Poteva finire sotto un’auto.
Poteva litigare con altri animali.
Poteva disturbare chi non lo voleva nel proprio giardino.
Ma ormai sapevo anche qualcos’altro.
E non potevo fare finta di niente.
Nella sala c’erano una trentina di persone.
Sedie di plastica.
Un tavolino con caffè troppo lungo e biscotti secchi.
L’atmosfera di quelle riunioni condominiali dove tutti dicono di voler essere civili e intanto stanno già scegliendo chi odiare.
A coordinare c’era Rosanna.
Settant’anni, pensionata, energia sufficiente per amministrare tre palazzi e litigare con metà provincia.
«Siamo qui per trovare una soluzione concreta.»
Disse “concreta” guardando me.
Cominciarono le testimonianze.
Arturo alzò la mano.
«Quel gatto si mette sulla mia macchina.»
Rosanna prese appunti.
Io chiesi:
«Ha graffiato la carrozzeria?»
«No.»
«Ti ha attaccato?»
«No.»
«E allora?»
Arturo mi fissò indignato.
«Mi guarda.»
Qualcuno rise.
Arturo no.
«Mi guarda come se sapesse delle cose.»
Quella frase sciolse un po’ la tensione.
Poi parlò una giovane madre.
«Io ho due bambini e non amo gli animali liberi. Ho paura che possano graffiarli. E mi preoccupa anche la fauna del quartiere.»
Rosanna annuì.
«Però…»
La donna si morse il labbro.
«Quando mia figlia è rimasta a casa una settimana con la febbre, quel gatto si sedeva ogni pomeriggio sotto la sua finestra.»
La sala cambiò tono.
«Mia figlia lo aspettava.»
Un uomo disse:
«Ha rubato una fetta di prosciutto dal mio tavolo.»
«Quello è sicuramente lui», ammisi.
Qualche risata.
L’uomo proseguì.
«Però mia madre ha problemi di memoria. Quando Brigante arriva nel cortile, lei ride.»
Abbassò gli occhi.
«Non la sentivo ridere così da mesi.»
Poi si alzò Giorgio.
E improvvisamente nessuno ebbe più voglia di scherzare.
Appoggiò le mani sullo schienale della sedia davanti a lui.
«Teresa è morta due anni fa.»
Qualcuno annuì.
Tutti conoscevano Teresa.
Era una di quelle donne che preparavano una teglia di lasagne anche se in casa c’erano soltanto due persone, perché “non si sa mai chi passa”.
«Dopo che è morta…»
Giorgio si fermò.
«Non è facile spiegare certe cose.»
Nessuno lo aiutò.
Forse perché sapevamo che alcune frasi devono uscire lentamente.
«Ci sono molti modi di sparire senza andarsene da casa.»
Sentii qualcosa stringermi lo stomaco.
«Puoi smettere di uscire.»
«Puoi smettere di telefonare.»
«Puoi mangiare un pezzo di pane in piedi invece di cucinare, perché apparecchiare per uno ti sembra una presa in giro.»
Rosanna aveva abbassato la penna.
«La gente ti vede meno.»
Giorgio guardò verso di me.
«Poi a un certo punto non ti vede più.»
Fece una pausa.
«Il tuo gatto mi ha visto.»
Bastarono quelle cinque parole.
Carla alzò la mano.
Raccontò di Paolo.
Il ragazzo del condominio parlò dalla fila in fondo.
Si chiamava Elia.
«Una sera avevo litigato con la mia ragazza.»
Diventò rosso.
«Mi aveva lasciato.»
Qualcuno fece per sorridere, ma smise subito.
«Stavo tornando a casa a piedi. Piangevo.»
Guardò le scarpe.
«Brigante mi ha seguito per quasi mezzo chilometro. Poi è rimasto davanti al portone finché non sono entrato.»
Una donna che lavorava di notte disse che certe mattine, tornando a casa, Brigante le camminava accanto dalla fermata fino al cancello.
Mirella raccontò che aveva cominciato a comparire dopo il trasferimento di sua sorella.
Franco ammise che il gatto era rimasto vicino alla sua sedia dell’officina nel primo anniversario della morte della moglie.
Persino Arturo tossì.
«È venuto da me anche il giorno dopo che è morto il mio cane.»
Silenzio.
Poi aggiunse immediatamente:
«Ma continua a guardarmi male.»
Questa volta ridemmo tutti.
Mi guardai intorno.
E finalmente capii.
Brigante non visitava le case.
Visitava i silenzi.
Quelli troppo lunghi.
Quelli che diventano pesanti.
Quelli che una persona nasconde sotto frasi come “sto bene”, “non preoccuparti”, “figurati”, “non voglio disturbare”.
In un quartiere italiano come il nostro, una volta sarebbe stato difficile sparire.
Le donne stavano sulle sedie davanti alle porte.
Gli uomini si fermavano al bar.
I bambini giocavano nei cortili.
Se non compravi il pane per due giorni, qualcuno chiedeva se avevi la febbre.
Adesso potevi vivere a tre metri da qualcuno per dieci anni e non sapere neppure come si chiamasse.
Rosanna riprese la parola.
«Tutto molto toccante. Ma resta un problema.»
Aveva ragione.
E fu quella la parte più difficile.
Perché Brigante faceva bene a certe persone.
Ma questo non cancellava i rischi.
Una signora appassionata di uccelli disse che i gatti liberi potevano danneggiare la fauna.
La giovane madre ricordò che gli animali potevano attraversare la strada e causare incidenti.
Un altro residente disse:
«Non possiamo trasformare un gatto in un assistente sociale.»
Giorgio borbottò:
«Certe volte fa un lavoro migliore di noi.»
Qualcuno rise.
Ma ormai la questione era seria.
Mi alzai.
Avevo la gola secca.
«Secondo me avete tutti ragione almeno su una cosa.»
Questa frase non piacque a nessuno.
«Brigante è invadente. Entra nei giardini. Ruba cibo. Probabilmente ha commesso più piccoli reati di quanti ne possiamo elencare.»
Qualcuno sorrise.
«Ma se parliamo soltanto del gatto, perdiamo il punto.»
La sala tacque.
«Il punto è che un animale ha trovato persone sole che noi non avevamo visto.»
Nessuno guardava più me.
Guardavano il pavimento.
Le mani.
Le finestre.
«Non sto dicendo che dobbiamo lasciare gli animali liberi perché facciano compagnia alla gente.»
Presi fiato.
«Sto dicendo che forse dovremmo vergognarci un po’ del fatto che Brigante abbia capito prima di noi chi aveva bisogno di qualcuno.»
Giorgio abbassò la testa.
Carla si asciugò un occhio senza farsi vedere.
Rosanna batté piano la penna sul tavolo.
«Serve comunque una soluzione.»
Sì.
Serviva.
La riunione finì senza un vero vincitore.
Qualcuno propose un recinto esterno.
Qualcuno una rete.
Qualcuno visite controllate.
Una signora suggerì addirittura una specie di calendario.
Conoscendo Brigante, l’idea di fargli rispettare degli appuntamenti era ridicola.
Tornai a casa esausto.
Lui era seduto in corridoio.
«Hai saltato il tuo processo.»
Mi guardò.
Poi andò verso la ciotola.
La mattina successiva accadde qualcosa di strano.
Brigante mangiò.
Andò alla porticina.
Ma non uscì.
Rimase seduto.
Guardava la porta.
Poi guardava me.
Poi di nuovo la porta.
«Che vuoi?»
Miagolò una sola volta.
Pochi secondi dopo bussarono.
Era Giorgio.
Appena lo vidi capii che qualcosa non andava.
Non stava crollando.
Non era pallido come un fantasma.
Era semplicemente diverso.
E quando hai superato i sessant’anni impari che, a volte, le cose serie cominciano con differenze minuscole.
«Brigante non è venuto.»
Guardai il gatto.
Lui fissava entrambi.
«Forse aspettava te.»
Giorgio appoggiò una spalla allo stipite.
«Stamattina mi gira un po’ la testa.»
Sentii freddo nello stomaco.
«Hai mangiato?»
«Ho bevuto il caffè.»
«Giorgio, il caffè non è colazione.»
«È caldo.»
«Siediti.»
«Ma—»
«Siediti.»
Obbedì.
Preparai pane tostato e uova.
Brigante gli strofinò il muso contro la caviglia e poi si accucciò sotto il tavolo.
Giorgio mangiava lentamente.
A un certo punto vidi tremargli la mano.
Insistetti per accompagnarlo a farsi controllare.
Disse di no.
Insistetti ancora.
Brigante saltò sulle sue ginocchia.
Giorgio sbuffò.
«Adesso siete in due.»
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