Non andava bene.
Un’altra viveva al terzo piano senza ascensore.
Non andava bene.
Una coppia aveva tre cani giovani e molto vivaci.
Durante l’incontro Maggio si nascose dietro Teresa.
Anche quella casa non era giusta.
«Io posso tenerla quanto serve», diceva Teresa.
Non aveva mai chiesto di adottarla.
Quando le domandavamo perché, rispondeva:
«Non voglio fare l’egoista. Magari c’è una famiglia più adatta.»
Ma il quartiere aveva già capito tutto.
La domenica, Adele passò da Teresa con una teglia di lasagne.
Le due donne mangiarono in cucina.
Maggio dormiva sulla coperta blu accanto al termosifone.
«Sai qual è il tuo problema?» disse Adele.
Teresa alzò un sopracciglio.
«Sentiamo.»
«Hai passato la vita a pensare che gli altri avessero sempre più bisogno di te.»
Teresa rise.
«E quindi?»
«E quindi non ti accorgi mai quando sei tu ad aver bisogno di qualcuno.»
Teresa guardò Maggio.
La cagnolina dormiva.
Una palpebra chiusa, l’altra appena socchiusa.
«Io sto bene da sola.»
Adele raccolse il pane dal piatto.
«Certo. Anch’io. Tutti stiamo benissimo da soli, finché qualcuno non ci aspetta dietro una porta.»
Teresa non rispose.
Il lunedì successivo Maggio aveva la visita di controllo.
Nora entrò per prima.
La coda si mosse.
Poi entrai io.
La coda batté più forte.
Serena disse il suo nome mentre prendeva lo stetoscopio.
Maggio chiuse una palpebra, poi annusò la sua manica.
Teresa era rimasta vicino alla porta.
Non voleva intralciare.
A un certo punto Maggio si voltò.
La vide.
La coda salì più in alto di quanto l’avessimo mai vista.
Attraversò la stanza senza imbracatura.
Dieci passi.
Forse dodici.
Arrivò davanti a Teresa e le premette la spalla contro le gambe.
Teresa rimase immobile.
Poi si chinò e appoggiò una mano sul suo dorso.
«Va bene», mormorò.
Adele aveva ragione.
L’adozione diventò ufficiale qualche settimana dopo.
Maggio aveva raggiunto il peso ideale.
L’anemia era risolta.
Gli esami erano stabili.
Non sarebbe mai stata una cagnolina da lunghe corse.
Le gambe posteriori si stancavano ancora prima del normale.
Teresa lasciò tutte le passatoie.
E lasciò anche il materasso accanto alla cucina.
La coperta blu tornò a casa con loro.
Era stata lavata così tante volte che ormai non aveva più nessun odore dell’ambulatorio.
Eppure Maggio la preferiva a tutte le altre.
La parola “Maggio” cambiò significato.
All’inizio voleva dire:
termometro.
medicina.
cibo.
girarsi.
resistere.
Poi cominciò a voler dire:
la porta del cortile è aperta.
Teresa è tornata.
La cena è pronta.
Nora è venuta a trovarti.
Qualcuno ti sta cercando perché appartieni a questa casa.
Il quartiere continuò a occuparsi di lei anche dopo l’adozione.
Non con grandi gesti.
Con quelli piccoli.
Adele conservava qualche pezzetto di carne cotta senza sale e chiedeva sempre a Teresa se potesse darglielo.
Il barista teneva una ciotola d’acqua fuori dal locale.
Il pensionato della ferramenta salutava Maggio ogni mattina.
«Oh, principessa. Oggi come va?»
Maggio non si fidava di tutti allo stesso modo.
Con alcuni si avvicinava.
Con altri si limitava a guardare.
Nessuno la forzava.
Col tempo, però, successe una cosa che nessuno aveva previsto.
Le persone iniziarono a fermarsi.
Davvero fermarsi.
La signora del terzo piano scendeva per vedere Maggio e finiva a bere un caffè con Teresa.
Adele chiudeva dieci minuti prima il sabato e portava una focaccia.
Giulio, quando passava col furgone, suonava una volta il clacson.
Maggio riconosceva il rumore e alzava la testa.
Quel cortile diventò un posto dove si parlava.
Di figli che vivevano lontano.
Di mariti morti.
Di pensioni troppo basse.
Di nipoti che chiamavano poco.
Di ginocchia che facevano male.
Di ricette.
Di fotografie di quando si aveva vent’anni.
Nessuno aveva deciso di creare una comunità.
Era successo.
Come succedono certe cose nei quartieri vecchi.
Uno porta una sedia.
Uno porta il caffè.
Un altro si ferma cinque minuti.
E quei cinque minuti diventano un’abitudine.
Maggio, che era stata trovata sola sotto una tettoia, aveva finito per rimettere insieme persone che abitavano a pochi metri e non si conoscevano più.
Una sera di primavera passai da Teresa dopo il lavoro.
Il sole entrava basso dalla finestra.
Maggio era distesa sulla coperta blu.
Il pelo era ormai pieno e morbido.
Le anche non sporgevano più.
La zampa bianca toccava il bordo del telo.
Teresa era seduta al tavolo con Adele.
Sul piatto c’erano biscotti secchi e due tazzine.
Dal cortile arrivavano voci.
Qualcuno rideva.
Dissi:
«Maggio.»
Una palpebra si chiuse.
Il gesto più antico.
Poi alzò la testa.
Si mise in piedi senza aiuto.
Camminò verso di me.
Dodici passi.
La prima notte non riusciva a farne neppure uno.
Annusò la mia mano.
La coda si muoveva tranquilla.
Poi tornò verso Teresa e si sdraiò accanto alla sua sedia.
Nessuno applaudì.
Nessuno pianse.
Nessun allarme suonò.
Nessuno contò i respiri.
Ed era proprio quella normalità il risultato di mesi di lavoro.
Teresa allungò una mano e le sfiorò l’orecchio.
«Guarda che vita ti sei fatta, eh?»
Maggio chiuse una palpebra.
Adele rise.
«Quella ti risponde.»
Io guardai la coperta blu.
Pensai alla sera in cui quella cagnolina aveva un solo movimento da offrirci.
Un battito di palpebra.
Nulla di più.
Adesso poteva scegliere se alzarsi.
Poteva scegliere dove dormire.
Poteva scegliere chi avvicinare.
Poteva attraversare il cortile.
Poteva aspettare Teresa dietro la porta.
E poteva ancora rispondere al suo nome con quel vecchio gesto.
Solo che ormai non significava più:
“Non mi avete ancora persa.”
Significava:
“Vi ho sentiti.”
E, forse soprattutto:
“So di essere a casa.”





