Pensavo di adottare un solo gatto anziano, poi quella zampa tra le sbarre mi fece cambiare tutto

Una frase semplicissima.

Eppure me la portai dietro per tutto il pomeriggio.

Io abito sotto.

Come dire: non deve fare tutto sola.

Qualche giorno dopo Samira mi portò una ciotola pesante di ceramica.

«Il gatto di mia sorella non la usa.»

Era nuova.

Me ne accorsi.

Finsi di non accorgermene.

Davide invece bussò una sera.

«Mia figlia vorrebbe vederli. Solo se non li disturba.»

«Lina ha paura.»

«Allora non entriamo.»

Restarono sulla soglia.

La bambina si sedette per terra senza avvicinarsi.

Arturo comparve in fondo al corridoio.

Lina dietro.

Nessuno mosse un passo.

Dopo dieci minuti Lina smise di nascondersi.

Fu tutto.

Eppure da quel giorno, quando la bambina veniva a trovare suo padre, lasciava davanti alla mia porta un piccolo disegno.

Mai rumore.

Mai invadenza.

Solo un foglio.

Un gatto grigio.

Uno tigrato.

Due cuori.

Pensavo che la parte difficile fosse passata.

Mi sbagliavo.

Una sera Arturo non mangiò.

Gli misi davanti il suo cibo preferito.

Annusò.

Si girò.

«Arturo.»

Niente.

Provai con un bocconcino.

Niente.

Lina cominciò a camminargli intorno.

Gli spinse il muso contro la guancia.

Lui restò fermo.

Sentii una paura fredda salirmi dalla pancia.

Chiamai Paola.

Rispose quasi subito.

«Da quanto non mangia?»

«Da stamattina.»

«È anziano, Giulia. Meglio farlo controllare.»

Presi il trasportino.

Appena Arturo entrò, Lina cominciò a tremare.

Quella volta non ebbi dubbi.

Presi anche lei.

La clinica veterinaria notturna era a mezz’ora di macchina.

Fuori c’era nebbia.

Quella nebbia spessa della pianura che mangia i lampioni uno dopo l’altro.

Guidavo piano.

Continuavo a parlare.

«Ci siamo quasi.»

Non sapevo se lo dicevo a loro o a me.

Alla clinica, una giovane assistente vide i due trasportini.

«Dobbiamo visitare Arturo. Lina può aspettare qui.»

«Se li separate, lei va nel panico.»

La ragazza esitò.

«Vediamo cosa possiamo fare.»

Mi aspettavo una discussione.

Invece poco dopo arrivò una veterinaria sui sessant’anni.

«Portiamoli insieme.»

La guardai.

«Davvero?»

«Se uno tranquillizza l’altra e non interferisce con la visita, non vedo perché creare altro stress.»

Arturo era disidratato.

Niente di irreparabile, dissero.

Età.

Stress.

Cambio di ambiente.

Poco appetito.

Avrebbe avuto bisogno di controllo, liquidi e pazienza.

Mi sedetti nella sala d’attesa.

Erano quasi le due.

Guardavo le mie mani.

Pensai ancora al signor Renato.

Quell’uomo che avevo incrociato forse cento volte senza conoscerlo.

Forse Mirella lo conosceva.

Forse Ahmed lo aveva salutato.

Forse il panettiere aveva notato la sua assenza.

Forse tutti avevano pensato la stessa cosa.

Sarà dai figli.

Sarà influenzato.

Sarà uscito.

Non voglio impicciarmi.

È curioso.

Nei piccoli paesi sappiamo tutto degli altri.

Chi ha cambiato macchina.

Chi ha litigato con la nuora.

Chi ha rifatto il bagno.

Chi ha venduto un pezzo di terra.

Eppure possiamo non sapere che una persona non apre le persiane da giorni.

Il mattino dopo tornai a casa con entrambi i gatti.

E trovai quattro persone davanti al portone.

Mirella.

Ahmed.

Samira.

Davide.

«Cos’è successo?» chiese Mirella.

«Come lo sapete?»

Davide indicò la mia macchina.

«Ieri sera è rimasta via fino a tardi. Lei non esce mai a quell’ora.»

Per un attimo mi irritai.

Poi capii.

Avevano notato la mia assenza.

La stessa cosa che nessuno aveva fatto in tempo con Renato.

«Arturo non stava bene.»

Mirella si portò una mano al petto.

«E adesso?»

«Adesso deve mangiare.»

Samira indicò il trasportino.

«Allora andiamo su.»

«Per fare cosa?»

«Niente.»

Sorrise.

«Ma andiamo su.»

Quella mattina il mio soggiorno si riempì.

Non di confusione.

Di presenza.

Ahmed sistemò una mensola che traballava da anni.

Davide spostò una poltrona per creare un angolo più tranquillo.

Mirella sedette al tavolo e cominciò a raccontare di Briciola, il suo gatto morto otto anni prima.

Samira preparò il caffè.

Nessuno provò a toccare Lina.

Nessuno fece grandi discorsi.

Arturo dormiva sulla coperta.

Lina accanto.

A un certo punto Arturo aprì gli occhi.

Si alzò.

Andò verso la ciotola.

Mangiò tre bocconi.

Solo tre.

Mirella cominciò a piangere.

«Ma smettila,» le dissi.

«Sto piangendo per altro.»

«Certo.»

«È vero.»

«Va bene.»

Piangevo anch’io.

Da quel giorno nacque qualcosa che nessuno aveva programmato.

Un foglio comparve vicino alle cassette della posta.

Non so chi lo mise.

Probabilmente Davide.

C’era scritto:

“Se qualcuno del palazzo ha bisogno di una mano per spesa, farmacia, animali o semplicemente per essere controllato dopo qualche giorno di assenza, lasci il numero qui.”

All’inizio pensai che nessuno avrebbe scritto niente.

Noi italiani siamo strani.

Possiamo raccontare la vita intera al barista e vergognarci di chiedere a un vicino di comprare il latte.

Il primo numero fu quello di Mirella.

Il secondo il mio.

Poi Samira.

Ahmed.

Davide.

Olga.

Perfino il signor Cesare del terzo piano, che non salutava quasi nessuno.

Cominciammo con piccole cose.

Una busta della spesa.

Una medicina ritirata.

Una lampadina cambiata.

Una telefonata.

«Tutto bene? Non ti abbiamo visto oggi.»

Niente di eroico.

Niente fotografie.

Niente grandi promesse.

Solo il contrario dell’indifferenza.

Arturo migliorò.

Lentamente.

Ricominciò a mangiare con regolarità.

Lina continuava ad avere paura.

Ma la paura cambiò forma.

Prima bastava che sparissi dietro una porta perché si agitasse.

Poi imparò ad aspettare.

All’inizio trenta secondi.

Poi qualche minuto.

Una mattina entrai in cucina e mi accorsi che non mi aveva seguito.

Tornai indietro.

Era sul tappeto.

Da sola.

Mi guardava.

Non tremava.

«Brava.»

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