La cagnolina trovata quasi senza forze dietro il mercato rispondeva solo al suo nome. Poi tutto il quartiere scoprì perché valeva la pena aspettare.
«Piano. Non darle altro.»
La dottoressa Serena alzò una mano mentre io avevo già il cucchiaino a pochi centimetri dal muso della cagnolina.
Era così magra che, sotto il pelo beige e bianco, si contavano le costole una per una.
Sembrava impossibile che un corpo tanto stanco potesse ancora avere fame.
Eppure il suo naso si era appena mosso verso l’odore del cibo.
«Se mangia troppo in fretta, rischiamo di peggiorare tutto.»
Annuii e abbassai il cucchiaino.
Erano le sette e un quarto di una sera di novembre, in un ambulatorio veterinario alla periferia di Bologna.
Fuori pioveva da ore.
Le auto passavano sull’asfalto bagnato, e dalla finestra arrivava quel rumore continuo di gomme sull’acqua che, nelle sere fredde, fa sembrare la città ancora più sola.
La cagnolina era arrivata dodici minuti prima.
L’aveva trovata Giulio, uno degli addetti del servizio comunale che recuperava animali vaganti.
Era accucciata sotto la tettoia posteriore del vecchio mercato rionale, accanto alle cassette vuote della frutta e a un mucchio di cartoni bagnati.
Il mercato aveva chiuso da poco.
I negozianti avevano tirato giù le serrande.
Il bar all’angolo stava lavando il pavimento.
Nessuno sapeva da quanto tempo fosse lì.
Giulio l’aveva vista perché, mentre caricava alcune gabbie sul furgone, aveva notato un lembo di pelo chiaro tra i cartoni.
Le aveva parlato.
Nessuna risposta.
Aveva battuto piano le dita sul cemento.
Niente.
Quando si era avvicinato, lei non aveva neppure provato ad alzare la testa.
«Pensavo fosse morta», ci disse.
Io mi chiamo Elena Bassi.
Avevo quarantotto anni e lavoravo come assistente veterinaria da quasi vent’anni.
Avevo visto cani investiti, gatti caduti dai balconi, animali anziani arrivati all’ultimo giorno della loro vita.
Avevo imparato a tenere ferme le mani anche quando dentro mi si stringeva lo stomaco.
Ma quella sera, guardando quella cagnolina sul telo blu del tavolo visite, dovetti schiarirmi la voce prima di parlare.
Pesava poco più di quattordici chili.
Un cane della sua struttura avrebbe dovuto pesarne almeno ventidue.
Le anche sporgevano come due pietre.
La schiena era una linea sottile e dura.
Le zampe posteriori avevano perso quasi tutta la massa muscolare.
Aveva una striscia bianca sul muso, una zampa anteriore sinistra completamente bianca e una piccola macchia a mezzaluna sotto la gola.
Nessun collare.
Nessuna medaglietta.
Nessun microchip.
La dottoressa Serena Conti le controllò le gengive, ascoltò il cuore e misurò la temperatura.
«È bassa.»
Poi aggiunse, quasi sottovoce:
«Calore. Liquidi, ma molto lentamente. E niente abbuffate.»
Sul verbale di ritrovamento Giulio aveva scritto: “Femmina, meticcia da seguita, nessun identificativo”.
Sotto, nel campo del nome provvisorio, c’era una parola.
Maggio.
Quando gli chiesi perché, indicò la foto che aveva scattato nel punto del ritrovamento.
Sopra i cartoni c’era un vecchio calendario pubblicitario, scolorito e mezzo strappato.
Era rimasta appesa solo la pagina di maggio.
«Mi è venuto così», disse.
La dottoressa si chinò verso il tavolo.
«Maggio?»
La cagnolina sbatté lentamente una palpebra.
Solo una.
Ci fermammo.
Pensai a un caso.
Nora, la ragazza che si occupava delle degenze, provò di nuovo.
«Maggio.»
La stessa palpebra si chiuse.
Poi si riaprì.
Il resto del corpo rimase immobile.
Niente coda.
Niente orecchie dritte.
Niente testa sollevata.
Solo quel piccolo movimento.
Provammo con altre parole.
«Ehi.»
Niente.
«Bella.»
Niente.
Picchiettai leggermente sul tavolo.
Nessuna reazione.
Poi dissi:
«Maggio.»
Una palpebra.
Nora mi guardò.
«Lo conosce.»
Non potevamo saperlo.
Forse quel suono somigliava a un nome già sentito.
Forse il suo cervello, stremato, riusciva semplicemente a distinguere meglio quelle due sillabe.
Ma in quel momento non ci interessava trovare una spiegazione poetica.
Ci interessava una cosa sola.
Dentro quel corpo quasi immobile c’era ancora una risposta.
La coprimmo con teli caldi e sacche termiche avvolte negli asciugamani.
Serena calcolò con precisione la quantità di liquidi.
La tentazione, quando vedi un animale ridotto così, è dargli tutto.
Acqua.
Cibo.
Calore.
Subito.
Ma un organismo rimasto senza nutrimento a lungo può non sopportare un ritorno improvviso all’abbondanza.
Anche ciò che serve a salvarlo, se dato troppo in fretta, può diventare un problema.
Così iniziammo con gocce.
Millilitri.
Cucchiaini.
Un lavoro che sembrava ridicolo davanti a una fame così grande.
E invece era l’unico modo.
Dopo meno di un’ora, il monitor cambiò ritmo.
Serena si voltò di scatto.
Io controllai il catetere.
Nora restò vicino alla testa.
Per qualche secondo nessuno parlò.
Poi lei disse:
«Maggio.»
Nessuna reazione.
Passarono due secondi.
Tre.
Infine la palpebra si chiuse appena.
Così piano che quasi non si vedeva.
«È ancora qui», disse Nora.
Non era una frase scientifica.
Ma nessuno la corresse.
Quella prima notte fu fatta di attese.
Gli esami mostrarono anemia, disidratazione, proteine molto basse e carenza di potassio.
Più tardi trovammo anche parassiti intestinali, una delle possibili cause del suo stato.
Non aveva fratture.
Non aveva ferite recenti.
Non c’era un grande evento da raccontare.
Nessun incidente spettacolare.
Nessun mistero da giornale.
Solo un corpo che, giorno dopo giorno, aveva consumato tutto ciò che aveva.
Serena stimò che avesse quattro o cinque anni.
Una vita ancora giovane.
Alle undici provammo una quantità minima di alimento liquido.
Le sfiorai appena il labbro.
La lingua si mosse.
Poi si fermò.
Aspettammo.
«Maggio.»
Una palpebra.
Quella risposta diventò il nostro punto di riferimento.
Non voleva dire che stesse bene.
Non voleva dire che ci riconoscesse.
Non voleva dire che avrebbe superato la notte.
Era solo una reazione ripetibile.
Quando un essere vivente ha quasi smesso di reagire, anche una sola risposta conta.
A mezzanotte le cambiammo posizione.
Il suo corpo era così ossuto che dovemmo imbottire con doppi teli la zona delle anche e dei gomiti.
Ogni volta che la giravamo, uno sosteneva le spalle e un altro il bacino.
Prima di toccarla dicevamo il suo nome.
«Maggio, adesso ti giriamo.»
All’inizio non reagiva.
Verso l’una, mentre le controllavo il polso, una delle orecchie si mosse di pochi millimetri.
Fu il primo movimento che non fosse una palpebra.
Alle due ingerì un’altra piccola dose.
Alle tre ne deglutì due.
Alle quattro e mezzo la temperatura raggiunse il limite più basso della normalità.
Togliemmo una delle sacche calde.
Nessuno festeggiò.
Chi lavora con animali molto debilitati lo sa.
Il miglioramento di un’ora non è una promessa.
All’alba tornò Giulio.
Aveva finito il turno e si era cambiato.
Restò sulla porta.
«Ha mosso la coda?»
Scossi la testa.
Maggio giaceva ancora sul fianco.
Nora le si avvicinò.
«Buongiorno, Maggio.»
La cagnolina chiuse una palpebra.
Poi tirò la zampa bianca verso il petto di mezzo centimetro.
Giulio lo vide.
«È più forte?»
«Forse», risposi. «O forse ha capito che non è più sotto quei cartoni.»
Giulio rimase in silenzio.
Poi disse:
«Per oggi mi basta.»
Maggio superò la prima notte.
Il problema, adesso, era capire se il suo corpo avrebbe tollerato proprio ciò di cui aveva più bisogno.
Il cibo.
Il secondo giorno le dosi erano ancora minuscole.
Quattro leccate potevano essere considerate un pasto.
Una ciotola piena, invece, poteva essere pericolosa.
I valori nel sangue venivano controllati di continuo.
Quando alcuni minerali iniziarono a diminuire, Serena bloccò l’aumento delle calorie.
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