’inizio Argo lo osservava da lontano.

Renato non lo chiamava mai.

Non faceva quei versi che la gente fa ai cani.

Non allungava la mano.

Diceva soltanto:

«Buongiorno, signorina Beatrice.»

E poi:

«Buongiorno anche a lei, collega.»

Chiamava Argo “collega”.

Dopo due mesi Argo iniziò a scodinzolare quando lo vedeva.

La prima volta Beatrice scoppiò a ridere.

Renato abbassò il giornale.

«Oggi ho ottenuto una promozione.»

«Pare di sì.»

«Fra altri sei mesi magari mi lascia anche avvicinare.»

«Non esageriamo, professore.»

Quel piccolo rito del mattino divenne importante.

Non terapia.

Non esercizio.

Vita.

La vita normale che Beatrice aveva perso.

Poi arrivò il supermercato.

Per quattro anni non era mai entrata in un negozio affollato il sabato.

Aveva scelto un piccolo supermercato di quartiere con corsie larghe.

Alle otto del mattino c’era poca gente.

Il sabato precedente aveva soltanto camminato con Argo intorno al parcheggio.

Una volta.

Due.

Tre.

Quattro.

Aveva contato le uscite.

Controllato le porte automatiche.

Guardato dove si trovavano le casse.

Il sabato successivo arrivò alle 7:50.

Parcheggiò.

Rimase in macchina undici minuti.

Cinque di quei minuti li passò con la mano sulla leva del cambio.

Poteva andare via.

Nessuno l’avrebbe saputo.

Nessuno l’avrebbe giudicata.

Poi guardò Argo sul sedile posteriore.

«Che facciamo?»

Argo la fissò.

Beatrice sospirò.

«Domanda stupida.»

Scese.

Aprì la portiera.

Argo saltò giù.

Lei mise la mano sulla pettorina.

Attraversarono il parcheggio.

Le porte automatiche si aprirono.

Dentro c’era un uomo alla cassa.

Un uomo vicino al banco dei formaggi.

Un padre con un ragazzo adolescente davanti alla frutta.

Un altro uomo stava scegliendo il pane.

Quattro.

Beatrice li vide tutti.

Immediatamente.

Il suo corpo li aveva contati prima ancora della sua mente.

Le mani cominciarono a tremare.

Il petto si strinse.

I suoni diventarono lontani.

La vista iniziò a restringersi.

Corsia uno.

Respira.

Corsia due.

Respira.

Corsia tre.

Un uomo le passò accanto con un cestino.

Beatrice si fermò.

Argo si fermò.

La spalla del cane premette contro la sua coscia.

Beatrice abbassò lo sguardo.

Argo la stava guardando.

Non guardava l’uomo.

Guardava lei.

Anche lui era teso.

Lei lo capiva dalle orecchie.

Dal respiro.

Dal modo in cui teneva il corpo.

Eppure era lì.

Beatrice mi raccontò quella scena il giorno dopo.

Disse:

«Sembrava che mi dicesse: lo so. Lo sento anch’io. Ma sono ancora qui.»

Poi rise.

«Lo so che è un cane e non parla.»

«Non serve parlare per dire certe cose.»

Beatrice annuì.

«Ho pensato: se puoi restare tu, posso restare io.»

Continuò.

Comprò latte.

Pane.

Pasta.

Pomodori.

Caffè.

Arrivò alla cassa.

Il cassiere era un uomo sui quarant’anni.

Beatrice sentì di nuovo la tensione.

Argo premette la spalla.

Il cassiere guardò la pettorina.

«Cane di assistenza?»

Beatrice deglutì.

«Sì.»

L’uomo sorrise.

«È proprio un bel ragazzo.»

Beatrice guardò Argo.

Poi rispose:

«Sì. Lo è.»

Il cassiere passò la spesa.

Nessuna domanda.

Nessuna invadenza.

«Buona giornata.»

Beatrice prese il sacchetto.

«Grazie. Anche a lei.»

Uscì.

Attraversò il parcheggio.

Caricò la spesa.

Fece salire Argo.

Chiuse le porte.

Poi cominciò a piangere.

Argo appoggiò il muso sul tunnel centrale dell’auto.

Beatrice gli infilò una mano nel pelo del collo.

E disse:

«Argo, ce l’abbiamo fatta.»

Restò in silenzio.

Poi ripeté:

«Ce l’abbiamo fatta.»

Non fu “fatta” a spezzarla.

Fu “abbiamo”.

Noi.

Per quattro anni Beatrice aveva vissuto usando soltanto l’io.

Io controllo.

Io chiudo.

Io evito.

Io resisto.

Io torno a casa.

Io devo farcela.

Quella mattina tornò a esistere un “noi”.

Otto mesi dopo, il suo mondo non era diventato improvvisamente facile.

Questo è importante.

Non ci fu nessun miracolo da film.

Beatrice aveva ancora giorni difficili.

Ancora controllava certe uscite.

Ancora preferiva sedersi vicino alla porta.

Ancora qualche voce maschile improvvisa poteva farle battere il cuore troppo forte.

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