Mio padre svuotò i miei risparmi per un vecchio gatto malato, ma il vero motivo mi distrusse

Mio padre svuotò i risparmi destinati ai miei studi per un gatto vecchio e malato. Lo chiamai mostro, finché un foglio spiegò tutto.

Sbatté il trasportino sul bancone del rifugio con tanta forza che il vecchio gatto dentro emise un miagolio rauco.

«Riprendetevelo. Subito.»

La volontaria, una donna sui sessant’anni con i capelli grigi raccolti male, guardò prima me, poi il gatto con un solo occhio.

«Signorina, si calmi.»

«Non mi devo calmare. Mio padre ha perso la testa per questo animale.»

Avevo vent’anni, le mani tremavano e dentro di me c’era una rabbia che mi faceva quasi male ai denti.

Un’ora prima avevo controllato il nostro conto dei risparmi.

Zero.

Non pochi soldi.

Zero.

Erano i soldi che mio padre Giulio aveva messo da parte per quasi dieci anni, da quando mamma era morta.

Dieci anni di levatacce alle cinque.

Dieci anni passati tra legname, polvere, consegne e lavori extra nel piccolo deposito di materiali del nostro paese, sulle colline tra Bologna e Modena.

Dieci anni in cui lui comprava scarpe nuove solo quando le vecchie avevano la suola aperta.

Io servivo ai tavoli il sabato e la domenica, mettevo da parte le mance e disegnavo di notte.

Il sogno era sempre stato uno.

Entrare in una prestigiosa accademia privata d’arte a Milano.

Quando finalmente arrivò la lettera di ammissione, corsi in cucina per dirglielo.

Ma quella mattina la trovai nel cestino.

Strappata.

Dodici pezzi tra fondi di caffè e bucce di cipolla.

«Che hai fatto?»

Papà era seduto al tavolo con una tazza davanti.

Da mesi tossiva più del solito, ma dava la colpa alla polvere respirata al lavoro.

«I programmi cambiano, Marta.»

«Hai strappato la mia lettera.»

Non rispose.

«E i soldi?»

Abbassò gli occhi.

«Servivano.»

Fu allora che persi completamente il controllo.

Presi la tazza e la scagliai contro il muro.

Si ruppe sopra le vecchie mattonelle che mamma aveva scelto quando ero bambina.

Papà non urlò.

Non mi diede uno schiaffo.

Non disse neppure il mio nome.

Prese la scopa.

Cominciò a raccogliere i cocci.

Quella sua calma mi fece infuriare ancora di più.

Perché nello stesso momento, in salotto, c’era Nerone.

Un gatto spelacchiato, magrissimo, con un occhio opaco e l’altro mancante, arrivato dal rifugio due mesi prima.

Papà gli preparava petto di pollo lesso.

Gli aveva comprato una coperta termica.

Gli puliva il muso con una garza tiepida.

La sera si sedeva sul balcone avvolto nel suo vecchio giaccone e lasciava che Nerone dormisse sulle sue gambe.

Per quel gatto trovava soldi.

Per quel gatto trovava pazienza.

Per mia madre aveva conservato ogni fotografia.

Per me, invece, aveva strappato la lettera che aspettavo da tutta la vita.

«Sei diventato un mostro», gli dissi prima di uscire.

Lui continuò a spazzare.

Nemmeno mi guardò.

Adesso ero al rifugio e pretendevo che si riprendessero Nerone.

La volontaria non litigò con me.

Si chiamava Teresa.

Chiuse la porta dell’ufficio e appoggiò il trasportino a terra con una delicatezza che, in quel momento, mi irritò ancora di più.

«Sai cos’è un affido di fine vita?»

«Non mi interessa.»

«A tuo padre interessava.»

Aprì una cartellina.

Nerone aveva un’insufficienza renale avanzata.

Era vecchio, quasi cieco e aveva bisogno di cure quotidiane.

Nessuno voleva adottarlo.

Papà, invece, era entrato nel rifugio e aveva fatto una richiesta precisa.

«Datemi quello che nessuno porterà a casa.»

Risi senza allegria.

«Certo. Il santo del paese. Peccato che per salvare un gatto abbia distrutto la vita di sua figlia.»

Teresa smise di parlare.

Il suo viso cambiò.

Aprì una tasca laterale del trasportino e tirò fuori un foglio piegato in quattro.

«Questo è rimasto qui dopo l’ultima visita.»

Me lo porse.

Non era una fattura veterinaria.

In alto c’era l’intestazione generica del reparto oncologico dell’ospedale provinciale.

Nome del paziente: Giulio Bernardi.

Carcinoma polmonare.

Malattia in fase avanzata.

Prognosi severa.

Trattamento esclusivamente palliativo.

Lessi una volta.

Poi una seconda.

Alla terza le lettere cominciarono a muoversi.

«No.»

Teresa non disse niente.

«No, lui ha solo la tosse.»

Sentii la mia stessa voce diventare quella di una bambina.

«Lavora con la polvere da trent’anni. Ha sempre tossito.»

Teresa aveva gli occhi lucidi.

«Lo sa da qualche mese.»

Mi sedetti.

O meglio, le gambe smisero di sostenermi e la sedia mi trovò prima del pavimento.

Improvvisamente vidi tutto.

Le maniche diventate troppo larghe.

I piatti lasciati a metà.

La porta del bagno chiusa per lunghi minuti.

Le notti in cui sentivo qualcuno camminare in cucina alle tre.

Io avevo visto.

Non avevo capito.

«I soldi», sussurrai. «Li ha spesi per curarsi?»

Teresa scosse la testa.

«Nemmeno.»

«Allora dove sono?»

Mi spiegò che Giulio aveva accumulato alcuni debiti legati al piccolo laboratorio che aveva tentato di mantenere in piedi negli ultimi anni e che temeva che, alla sua morte, tutto diventasse più complicato.

La casa era già gravata da vecchi impegni.

I risparmi sul conto non sarebbero stati una sicurezza per me.

Così aveva fatto l’unica cosa che, nella sua testa testarda, significava proteggermi.

Aveva pagato in anticipo all’accademia le rette previste e aveva versato una grossa somma per il mio alloggio studentesco.

Il mio futuro non era sparito.

Era stato pagato.

«Perché non me l’ha detto?»

Teresa si asciugò una lacrima.

«Perché sapeva che non saresti partita.»

Fu come ricevere un pugno nello stomaco.

Papà mi conosceva.

Sapeva che avrei rinunciato a Milano.

Avrei trovato un lavoro al supermercato o al bar della stazione.

Avrei imparato dosi, medicine, bombole d’ossigeno.

Avrei trasformato i miei vent’anni nei suoi ultimi mesi.

E lui non voleva.

Perciò aveva deciso di farmi credere che fosse diventato egoista.

Aveva strappato la lettera.

Mi aveva lasciata urlare.

Aveva accettato che lo chiamassi mostro.

Preferiva morire sapendo che sua figlia lo odiava piuttosto che vederla rinunciare alla propria vita.

Guardai il trasportino.

Nerone mi fissava con il suo unico occhio.

E capii anche quello.

Papà voleva mandarmi via.

Ma aveva paura di restare solo.

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