Per dieci ore tutti temettero quel cane sul tombino, finché una vigilessa notò cosa stava davvero proteggendo

Era così piccolo che nel palmo restava ancora spazio.

Il cane si sollevò sulle zampe posteriori.

Gli permisero di annusarlo senza avvicinarsi troppo.

Il suo muso seguì il contorno del guanto.

Poi la coda si mosse lentamente.

Mettemmo il piccolo in un trasportino con asciugamani tiepidi.

Arrivò il secondo.

Poi il terzo.

Il cane annusò ognuno.

Al quinto, le sue zampe cominciarono a cedere.

Silvia lo fece sdraiare.

Lui continuò a tenere la testa alta.

Il sesto anatroccolo era incastrato dietro un pezzo di cemento rotto.

Uno dei soccorritori dovette allungarsi quasi completamente dentro l’apertura.

Al secondo tentativo riuscì a prenderlo.

Attorno a una zampina c’era un sottile filo di plastica verde.

Silvia lo tagliò.

Sette.

L’ultimo non faceva più rumore.

Fu allora che il cane si alzò di scatto.

Si avvicinò alla cornice di cemento, guardò sotto e poi girò la testa verso una piccola apertura laterale.

La torcia seguì il suo sguardo.

Qualcosa di giallo si mosse.

L’ottavo anatroccolo era entrato nel canale laterale.

Un altro passo e sarebbe diventato irraggiungibile.

Il cane abbaiò due volte.

Il piccolo si fermò.

Forse per il suono.

Forse per la luce.

Forse semplicemente perché non aveva più forze.

Ma quei pochi secondi bastarono.

Una rete morbida scivolò nel canale.

Quando tornò indietro, l’anatroccolo era dentro.

Aveva gli occhi chiusi.

Un’ala pendeva più dell’altra.

Silvia gli appoggiò due dita sul petto.

«Respira.»

Il cane batté la coda contro il mio stivale.

Quando tutti e otto furono nel trasportino, i loro richiami diventarono più forti.

Il cane annusò le prese d’aria una per una.

Si fermò tre secondi proprio davanti all’ultimo.

Poi si allontanò.

Qualcuno cominciò ad applaudire.

Altri si unirono.

Il rumore esplose sotto i portici.

Il cane trasalì e tornò istintivamente verso la grata.

Chiesi a tutti di smettere.

L’applauso si spense.

Silvia gli offrì di nuovo il pollo.

Questa volta mangiò.

Un boccone soltanto.

Poi guardò verso nord.

Verso il canale.

Fece alcuni passi.

Si fermò.

Tornò verso il trasportino.

Lo annusò.

Poi ripartì nella stessa direzione.

Pensammo fosse confuso.

Avevamo torto.

Portammo con noi gli anatroccoli e lo seguimmo.

Il cane camminava male.

Ogni quattro passi proteggeva la zampa posteriore destra.

La macchia sul fianco, quella che da lontano sembrava fango, aveva la forma precisa della suola di uno stivale.

Eppure continuava.

A ogni incrocio aspettavamo.

Lui controllava il trasportino.

Poi ripartiva.

Raggiungemmo infine un tratto tranquillo del canale.

Il cane si fermò vicino alla ringhiera.

Sotto di noi una femmina di germano nuotava avanti e indietro davanti all’uscita dello scarico.

Chiamò.

Dal trasportino risposero otto voci.

L’anatra girò così bruscamente che l’acqua le scivolò sopra il dorso.

Il cane abbaiò una volta.

La madre nuotò verso quel suono.

E io sentii un nodo stringermi la gola.

Gli anatroccoli erano caduti attraverso la grata.

La madre non poteva raggiungerli.

Aveva seguito il canale fino al punto in cui lo scarico arrivava all’acqua.

Li sentiva.

Ma erano separati da metri di cemento e tubazioni.

Il cane l’aveva vista andare in quella direzione.

Per questo, per tutta la mattina, continuava a guardare verso il canale.

Aveva ricordato dove era andata la madre.

Una volontaria esperta di fauna selvatica visitò gli otto piccoli.

Sette erano infreddoliti ma in buone condizioni.

Quello con il filo attorno alla zampa aveva bisogno di cure.

L’ultimo aveva un’ala contusa, senza fratture.

Liberammo i sette sani lungo la riva.

La madre li chiamava dall’acqua.

Uno dopo l’altro corsero sull’erba e raggiunsero il canale.

Il cane osservò ogni piccolo sparire tra le piume della madre.

Poi annusò il trasportino.

Mancava una voce.

Guardò l’anatroccolo ferito avvolto in un asciugamano.

La volontaria glielo mostrò.

Il piccolo emise un suono.

Il cane avvicinò appena il naso al tessuto.

Si sedette.

«Tornerà», gli dissi.

Non capiva.

Ma aspettò ancora qualche minuto.

Poi le zampe anteriori cedettero.

Lo prendemmo prima che il muso toccasse terra.

Era disidratato.

Sfinito.

Aveva un grosso livido sul fianco e le zampe graffiate dal ferro.

In ambulatorio scoprirono che pesava diversi chili meno di quanto avrebbe dovuto.

Nessun microchip.

Nessuna medaglietta.

Solo quel collare verde ormai quasi grigio.

Mangiò sei pezzetti di pollo dalla mia mano.

Al settimo si addormentò mentre ancora lo masticava.

Nel frattempo, il video del salvataggio aveva cominciato a circolare.

Al mattino molti messaggi dicevano:

“Cane aggressivo blocca il marciapiede.”

A mezzogiorno le stesse persone scrivevano:

“Cane salva otto anatroccoli.”

Alcuni cancellarono i propri commenti.

Altri cambiarono completamente versione.

Ma la parte che nessuno conosceva ancora arrivò nel pomeriggio, quando il proprietario del forno ci consegnò le registrazioni delle telecamere.

Guardai quelle immagini dopo il turno.

Alle 22:06 della sera precedente apparve una mamma anatra con otto piccoli dietro.

Attraversò il marciapiede.

La madre superò la grata.

Il primo anatroccolo sparì tra le barre.

Poi il secondo.

Gli altri, spingendosi uno dietro l’altro, caddero tutti.

La madre tornò indietro.

Girò attorno alla grata.

Chiamò.

Alle 22:08 entrò nell’inquadratura il cane grigio.

Era già magro.

Già solo.

Si avvicinò alla madre.

Poi mise il naso sopra la grata.

Fece il giro.

Provò a infilare una zampa.

Nulla.

Alle 22:11 arrivò una coppia.

Quando i loro piedi toccarono il ferro, la grata vibrò.

Sotto si mossero piccoli corpi.

Il cane entrò tra le loro scarpe.

L’uomo lo spinse via con il ginocchio.

Il cane tornò.

La donna tentò di attraversare.

Lui ringhiò.

La coppia lo aggirò.

Allora il cane si sdraiò al centro della grata.

Fu l’inizio della sua guardia.

Alle 22:24 la madre anatra lasciò l’inquadratura andando verso il canale.

Il cane si alzò per seguirla.

Fece quattro passi.

Poi sentì i piccoli sotto di sé.

Tornò indietro.

Alle 23:02 un uomo uscì da un locale con dei sacchi.

Il cane lo fermò.

L’uomo gli diede una spinta con il sacco.

Il cane rimase.

Poco prima di mezzanotte tre ragazzi si avvicinarono.

Uno gli lanciò un bicchiere.

Un altro cercò di farlo spostare agitando una giacca.

Il cane arretrò.

Appena un piede arrivò vicino alla grata, tornò al centro.

Alle 00:37 iniziò una pioggia leggera.

Lui rimase lì.

All’una e quattordici qualcuno gli lasciò un pezzo di pizza.

Il cane lo prese.

Lo portò lontano dalla grata.

Lo posò sul marciapiede.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto