Il ragazzo della ferramenta pagò metà delle medicine senza dirlo a nessuno.
Giuliano costruì una piccola pedana di legno per quando Nora sarebbe stata pronta a uscire.
Il barista mise un barattolo dietro al bancone con un biglietto semplice:
“Per le cure della cagnolina trovata al deposito.”
Niente foto.
Niente frasi pietose.
In tre giorni il barattolo era pieno.
Teresa rise quando glielo raccontai.
«Vedi? Si lamentano tutti che il paese è morto. Poi basta una bestiola e scopri che hanno ancora il cuore.»
Dopo tre settimane, sulla pelle di Nora comparve una peluria color pesca.
Pochissima.
Quasi ridicola.
Ma Teresa volle vederla.
Le mostrammo una foto scattata dal veterinario.
La ingrandì con due dita sul telefono.
«È pelo.»
«Sì.»
«Allora sta tornando.»
La settimana successiva Nora ebbe una ricaduta.
Ricominciò a grattarsi vicino alla coda.
Parte del pelo nuovo cadde.
Fu necessario prolungare la terapia.
Quando lo dissi a Teresa, rimase in silenzio.
Poi disse:
«Non è tornata indietro.»
«Come?»
«Non dite che è tornata indietro. Ha solo avuto una giornata storta più lunga delle altre.»
Quella frase ce la ripetemmo spesso.
Perché Nora migliorava così.
Due passi avanti.
Uno di lato.
Uno indietro.
Poi ancora avanti.
A sei settimane pesava più di ventidue chili.
Il pelo ricresceva sulle spalle.
Aveva imparato a mangiare mentre una persona rimaneva seduta nella stanza.
Aveva persino iniziato a poggiare una zampa sul mio stivale quando mi fermavo durante le brevi passeggiate nel cortile recintato.
Tre secondi.
Forse quattro.
Poi si allontanava.
Non cercavo di accarezzarla.
Era lei a decidere.
Serviva però una casa temporanea.
Un luogo tranquillo.
Poche persone.
Nessun altro animale troppo vivace.
Routine stabile.
Quando lo seppe, Teresa si presentò alla clinica con una busta di biscotti per noi.
«La prenderei io, ma ho settantadue anni e un ginocchio che fa più rumore di una serranda.»
La soluzione arrivò dalla donna che abitava sopra il vecchio forno.
Si chiamava Anna.
Sessantuno anni.
Infermiera in pensione.
Vedova da quattro.
Figli adulti a Bologna.
Viveva sola in un appartamento con un corridoio lungo, cucina grande e un piccolo giardino dietro casa.
«Non ho esperienza con cani difficili,» disse.
«Non serve essere eroici.»
«Meno male. Ho già dato con mio marito quando aveva la bronchite.»
Preparò una stanza.
Una cuccia.
Due coperte.
Ciotole di gomma.
Un cancelletto sulla porta.
I primi quattro giorni Nora non uscì quasi mai.
Anna si sedeva nel corridoio con un libro.
Leggeva.
A volte ad alta voce.
Ricette.
Articoli di giornale.
Vecchi romanzi.
Non guardava Nora.
Non le chiedeva nulla.
Il quinto giorno si svegliò e trovò Nora sdraiata fuori dalla stanza.
«Quando mi sono alzata, è scappata indietro.»
Anna rise raccontandolo.
«Pensavo di aver rovinato tutto.»
Invece Nora si fermò tre metri più in là.
Aspettò.
E quando Anna andò in cucina, la seguì.
Le prime passeggiate duravano cinque minuti.
Il rumore delle catene sui cancelli la bloccava.
Una pala appoggiata al muro la faceva indietreggiare.
Il clic di una chiusura metallica le abbassava immediatamente la testa.
Anna non tirava.
Faceva un giro più largo.
Aspettava.
Riprova domani, diceva.
Nel frattempo, tra Anna e Teresa nacque una strana amicizia.
Teresa cominciò a passare il pomeriggio con una scusa.
Una volta portava il ragù.
Una volta una coperta cucita a mano.
Una volta non portò niente.
«Sono venuta a vedere la signorina.»
Nora all’inizio la osservava da lontano.
Dopo qualche settimana arrivava fino alla porta della cucina.
Teresa si sedeva e allungava la mano, senza toccarla.
«Guarda che anch’io ho i miei tempi.»
A marzo, il pelo aveva ricoperto quasi tutto il corpo di Nora.
Restava una zona più sottile sulla spalla sinistra.
Anna non tentò mai di nasconderla con vestiti o nastri.
«È sua.»
La gente del paese cominciava a riconoscerla.
Qualcuno si fermava.
Qualcuno chiedeva se fosse “quella del deposito”.
Anna rispondeva:
«Si chiama Nora.»
Tutto qui.
Non voleva che diventasse famosa per la cosa peggiore che le era successa.
A volte penso che dovremmo fare lo stesso con le persone.
Non chiamarle “quella divorziata”.
“Quello che ha perso il lavoro.”
“Quella col figlio nei guai.”
“Quello rimasto solo.”
Un dolore non è un nome.
Dieci settimane dopo, Anna compilò i documenti per l’adozione definitiva.
Prima di firmare fece una domanda.
«Cambierà qualcosa per lei?»
«In che senso?»
«Dovrà venire spesso in struttura? Dovrà cambiare routine?»
«No.»
Anna firmò.
«Allora va bene.»
Non organizzò feste.
Niente fiocchi.
Niente foto davanti al cancello.
Quella sera cucinò pasta e fagioli per sé e preparò la solita ciotola per Nora.
Teresa passò con una torta di mele.
Giuliano arrivò con una bottiglia di vino.
Il barista chiuse mezz’ora prima.
Il ragazzo della ferramenta portò una cuccia di legno fatta a mano.
Eravamo in otto intorno al tavolo della cucina.
La domenica successiva diventammo dodici.
Anna preparò le lasagne.
Teresa portò le polpette.
Giuliano il pane.
Qualcuno parlò troppo.
Qualcuno criticò il sugo.
Qualcuno ricordò persone che non c’erano più.
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