Nel filmato lo si vedeva prenderlo delicatamente tra i denti.
Andare verso la grata.
Posarlo proprio nel punto davanti al quale Marco si sedeva ogni giorno.
Non lo spinse fuori.
Non possiamo dire che volesse regalarglielo.
I cani spostano le coperte per mille motivi.
Ma una cosa era evidente.
Rocco aveva portato l’oggetto che conosceva meglio verso l’uomo di cui stava imparando a fidarsi.
Il giorno dopo avvertii Marco.
«C’è quel pezzo di coperta vicino alla grata. Non prenderlo.»
«Non avevo intenzione.»
Si sedette.
Rocco rimase davanti.
Marco appoggiò una mano sul pavimento vicino al proprio ginocchio.
La distanza tra le dita e il cane era ancora enorme.
Rocco osservò quella mano.
Marco mangiò il suo panino senza guardarlo.
Alla fine Rocco appoggiò il mento sopra il pezzetto di pile.
La distanza era sempre la stessa.
Eppure sembrava diversa.
Intanto la storia di quel corriere che passava ogni pausa pranzo seduto davanti al cane aveva cominciato a circolare.
Non sui giornali.
Non in televisione.
Nel modo in cui circolano le cose nei paesi.
Dal veterinario al bar.
Dal bar al forno.
Dal forno alla merceria.
Una volontaria lo raccontò alla sorella.
La sorella lo raccontò al marito.
Il marito, che aveva una piccola ferramenta, arrivò una mattina con dei tappeti antiscivolo avanzati da un lavoro.
«Non so se servono.»
Servivano.
Una signora in pensione che abitava a due strade dal canile portò una vecchia coperta di lana.
«Era di mio marito. Non la uso più. Magari a qualche cane fa piacere.»
Un panettiere ci lasciava ogni sabato un sacchetto di pane secco per i volontari che preparavano alcune attività olfattive.
Nessuno faceva grandi discorsi.
Nessuno si sentiva un eroe.
Era il vecchio modo del quartiere.
Uno portava quello che poteva.
Un altro aggiustava una cerniera.
Un altro ancora dava mezz’ora del proprio tempo.
La dottoressa veterinaria che seguiva Rocco controllò con attenzione le articolazioni.
La zampa posteriore destra doveva essere rinforzata.
Le spalle lavoravano più di quelle di un cane con quattro zampe.
«Non è di cristallo», spiegò a Marco.
«Ma chi lo prenderà dovrà accettare il cane che è. Non quello che vorrebbe fosse.»
Marco fece domande su tutto.
Tappeti.
Scale.
Rampe.
Peso.
Passeggiate.
Ingresso in automobile.
Dolori futuri.
A quel punto noi avevamo già capito.
Lui ancora non pronunciava la parola adozione.
Durante la terza settimana cominciò ad accompagnarci nel piccolo cortile erboso.
Restava fuori dalla recinzione mentre noi tenevamo Rocco al guinzaglio.
Sul prato Rocco era più sicuro.
Poteva allontanarsi quando voleva.
Marco camminava parallelamente alla rete.
Se Rocco si fermava, lui si fermava.
Se Rocco avanzava, lui avanzava.
Alla quarta uscita il cane lo seguì per quasi venti metri.
Non perché fosse stato chiamato.
Per scelta.
Il ventisettesimo giorno aprimmo la porta del box lasciando una seconda barriera di sicurezza.
Marco si sedette al solito posto.
Passarono undici minuti.
Rocco uscì fino alla soglia.
Vide la mano di Marco sul pavimento.
Allungò il collo.
Annusò.
Si ritrasse.
Marco restò fermo.
Secondo tentativo.
Più vicino.
Terzo tentativo.
Il naso di Rocco toccò per meno di un secondo il dorso delle dita di Marco.
Marco non girò la mano.
Non lo accarezzò.
Non rovinò tutto per il desiderio di avere di più.
Rocco tornò nella cuccia.
Fece un giro su se stesso.
Poi si sdraiò rivolto verso di lui.
Quel pomeriggio Marco compilò il modulo per l’adozione.
Alla domanda:
“Quali caratteristiche cerca in un cane?”
scrisse:
“Voglio che il cane del box diciassette possa decidere se sono una persona sicura.”
Marco viveva da solo in una piccola casa a un piano, alla periferia del paese.
Sua moglie era morta quattro anni prima.
I figli erano grandi e vivevano lontano.
Non ne parlava molto.
Una volta, mentre sistemavamo il cortile, disse soltanto:
«Dopo una certa età capisci che non tutti hanno bisogno di consigli. A volte hanno solo bisogno che qualcuno resti seduto.»
Forse per quello aveva capito Rocco prima di noi.
La casa aveva però dei problemi.
Quattro gradini di legno all’ingresso.
Pavimento laminato scivoloso.
Marco prese le misure.
Il ferramenta del paese, quello dei tappeti, venne a vedere.
Due sere dopo costruirono insieme una rampa provvisoria con bordi rialzati.
Una signora del condominio accanto regalò due passatoie.
Marco comprò un materasso basso e rigido.
Mise una ciotola dell’acqua sopra un tappetino di gomma.
Fece tutto prima ancora di sapere se Rocco avrebbe mai accettato di entrare.
Nel frattempo continuavano gli incontri.
Una volta Rocco scivolò sul bordo di un tappeto.
La zampa posteriore destra cedette di lato.
Il cane si riprese immediatamente, ma si irrigidì.
Marco rimase immobile a metà mentre si stava alzando.
Il giorno dopo Rocco tornò in fondo al box.
Sembrava che settimane di lavoro fossero sparite.
Marco si sedette di nuovo a due metri.
Esattamente come il primo giorno.
Non cercò di riconquistare la distanza perduta.
Per tre pause pranzo Rocco rimase sulla cuccia.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





