Il mio gatto tornò ferito: seguendolo scoprii il segreto che nessuno nel quartiere aveva mai raccontato

Il gatto arancione che terrorizzava il quartiere tornò a casa con una cicatrice nuova. Seguendolo di nascosto, scoprii perché tanti anziani aspettavano proprio lui.

«Adesso basta, Brigante.»

Lo sollevai dal pavimento della cucina e lui mi fissò con quell’aria offesa che conoscevo fin troppo bene.

Aveva un graffio fresco sul naso, un orecchio già mezzo rovinato da vecchie battaglie e zoppicava sulla zampa destra con una teatralità degna di un attore consumato.

«Domani ti seguo. Voglio vedere dove accidenti vai.»

Brigante socchiuse gli occhi.

Sembrava volesse dire: provaci.

Avevo sessantadue anni e vivevo da solo in una casa di periferia alle porte di Bologna, in una strada di villette costruite negli anni Settanta, quando i vicini conoscevano ancora il nome dei figli degli altri e le porte restavano socchiuse nelle sere d’estate.

Da quando mia moglie Anna era morta, cinque anni prima, quella casa mi sembrava troppo grande.

Troppo silenziosa.

I figli erano lontani, presi dal lavoro, dai mutui, dai bambini e dalla loro corsa quotidiana. Ci sentivamo, certo. Ma una telefonata non riempie una cucina alle sette di sera.

Brigante sì.

Riempiva tutto.

Il divano di peli.

Il corridoio di miagolii.

Le mie giornate di imprecazioni.

E, senza che volessi ammetterlo, anche un vuoto che avevo smesso perfino di nominare.

Era un bestione arancione dal petto largo e dalla coda grossa, con la faccia di un vecchio pugile di provincia che ha promesso di ritirarsi ma spera ancora che qualcuno lo provochi.

Ogni due o tre giorni tornava a casa con qualcosa di nuovo.

Una foglia infilata nei baffi.

Polvere nera sulle zampe.

Odore di cantina.

Un filo d’erba secca sulla schiena.

Una volta rientrò con mezza fetta di mortadella.

Non ho mai scoperto da dove l’avesse rubata.

E non sembrava mai pentito.

Anzi.

Entrava dalla porticina sul retro con il passo lento di chi ha appena concluso affari importanti.

Mangiava.

Beveva.

Poi si buttava sulla mia poltrona preferita e dormiva come soltanto chi non prova il minimo rimorso riesce a dormire.

Le lamentele erano cominciate già in primavera.

Niente di ufficiale.

Biglietti sotto il vaso dei gerani.

“Il suo gatto entra nel mio orto.”

“Il suo gatto ha mangiato dalla ciotola di Nerone.”

“Il suo gatto dorme sulla mia macchina.”

Uno diceva semplicemente:

“IL SUO GATTO MI FISSA.”

Quello, lo ammetto, mi aveva fatto ridere.

Era sicuramente vero.

Provai a tenerlo in casa.

Fu un disastro.

Brigante si sedeva davanti alla porta e mi fissava come faceva con il resto del quartiere, ma con in più il disprezzo riservato ai traditori.

Poi cominciava a lamentarsi.

Prima piano.

Poi sempre più forte.

Sembrava un vecchio zio al quale avessero tolto il telecomando durante la partita.

Alla fine cedevo.

«Vai. Però non farmi vergognare.»

Lui usciva senza neppure voltarsi.

La mattina dopo il nuovo graffio, mantenni la promessa.

Alle sei e quaranta Brigante attraversò la porticina sul retro.

Io aspettai qualche secondo e gli andai dietro.

Attraversò il mio giardino, passò sotto una siepe di lauro, costeggiò il garage dei Ferri e infilò un buco nella rete che non avevo mai notato.

Non annusava.

Non inseguiva uccelli.

Non cercava altri gatti.

Camminava con uno scopo preciso.

Era diretto da qualche parte.

Lo seguii fino alla casa più vecchia della via.

Quella di Giorgio.

Settantasette anni, vedovo.

Un uomo che conoscevo da quasi vent’anni senza averci scambiato più di cinquanta parole.

Sua moglie, Teresa, era morta due anni prima.

Da allora Giorgio era diventato sempre più piccolo dentro i suoi vestiti.

Lo vedevo ogni tanto all’edicola o davanti alla farmacia del quartiere.

Ci salutavamo.

«Buongiorno.»

«Buongiorno.»

Fine.

Brigante arrivò davanti alla sua porta sul retro.

Saltò sul gradino.

Si sedette.

E aspettò.

Dopo meno di un minuto la porta si aprì.

Giorgio comparve con un vecchio cardigan grigio, pantaloni larghi e pantofole marroni.

Aveva i capelli spettinati.

Quando vide Brigante, però, il suo viso cambiò.

Non sorrise davvero.

Fu qualcosa di più piccolo.

Come quando si accende una lampadina in fondo a un corridoio buio.

«Finalmente.»

Brigante entrò in casa.

Come se fosse anche casa sua.

Io avrei dovuto andarmene.

Invece rimasi dietro la siepe, sentendomi un idiota.

Poco dopo Giorgio tornò fuori con un cuscino scolorito.

Lo sistemò nel punto dove arrivava il sole.

Brigante ci salì, fece un giro su se stesso e si lasciò cadere.

Giorgio prese una sedia.

Poi cominciò a parlare.

All’inizio non distinguevo le parole.

Poi il vento cambiò.

«Quest’anno i pomodori fanno schifo, Teresa sarebbe furiosa.»

Silenzio.

«La cerniera dell’anta è ancora rotta.»

Brigante mosse un orecchio.

«Lo so, lo so. Avevo detto che l’avrei sistemata.»

Un altro silenzio.

Poi la voce di Giorgio diventò più bassa.

«La mattina è la parte peggiore.»

Quelle parole mi inchiodarono.

«Quando apro gli occhi per un secondo penso ancora che sia qui.»

Brigante sollevò la testa.

Giorgio gli accarezzò la schiena.

«Poi mi ricordo.»

Feci un passo indietro e spezzai un rametto.

Giorgio si voltò.

Mi vide.

Non potevo più nascondermi.

Uscii dalla siepe sentendomi un adolescente sorpreso a spiare dalla finestra.

«Scusami. Davvero. Stavo seguendo lui.»

Indicai Brigante.

«Pensavo venisse qui a disturbarti.»

Giorgio mi guardò come se avessi appena detto la cosa più assurda del mondo.

«Disturbarmi?»

Appoggiò una mano sul gatto.

Brigante chiuse gli occhi.

Il mio assassino da cortile.

Il terrore dei vasi di gerani.

Immobile sotto la mano di un vecchio vedovo.

Giorgio deglutì.

«Questo delinquente è il motivo per cui certe mattine mi vesto prima di mezzogiorno.»

Mi mancò una risposta.

Lui sorrise appena.

«Arriva qui quasi tutti i giorni. Sempre più o meno alla stessa ora.»

Guardò Brigante.

«Come se venisse a controllare se sono ancora vivo.»

Rise.

Ma la risata si spezzò a metà.

«E ci sono giorni, credimi, in cui sapere che qualcuno si aspetta di trovarti ancora qui… conta più di quanto uno voglia ammettere.»

Guardai il graffio sul naso di Brigante.

Il pelo sporco.

L’orecchio storto.

Per mesi avevo creduto che vagasse per il quartiere perché gli piaceva fare il prepotente.

Invece stava facendo il giro.

E quello fu soltanto il primo segreto.

Tre giorni dopo, mentre trascinavo il bidone dell’umido verso il cancello, mi fermò Carla.

Abitava all’angolo.

Sessantotto anni, vedova da poco, capelli sempre perfetti e siepe tagliata con una precisione che metteva ansia anche a me.

Incrociò le braccia.

«Il tuo gatto entra nel mio garage.»

Inspirai.

«Carla, mi dispiace.»

«Aspetta.»

La sua espressione cambiò.

«Mio fratello vive da me da quasi un anno.»

Lo sapevo vagamente.

Paolo, sessantun anni, separato dopo più di trent’anni di matrimonio.

Da quando era arrivato lo vedevo spesso seduto sui gradini laterali con una sigaretta spenta tra le dita.

«Non parla quasi più.»

Carla abbassò la voce.

«Con me risponde a monosillabi. Con i figli finge di stare bene. Ma quando arriva quel gatto… gli parla.»

La fissai.

«A Brigante?»

«A chi altro?»

Sbuffò.

«Gli racconta tutto. Come è andato il matrimonio. Quanto gli mancano i ragazzi. Che non sa dove mettere le mani la domenica.»

Poi guardò verso casa mia.

Brigante era steso dietro la finestra con la pancia al sole.

«Ieri mio fratello ha riso.»

Carla tirò su col naso e immediatamente si irrigidì, quasi infastidita dal fatto di essersi emozionata davanti a me.

«Comunque nel garage non lo voglio.»

«Glielo riferisco.»

«Diglielo bene.»

Da quel giorno cominciai a osservare Brigante diversamente.

Non mi interessava più soltanto dove andasse.

Guardavo dove rallentava.

Davanti a quali cancelli si fermava.

Da quali case tornava.

C’era Giorgio.

C’era Carla.

C’era il piccolo condominio vicino alla fermata dell’autobus, dove un ragazzo di diciassette anni sedeva spesso da solo sulle scale.

C’era la casa gialla della signora Mirella, ottantuno anni, la sorella trasferita da poco in una struttura assistita.

C’era perfino l’officina di Franco, che aveva perso sua moglie e continuava a lavorare dieci ore al giorno perché tornare in un appartamento vuoto gli faceva più paura della stanchezza.

Brigante aveva un percorso.

Una specie di giro di visite.

Naturalmente nessuno glielo aveva chiesto.

Una settimana più tardi comparve sotto il mio vaso dei gerani un foglio stampato.

“RIUNIONE DEI RESIDENTI — SABATO ORE 16.”

Più sotto:

“NUMEROSE SEGNALAZIONI RIGUARDANTI ANIMALI LASCIATI LIBERI. DANNI, DISTURBI E PROBLEMI DI SICUREZZA.”

Non c’era scritto Brigante.

Non serviva.

Quando lessi il foglio, lui era seduto sulla ringhiera e si lavava una zampa.

«Hai messo in rivolta un intero quartiere.»

Sbadigliò.

Nei giorni successivi i fogli comparvero vicino alle cassette della posta, sul cancello del piccolo centro civico e sulla bacheca accanto alla panetteria.

Tutti avevano qualcosa da dire.

Il signor Arturo sosteneva che Brigante salisse sul cofano della sua auto.

Una donna mi disse che la sua “sicurezza nello sguardo” era inquietante.

Un bambino raccontò a sua nonna che il gatto “sembrava il capo della strada”.

Sabato andai alla riunione.

Non perché pensassi che Brigante avesse ragione.

Anzi.

Sapevo benissimo che un gatto libero poteva farsi male.

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