Poi Arturo aprì il trasportino.
Barnaba salì lentamente sul letto.
Camminò sulla coperta fino al petto di Lorenzo.
Si fermò.
Lo fissò con il suo unico occhio aperto.
Poi si accoccolò.
Cominciò a fare le fusa.
Forti.
Profondissime.
Lorenzo appoggiò una mano tremante sulla sua testa.
«Le zampe?»
Arturo sorrise.
«Staranno bene.»
Poi aggiunse:
«Ma io sto invecchiando. E lui pure.»
Tre strade più in là c’era un piccolo rifugio per animali.
Arturo ci aiutava ogni tanto.
Avevano poco personale e molti animali difficili da affidare.
Vecchi.
Malati.
Spaventati.
Gatti che si nascondevano quando arrivavano famiglie in cerca di un animale giovane, bello e socievole.
Arturo disse a Lorenzo:
«Quando esci da qui, potresti venire qualche pomeriggio. Non devi fare niente di speciale. Puoi sederti con loro.»
Lorenzo continuò ad accarezzare Barnaba.
Poi annuì.
Sei mesi dopo, mio figlio si alzava alle sei senza che io lo chiamassi.
Andava a scuola.
Seguiva il suo percorso con i professionisti che lo stavano aiutando.
E nel pomeriggio correva al rifugio.
Il suo nuovo quaderno era pieno di nomi.
Nebbia.
Marta.
Peppe.
Luna.
Tobia.
Sapeva quale gatto odiava il rumore delle chiavi.
Quale mangiava soltanto se qualcuno restava seduto accanto.
Quale fingesse di non voler essere accarezzato per poi protestare quando ti alzavi.
Ogni sera, tornando a casa, Lorenzo si fermava sul portico di Arturo.
Una bibita per lui.
Una per il vicino.
Barnaba in mezzo.
Per la prima volta da anni cominciai a credere che forse nostro figlio non dovesse diventare ciò che avevo pianificato.
Doveva semplicemente riuscire a diventare se stesso.
Poi arrivò la lettera.
Una sera tornai dalla trattoria e trovai Lorenzo sotto la luce del portico di Arturo.
Aveva un foglio bianco stretto nel pugno.
Barnaba era tra le sue braccia.
«Non possono farlo.»
Non avevo sentito quella voce da mesi.
Non era triste.
Era furiosa.
Presi il foglio.
L’edificio del rifugio era stato venduto.
Un gruppo di benefattori aveva offerto fondi per trasferire l’attività in una sede più piccola.
Ma il nuovo progetto avrebbe privilegiato animali più semplici da affidare.
Giovani.
Sani.
Socievoli.
Gli animali con problemi cronici o comportamentali sarebbero stati trasferiti altrove.
Quattordici gatti erano già nella lista.
Forse di più.
Lorenzo aveva una mano che tremava.
«Li stanno scegliendo.»
«Stanno cercando di salvare il rifugio», dissi.
Ancora oggi vorrei poter ingoiare quella frase prima che arrivasse alla sua seconda parte.
«Se almeno riescono a salvarne molti…»
Lorenzo impallidì.
«Molti.»
«Non intendevo—»
«I facili restano. I difficili spariscono.»
«Lorenzo, non è così semplice.»
Mi guardò.
«No. È semplicissimo.»
Strinse Barnaba.
«Quando c’è abbastanza tempo e abbastanza denaro tutti dicono che ogni vita conta. Quando finiscono, cominciano le categorie.»
Arturo rimase in silenzio.
«Giovane.»
«Vecchio.»
«Sano.»
«Costoso.»
«Adottabile.»
«Problematico.»
Lorenzo deglutì.
«Sai quante volte ho sentito parole simili riferite a me?»
Mi si gelò il sangue.
«Non parlare così.»
«Perché?»
Posò Barnaba tra le braccia di Arturo.
«Perché ti fa paura?»
Poi scese dal portico.
Io gli corsi dietro.
Arturo mi fermò con una frase.
«Non inseguirlo come se avesse fatto qualcosa di sbagliato.»
Mi voltai.
«E allora cosa faccio?»
«Seguilo come si segue qualcuno che conta.»
Lo trovai un’ora dopo nel rifugio.
Seduto per terra davanti alla gabbia di un grosso gatto grigio chiamato Moro.
Mezza coda.
Labbro storto.
Una vecchia ferita sulla zampa.
Se qualcuno si muoveva rapidamente, Moro correva in fondo alla gabbia.
Con Lorenzo no.
Lorenzo restava immobile.
Aspettava.
Sul cartellino c’era un adesivo giallo.
Trasferimento.
Mi sedetti accanto a lui.
Le ginocchia scricchiolarono.
Moro sussultò.
Lorenzo abbassò immediatamente lo sguardo per tranquillizzarlo.
Mi fece male.
Mio figlio aveva imparato perfettamente come stare accanto a una creatura spaventata.
Io stavo ancora imparando a farlo con lui.
«Scusa.»
«Per cosa?»
Aveva ragione.
La lista era lunga.
Per non aver visto.
Per aver confuso il sacrificio con la presenza.
Per aver pensato che lavorare dodici ore al giorno per il suo futuro mi permettesse di non accorgermi del suo presente.
«Per quello che ho detto.»
Lorenzo aprì lentamente una mano.
Moro si avvicinò e prese un bocconcino dalle sue dita.
«Mamma, questo non è un capriccio.»
«Lo so.»
«No.»
Mi guardò.
«Tu pensi ancora che un giorno guarirò abbastanza e tornerò sulla strada che avevi scelto per me.»
Non sapevo cosa rispondere.
Sul tavolo della cucina avevo ancora opuscoli universitari.
Moduli.
Date.
Corsi.
Tutto quello che potevo mostrare alle zie durante il pranzo della domenica.
“Lorenzo farà questo.”
“Lorenzo entrerà lì.”
“Lorenzo ha sempre avuto talento.”
La bella figura.
La parola che nessuno dice apertamente, ma che governa metà delle nostre decisioni.
Avere un figlio che sta bene non sembrava bastarmi.
Volevo un figlio che sembrasse riuscito.
Due giorni dopo litigammo davvero.
Lorenzo disse che non avrebbe presentato subito la domanda per l’università.
«Non adesso.»
Sentii salire il panico.
«Non puoi buttare via tutto.»
«Non sto buttando via niente.»
«Hai talento! Hai possibilità!»
«E io sono ancora qui.»
«Cosa vuol dire?»
Mi guardò.
«Che forse essere ancora qui dovrebbe contare più di un modulo.»
Mi arrabbiai.
Perché aveva ragione.
E quando qualcuno tocca la nostra paura più profonda, spesso la prima cosa che facciamo è difenderci.
«Non ho fatto turni doppi per anni perché tu passassi la vita in un rifugio pieno di gatti che nessuno vuole.»
Silenzio.
Vidi qualcosa spezzarsi nei suoi occhi.
«Eccolo.»
«Cosa?»
«Il punto.»
Aveva la voce piatta.
«Quelli che nessuno vuole.»
Tentai di avvicinarmi.
«Non parlavo di te.»
«Lo so.»
Raccolse gli opuscoli universitari e me li mise tra le mani.
«Ma forse ne hai bisogno più tu di me.»
Uscì.
Quella sera Arturo venne alla mia porta.
Barnaba sotto un braccio.
«È sul mio portico.»
Annuii.
Avevo pianto tanto da avere mal di testa.
«Pensi che sia una madre orribile?»
Arturo sbuffò.
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