Il vecchio Boxer rifiutava ogni boccone davanti al supermercato: poi tutti capirono chi stava davvero aspettando

Il vecchio Boxer sulla sedia a rotelle rifiutava ogni boccone davanti al supermercato: aspettava una porta che nessuno di noi guardava, finché una telecamera ci mostrò il motivo.

La prima volta pensammo tutti la stessa cosa.

«Ha fame.»

Era la spiegazione più semplice.

Un Boxer anziano arrivava davanti al supermercato prima dell’alba, si sistemava sotto la tettoia con il posteriore sorretto da una piccola carrozzina e rimaneva lì, immobile, mentre noi preparavamo il negozio per l’apertura.

Io mi chiamo Paola, avevo cinquantasei anni e lavoravo in quel supermercato di quartiere, alla periferia di Ravenna, da quasi diciotto anni.

A quell’età pensavo di aver visto tutto.

Clienti che litigavano per cinquanta centesimi.

Signore che arrivavano alle sette e cinque perché «la verdura buona finisce subito».

Mariti mandati a comprare tre cose e richiamati dalle mogli quattro volte.

Non avevo mai visto un cane come quello.

Era un Boxer fulvo, ormai grigio intorno al muso. Aveva una macchia bianca sul petto, le zampe anteriori bianche come due calzini e un orecchio che gli rimaneva piegato verso il basso.

Dietro, invece, non si muoveva nulla.

Le zampe posteriori erano infilate in due sostegni di stoffa collegati a un telaio di alluminio con due ruote blu.

Portava un collare rosso.

Nessuna targhetta.

La prima mattina Marta, quella del reparto pane, gli portò un po’ di pollo avanzato dalla sera prima.

«Povera bestia.»

Gli mise la ciotola davanti.

Il cane annusò.

Leccò appena.

Poi girò la testa.

Non verso il parcheggio.

Non verso la strada.

Verso la porta laterale dei dipendenti.

La fissava.

Alle sei e diciassette precise quella porta si aprì.

Uscì Sergio.

Sergio aveva sessantaquattro anni e faceva le pulizie nel turno notturno. Era sordo dall’infanzia.

Con noi comunicava con alcuni segni, con il telefono, con bigliettini lasciati sul tavolo della sala pausa e soprattutto con quella specie di linguaggio che nasce quando lavori accanto alla stessa persona per anni.

Un’alzata di sopracciglio.

Una mano.

Un sorriso.

Un gesto verso l’orologio.

Non servono sempre le parole quando conosci qualcuno da tanto tempo.

Appena vide Sergio, il Boxer cambiò completamente.

Sollevò la testa.

Le zampe davanti iniziarono a muoversi nervosamente.

Provò quasi ad alzarsi.

Sergio batté due volte il tallone sul pavimento.

Tum.

Tum.

Il cane si spinse avanti.

Le ruote blu cominciarono a girare.

Andò dritto da lui.

Pensai che Sergio gli portasse da mangiare.

Il giorno dopo, però, il cane tornò.

E quello dopo ancora.

Qualcuno gli offrì formaggio.

Niente.

Un cliente gli lasciò mezzo panino.

Niente.

Marta provò con un pezzo di prosciutto cotto.

Lui lo annusò e tornò a guardare la porta.

Beveva.

Ma non mangiava quasi niente finché Sergio era dentro.

Alle sei e un quarto iniziava ad agitarsi.

Alle sei e diciassette la porta si apriva.

Tum.

Tum.

E partiva.

Per quasi due settimane diventò il mistero del supermercato.

C’era chi diceva che appartenesse a qualcuno delle case popolari dietro il parcheggio.

Chi sosteneva che Sergio lo nutrisse da mesi.

Chi era convinto che qualcuno lo portasse lì apposta perché «tanto quelli del supermercato gli danno qualcosa».

In un quartiere italiano le teorie nascono prima dei fatti.

Basta una persona seduta sempre sulla stessa panchina e dopo tre giorni tutti sanno chi aspetta, perché aspetta e quanto ha sul conto in banca.

Naturalmente quasi sempre senza sapere niente.

Sergio, ogni mattina, usciva dal turno e controllava la carrozzina.

Stringeva una cinghia.

Passava una mano sul collare.

Poi camminava accanto al cane verso la strada dietro il supermercato.

Io avrei voluto chiedergli cosa stesse succedendo.

Ma i nostri turni si incrociavano per pochi minuti e, come capita spesso, rimandavo.

«Domani.»

Poi un cliente protestò.

Non con cattiveria.

Disse semplicemente che un cane sulla carrozzina davanti all’ingresso poteva essere investito da un carrello o da un’auto.

Aveva ragione.

Aprile stava diventando caldo.

Il parcheggio dalle sette in poi era un continuo entrare e uscire.

Chiesi allora a Marco, l’addetto alla sicurezza, di controllare le telecamere.

Pensavamo di scoprire chi abbandonasse il Boxer lì ogni mattina.

Alle quattro e trentadue apparve invece Sergio.

Camminava sul marciapiede.

Accanto a lui avanzava il cane sulle due ruote blu.

Sergio stese una vecchia coperta marrone sotto la parte più profonda della tettoia.

Riempì una ciotola d’acqua.

Controllò le cinghie.

Poi si inginocchiò davanti al Boxer.

Alzò la mano.

Palmo aperto.

Aspetta.

Entrò dalla porta dei dipendenti.

Per quasi due ore il cane non guardò altro.

Non i clienti.

Non il cibo.

Non le auto.

La porta.

Ogni volta che un transpallet faceva vibrare il pavimento, sollevava la testa.

Ogni volta che qualcuno si avvicinava dall’interno, si tirava sulle zampe anteriori.

Se usciva la persona sbagliata, tornava giù.

Marco mandò avanti il filmato.

Alle sei e diciassette Sergio uscì.

Il cane si mosse prima ancora che la porta si richiudesse.

Fu allora che notammo una cosa.

Sergio si abbassò immediatamente accanto alla ruota sinistra.

Sollevò una parte dell’imbracatura.

Sotto c’era una macchia scura sulla stoffa.

La ingrandimmo.

Non era sangue.

Ma la pelle appariva molto arrossata.

Mi si strinse lo stomaco.

Quel cane non stava semplicemente aspettando Sergio.

Sergio stava nascondendo un problema.

Quando lo fermai quella mattina, lui capì subito.

Indicai la carrozzina.

Poi il fianco del cane.

Sergio abbassò gli occhi.

Scrisse sul telefono:

Tre giorni.

«Da tre giorni è così?»

Annuì.

Scrisse ancora:

Venerdì mi pagano. Veterinario venerdì.

Mi sembrò di vedere in quelle poche parole tutta la vergogna di un uomo che non voleva chiedere niente a nessuno.

Ed è una vergogna che conosco bene.

Quella della nostra generazione.

Quella di chi è cresciuto sentendosi dire:

«Prima fai con quello che hai.»

«Non disturbare.»

«Non chiedere favori.»

«I problemi di casa restano in casa.»

Solo che qualche volta quella dignità diventa una gabbia.

Portammo Sergio nella sala pausa.

Il direttore, Roberto, arrivò poco dopo.

Nessuno lo minacciò.

Nessuno parlò di licenziamento.

Gli chiedemmo soltanto di raccontare.

Sergio rimase in silenzio qualche secondo.

Poi iniziò a scrivere.

Sette settimane prima, tornando a casa dopo il turno, era passato vicino a un canale di scolo dietro il deposito degli autobus.

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