Così era andato al rifugio a cercare qualcuno che avesse esattamente la sua stessa condanna.
Vecchio.
Malato.
Scartato.
Con poco tempo davanti.
Due creature orgogliose che non volevano essere compatite.
Afferrando il trasportino corsi alla macchina.
A casa trovai papà addormentato sulla poltrona.
Sembrava più piccolo.
Molto più vecchio dei suoi sessantadue anni.
Aprii il trasportino.
Nerone uscì lentamente, trascinando un poco la zampa posteriore.
Saltò sulla poltrona con una fatica che mi spezzò il cuore e si acciambellò sul petto di papà.
Cominciò a fare le fusa.
Quel rumore lo svegliò.
Papà vide il foglio stretto nella mia mano.
Chiuse gli occhi.
«Teresa parla troppo.»
Gli saltai addosso.
Lo abbracciai così forte che ebbe un colpo di tosse.
«Sei l’uomo più stupido che abbia mai conosciuto.»
«Lo diceva anche tua madre.»
«Come hai potuto pensare che sarei partita?»
Il suo viso si contrasse.
Era la prima volta che vedevo mio padre piangere da quando mamma era morta.
«Perché devi andare.»
«No.»
«Marta.»
«No.»
«Non voglio che l’ultima immagine che hai di me sia questa.»
Indicò il proprio corpo.
«Voglio che ti ricordi quello che portava le casse da solo, quello che ti insegnava ad andare in bicicletta, quello che bestemmiava quando perdeva la squadra del paese.»
«Io voglio ricordarmi mio padre. Tutto.»
Rimasi.
Chiamai l’accademia e rinviai l’ingresso di un anno.
Passai otto mesi in quella casa.
Otto mesi che non scambierei con nessun’altra cosa al mondo.
Imparai a sistemare l’ossigeno.
Imparai a riconoscere il momento in cui papà aveva dolore anche quando diceva di stare bene.
Imparai ad aiutare Nerone con le sue cure.
Passavamo ore sul balcone con due coperte sulle gambe.
Papà raccontava storie che avevo già sentito cento volte.
Di mamma che da ragazza metteva lo zucchero nel ragù perché non sapeva cucinare.
Del primo motorino comprato usato.
Delle domeniche in cui si mangiava dai nonni e nessuno poteva alzarsi da tavola prima del caffè.
Nerone morì poco dopo Natale.
Lo trovammo addormentato sulla coperta termica.
Papà lo accarezzò a lungo.
Poi disse:
«Quel disgraziato è andato avanti a tenermi il posto.»
Papà resistette fino a febbraio.
Morì un martedì mattina tenendomi la mano.
Non ci fu nessuna frase perfetta.
Nessuna musica.
Solo un respiro sempre più lento.
Poi niente.
A settembre andai a Milano.
Indossavo la sua camicia di flanella scolorita.
Alla cerniera dello zaino avevo attaccato il piccolo campanello di ottone del collare di Nerone.
Suonava a ogni passo.
Il primo giorno pensai almeno dieci volte di tornare indietro.
L’accademia era piena di ragazzi che sembravano sapere già chi fossero.
Tele enormi.
Cartelle costose.
Vestiti strani portati con naturalezza.
Io avevo matite avvolte in un canovaccio da cucina.
Durante la prima lezione, la professoressa Rinaldi, una donna sui cinquantacinque anni con i capelli grigi e le dita sporche di colore, mise uno sgabello al centro dell’aula.
«Domani portate un oggetto che spieghi perché siete qui.»
La mattina successiva appoggiai il campanello di Nerone sullo sgabello.
Sembrava ridicolo.
Minuscolo.
«Cos’è?» domandò la professoressa.
«Era il collare di un gatto.»
Aspettò.
«Mio padre adottò un gatto morente. Poi morì anche lui.»
L’aula diventò silenziosa.
«Perché questo oggetto?»
Guardai il campanello.
«Perché è piccolo, ma cambia il silenzio di una stanza.»
Lei annuì.
«Bene.»
Qualche settimana dopo ricevetti una busta riguardante la casa.
C’erano ancora pendenze economiche legate alle attività di papà.
Scadenze.
Valutazioni.
Possibile vendita.
Lessi quelle pagine appoggiata al muro del corridoio.
La retta era pagata.
Io ero al sicuro.
La casa no.
Telefonai a Teresa.
«È arrivata.»
«Lo immaginavo.»
Poi aggiunse:
«Tuo padre ha lasciato una scatola qui. Mi disse di dartela solo se fossi tornata spaventata o arrabbiata.»
Presi il primo autobus per il paese.
Sulla scatola c’era scritto:
Per la mia ragazza, se è abbastanza testarda da tornare.
Dentro trovai i miei primi disegni.
Un cane blu dell’asilo.
La nostra casa disegnata alle medie.
Un ritratto di mamma fatto a carboncino.
Decine di tovaglioli su cui avevo scarabocchiato durante i turni al bar.
Papà aveva conservato tutto.
In fondo c’era una lettera.
Marta,
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