Pensavo di salvare due vecchi gatti dimenticati, ma il loro gesto mi riportò davanti a mio marito

Cominciarono a trovare tutti i posti di Paolo.

La chiazza di sole in sala dove lui leggeva il giornale.

La mattonella della cucina su cui si fermava ad assaggiare il sugo.

La poltrona.

La sua parte del letto.

Perfino il punto davanti alla finestra dove ogni sera, verso le cinque e mezza, Paolo guardava fuori aspettando che rientrasse qualcuno.

Una sera trovai Tito e Franco seduti lì.

Fianco a fianco.

Guardavano il vialetto.

Erano le cinque e trentadue.

Paolo, quando lavorava, rientrava quasi sempre alle cinque e mezza.

Mi venne freddo.

Non pensai a fantasmi.

Non sono quel tipo di persona.

Pensai semplicemente che certe case imparano le nostre abitudini.

E forse gli animali sanno leggere quello che resta.

Fu quello il primo segno del destino.

O almeno così cominciai a chiamarlo dentro di me.

Non qualcosa di soprannaturale.

Una coincidenza.

Un piccolo gesto impossibile da spiegare.

La vita che ti mette davanti qualcosa proprio quando sei troppo stanca per cercarlo.

Elena si accorse che stavo cambiando.

«Ti sento diversa», disse al telefono.

«Diversa come?»

«Più presente.»

Tito in quel momento mi stava urlando contro perché la cena aveva tre minuti di ritardo.

«Ho due padroni nuovi», risposi.

Lei rise.

Era sollevata.

Troppo sollevata.

All’inizio non me ne accorsi.

Poi cominciò con frasi piccole.

«Quando vuoi possiamo sistemare qualche vestito di papà.»

«Quando vuoi, mamma.»

«Non c’è fretta.»

Io rispondevo:

«Non ancora.»

Lei diceva:

«Va bene.»

Dopo qualche settimana quel “va bene” diventò più duro.

Una domenica arrivò con una teglia di pasta al forno.

Era una di quelle domeniche di settembre in cui il paese sembra ancora estivo ma le donne hanno già ricominciato a parlare dei funghi e delle coperte da tirare fuori.

Mangiammo in cucina.

Tito occupò la sedia vuota accanto alla mia.

Franco dormiva sotto il tavolo.

A un certo punto Elena disse:

«Mamma, forse adesso che stai meglio dovremmo pensare al futuro.»

Posai la forchetta.

«Quale futuro?»

«La casa.»

La nostra casa.

Quella comprata da me e Paolo dopo dodici anni di mutuo.

Quella in cui avevamo cresciuto due figli.

Quella dove c’erano ancora i segni delle loro altezze sulla porta della cucina.

Elena iniziò a parlare.

Tre camere erano troppe.

Le scale sarebbero diventate difficili.

Il giardino richiedeva lavoro.

Potevo trasferirmi più vicino a lei.

Magari un appartamento piccolo.

Comodo.

Nuovo.

«Questa è casa mia», dissi.

«Lo so.»

«Non sembra.»

Lei sospirò.

«Non puoi congelare la vita qui dentro.»

Congelare.

Mi fece male più di quanto probabilmente volesse.

«Tuo padre non è morto neanche da un anno.»

«Appunto.»

Mi alzai.

Portai i piatti al lavello.

La discussione finì lì.

Ma qualcosa rimase sospeso.

Nelle settimane successive io stavo perfino meglio.

Aprivo le finestre.

Andavo al mercato.

Una mattina tornai a prendere il caffè al bar della piazza, dove non mettevo piede dal funerale.

Il barista mi guardò, sorrise e disse soltanto:

«Bentornata, Maria.»

Nient’altro.

Gli fui grata.

Non avevo bisogno di domande.

In un piccolo paese la solidarietà vera spesso non parla.

La vicina mi lasciava le zucchine dell’orto.

Il farmacista mi portò una scatola che avevo dimenticato.

La signora del piano di sotto iniziò a tenere da parte il giornale per farmelo leggere.

Io, lentamente, rientravo nella vita.

Tito e Franco erano diventati famosi nel quartiere.

La nipotina della vicina li salutava dalla finestra.

Il postino chiedeva:

«Come stanno i due nonni?»

Io dicevo:

«Comandano loro.»

Poi arrivò quel giovedì.

Avevo una visita agli occhi nella cittadina vicina.

Elena insistette per accompagnarmi perché avrebbero usato le gocce per dilatare le pupille.

Aveva ragione.

Dopo la visita propose di fermarci a mangiare qualcosa.

Avrei preferito tornare a casa.

Pensavo ai gatti.

Ma Elena rise.

«Mamma, sopravvivono un’ora senza di te.»

Accettai.

Fu una di quelle decisioni minuscole che cambiano una giornata intera.

Quando tornammo, vidi subito che qualcosa non andava.

Il cappotto di Paolo non era più appeso all’ingresso.

Le tende erano aperte completamente.

La sala odorava di detergente al limone.

Troppo.

«Elena?»

Lei mi prese il braccio.

«Non arrabbiarti. Ho approfittato della visita per venire qui un po’.»

«A fare cosa?»

«A cominciare.»

Sentii lo stomaco stringersi.

La coperta di Paolo era sparita dalla poltrona.

I suoi vecchi cruciverba non c’erano più.

Il piattino di ceramica dove lasciava le monete era vuoto.

Mancavano gli occhiali storti che non usava da anni.

Il suo berretto.

La pipa che conservava anche se aveva smesso di fumare molto tempo prima.

«Dove sono le sue cose?»

Elena impallidì.

«Le ho solo messe da parte.»

In quel momento Tito entrò in sala.

Si fermò.

Guardò la poltrona.

Poi il corridoio.

Franco arrivò dietro di lui.

Annusò l’aria.

E fece un verso che non gli avevo mai sentito.

Un pianto corto.

Rotto.

Corse verso il ripostiglio e cominciò a graffiare la porta.

Io la aprii.

C’erano tre sacchi e due scatoloni.

Dentro uno dei sacchi vidi le ciabatte di Paolo.

Nello scatolone c’erano due camicie di flanella, la sciarpa, il vecchio bicchiere da barba e la coperta della poltrona.

Tito infilò la testa nello scatolone.

Franco lo seguì.

Poi cominciarono a scavare.

Non giocavano.

Cercavano.

Tito tirò fuori una ciabatta con entrambe le zampe.

Franco affondò il muso nella coperta e rimase immobile.

Io mi sedetti sul pavimento.

E crollai.

Non piangevo così dal funerale.

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