Pensavo di adottare un solo gatto anziano, poi quella zampa tra le sbarre mi fece cambiare tutto

La signora Olga, che lasciava sempre la radio accesa.

Ci salutavamo.

Ci tenevamo la porta.

Commentavamo l’ascensore guasto.

Ma erano anni che nessuno entrava davvero nella vita dell’altro.

Era diventato normale.

La prima notte preparai tutto come avevo pianificato.

Due ciotole.

Due lettiere.

Due cuscini.

Una vecchia coperta vicino al termosifone.

Mi sentii quasi professionale.

Poi aprii i trasportini.

Arturo uscì per primo.

Fece il giro del soggiorno lentamente, annusando mobili e battiscopa.

Lina rimase dentro.

«Puoi uscire.»

Niente.

Arturo tornò verso di lei.

Emise quel piccolo sospiro.

Lina avanzò.

Un centimetro.

Poi un altro.

Alla fine uscì con il ventre quasi rasoterra.

Non guardò me.

Guardò lui.

Arturo si mise accanto a lei.

Lina gli si appoggiò contro così forte che per un attimo persero l’equilibrio.

Quella notte capii la prima cosa importante.

Non avevo adottato due gatti.

Avevo portato a casa una sola paura divisa in due corpi.

Mi sedetti sul pavimento.

Non cercai di accarezzarli.

Arturo esplorò la stanza.

Lina restò vicino al trasportino.

Se lui avanzava, lei sollevava la testa.

Se spariva dietro il divano, Lina si irrigidiva.

Quando tornava, il corpo le si rilassava.

Verso mezzanotte andai in bagno.

Chiusi la porta.

Sentii subito un rumore.

Un verso sottile.

Spezzato.

Aprii.

Arturo era davanti alla porta.

Dietro di lui Lina tremava.

«Sono qui.»

Lina non venne da me.

Si infilò contro il fianco di Arturo.

Mi sedetti nel corridoio in pigiama.

Rimasi lì finché non smise di tremare.

Il secondo giorno provai ad andare al supermercato.

Mancai da casa venticinque minuti.

Quando tornai, trovai Arturo seduto davanti alla porta.

Lina dietro.

Sembravano due pensionati offesi perché avevo fatto tardi alla messa.

«Sono andata a comprare il latte.»

Arturo mi guardò.

«E le vostre scatolette.»

Niente.

«Va bene. Ho capito.»

Il terzo giorno Arturo cominciò a mangiare solo se Lina era accanto alla ciotola.

Lina usava la lettiera solo dopo aver visto Arturo entrare nella stanza.

Se spostavo una sedia troppo velocemente, sobbalzava.

Se aprivo un armadio, correva da lui.

Se mi alzavo dal divano, mi seguiva con gli occhi.

Non era aggressiva.

Era esausta.

La paura consuma anche quando uno sta fermo.

Una mattina trovai un piccolo ciuffo di pelo sulla coperta.

Lina continuava a leccarsi lo stesso punto sul fianco.

Troppo.

Mi avvicinai.

Lei scattò con la testa.

Non mi morse.

Mi avvertì.

Tirai indietro la mano.

«Va bene.»

Arturo si mise tra noi.

Poi spinse il muso contro Lina.

Lei smise di leccarsi.

Fu allora che mi domandai se avevo fatto una sciocchezza.

Non per amore.

Per competenza.

Voler bene non significa automaticamente sapere cosa fare.

È una cosa che impariamo tardi.

Con i figli.

Con i genitori anziani.

Con chi si ammala.

Con chi perde qualcuno.

A volte vuoi aiutare e invece invadi.

Vuoi aggiustare e invece stringi troppo.

Il quinto giorno trovai un biglietto sotto la porta.

“Gentile condomina, ricordiamo che la presenza di animali deve essere comunicata all’amministratore.”

Rimasi a fissarlo.

Mi venne lo stesso nodo allo stomaco di quando arrivava una raccomandata.

Avevo previsto un gatto.

Adesso erano due.

Due animali anziani.

Due visite veterinarie.

Due possibili imprevisti.

E la mia pensione non era certo quella di una dirigente.

La parte razionale di me ricominciò a fare conti.

Spese.

Farmaci.

Lettiera.

Cibo.

Emergenze.

Mi sedetti al tavolo della cucina.

Arturo e Lina erano accoccolati insieme sulla coperta.

La zampa di Lina poggiava sulla schiena di lui.

Pensai al signor Renato.

Forse anche lui faceva conti.

Forse aveva paura di chiedere aiuto.

Forse non voleva disturbare.

Da noi, specialmente alla nostra età, c’è questa maledetta abitudine.

“Non voglio dare fastidio.”

Quante volte l’avevo detto anch’io?

Quando Carlo era morto, per settimane i vicini mi avevano chiesto se avessi bisogno di qualcosa.

Io avevo risposto sempre allo stesso modo.

“No, grazie. Me la cavo.”

Come se cavarsela da soli fosse una medaglia.

Scesi dall’amministratore.

L’ufficio era poco più grande di un ripostiglio.

Una scrivania piena di cartelle, una pianta finta, una macchinetta del caffè.

«Ho adottato due gatti.»

L’uomo mi guardò sopra gli occhiali.

«Due?»

«Sono inseparabili.»

Lo dissi troppo rapidamente.

Come se dovessi difendermi.

Lui sfogliò alcuni fogli.

«Basta registrarli. E le consiglio di verificare la copertura assicurativa, tutto qui.»

Lo fissai.

«Non devo scegliere?»

«Scegliere cosa?»

«Uno dei due.»

L’amministratore sembrò confuso.

«Signora Giulia, finché non creano problemi agli altri condomini, può tenerli entrambi.»

Provai un sollievo così forte che mi vergognai.

Avevo costruito una tragedia intera nella mia testa.

Salii.

Davanti alla porta incontrai Mirella.

La mia vicina teneva un sacchetto del pane.

«Allora?»

«Allora cosa?»

Indicò la porta.

«Ho sentito miagolare.»

Non avevo nessuna voglia di spiegare.

«Ho preso due gatti.»

«Due?»

Ecco.

Di nuovo.

Sospirai.

«Doveva essere uno.»

Mirella rimase seria.

«Anche mio marito doveva andare dal medico per un controllo e invece tornò con un cane.»

Scoppiai a ridere.

Lei pure.

Il giorno dopo mi lasciò davanti alla porta una vecchia coperta di lana.

Sopra c’era un biglietto.

“Questa era di Briciola. Magari a loro piace.”

Quella fu la prima crepa nel muro del condominio.

Poi venne Ahmed.

Mi fermò mentre rientravo con due sacchi di lettiera.

«Signora Giulia, perché non chiama?»

«Per cosa?»

Mi prese un sacco dalle mani.

«Per questo.»

«Posso farcela.»

Lui mi guardò.

«Lo so che può. Ma io abito sotto.»

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