Il cane cercava disperatamente l’ombra, ma quella catena nascondeva un segreto che nessuno aveva ancora capito

Più cercava l’ombra, più il collare la soffocava: quando tagliai quella catena capii che liberarla era solo metà del salvataggio

Alle 8:16 di un mattino d’agosto, nella periferia di Bari, il termometro segnava già trentuno gradi.

La cagna era dietro una villetta bifamiliare dichiarata inagibile, con le zampe anteriori infilate nell’unica striscia d’ombra rimasta accanto al muro.

Le zampe posteriori, invece, restavano sul cemento rovente.

Non poteva avanzare di un centimetro.

Provò comunque.

Allungò il collo verso l’ombra.

La catena si tese.

Il collare le salì sotto la mandibola.

Lei tossì piano e tornò indietro.

La vidi ripetere quel movimento attraverso un buco nella rete: avanti, stretta, colpo di tosse, indietro.

Accanto alla zampa sinistra c’era una ciotola di plastica scolorita.

Dentro rimanevano pochi centimetri d’acqua tiepida.

Era abbastanza vicina perché la cagna potesse sentirne l’odore.

Troppo lontana perché riuscisse a bere.

Quando tentò ancora una volta di raggiungerla, lasciai cadere la borsa degli attrezzi e mi infilai sotto la rete spezzata.

Mi chiamo Marta Bellini.

All’epoca avevo quarantadue anni e lavoravo nelle emergenze per animali maltrattati del servizio comunale.

Avevo recuperato cani terrorizzati dentro capannoni abbandonati, gatti chiusi per settimane in appartamenti vuoti e una volta avevo trascorso quasi cinque ore sotto una veranda per convincere un vecchio segugio a uscire.

Ma quella cagna mi fece paura per un motivo diverso.

Non abbaiava.

Non ringhiava.

Mi guardava soltanto.

Aveva occhi color miele scuro, il mantello grigio polvere e una macchia bianca che partiva dal mento e scendeva sul petto.

Le costole si vedevano.

Un orecchio si piegava all’indietro ogni volta che la catena strisciava contro il muro.

Accanto a due scatolette vuote c’era uno zaino rosso da bambino.

Scolorito dalla pioggia e dal sole.

Una cerniera era rotta.

Intorno alla maniglia qualcuno aveva intrecciato del filo di lana blu.

Sulla tasca anteriore erano disegnati due cerchi storti con un pennarello nero.

La cagna continuava a guardarlo.

«È tuo?» le domandai sottovoce.

Lei mosse il muso verso lo zaino.

La catena la fermò.

Paolo, il collega che lavorava con me quella mattina, riuscì ad aprire un varco nella recinzione.

Mentre lui misurava la catena, io infilai due dita sotto il collare.

Quarantasei centimetri.

L’anello fissato al muro era poco sopra le sue spalle.

La cagna poteva stare in piedi.

Ma quando provava ad abbassarsi, il collare si tendeva immediatamente contro la gola.

Sul muro c’era una macchia liscia, consumata.

A terra, quattro piccoli solchi.

Segni lasciati dalle zampe durante la notte.

Piccoli spostamenti.

Un passo.

Mezzo passo.

Quanto bastava per riposare senza cadere.

Paolo guardò verso le finestre sbarrate.

«Da quanto è vuota questa casa?»

Una voce arrivò dal vicolo.

«Da primavera.»

Era una signora anziana con una busta della spesa in mano.

Non volle avvicinarsi.

«Aprile, più o meno.»

Era il 19 agosto.

Misi la ciotola sotto il muso della cagna.

Bevve per undici secondi.

Poi si fermò.

E tornò a guardare lo zaino.

«Quello viene con te», le dissi.

Naturalmente non poteva capire le parole.

Ma mosse un orecchio verso la mia voce.

Presi le tronchesi.

Al primo tentativo lasciai soltanto un segno lucido sulla maglia arrugginita.

Al secondo la piegai.

Al terzo sentii il metallo cedere.

La catena cadde nella polvere.

La cagna fece due passi.

Poi si lasciò andare.

Non cadde come un animale ferito.

Si piegò come qualcuno che aveva aspettato troppo tempo il permesso di smettere di resistere.

Il fianco toccò terra.

Le zampe posteriori si allungarono.

La guancia finì nella polvere.

E lei sospirò.

Paolo si voltò verso la recinzione.

Io rimasi inginocchiata accanto a lei, contando i respiri.

Sei.

Sette.

Otto.

Gli occhi cominciarono a chiudersi.

In fondo alla strada passò un autobus scolastico.

La cagna si alzò di colpo.

Barcollò verso il cancello trascinando dietro di sé il pezzo di catena ormai libero.

Guardò la strada vuota.

Come se dietro quell’autobus dovesse comparire qualcuno.

Non arrivò nessuno.

Quando presi lo zaino rosso, lei si avvicinò e mise una zampa sopra la tracolla strappata.

Nella tasca anteriore sentii qualcosa.

Un foglio piegato, avvolto nel nastro adesivo trasparente.

Stavo per tirarlo fuori quando arrivarono due colpi da qualche parte oltre il cortile.

Tap.

Tap.

La cagna piegò immediatamente le zampe anteriori.

Abbassò il petto.

Poi, quasi spaventata dal suo stesso gesto, tornò in piedi.

Fu allora che capii che tagliare la catena non sarebbe bastato.

Perché quella cagna non aveva soltanto imparato a stare in piedi.

Aveva imparato che sdraiarsi poteva essere pericoloso.


In ambulatorio la registrammo provvisoriamente come animale 2417.

Il nome arrivò più tardi.

Giada.

Era scritto in una vecchia scheda veterinaria trovata durante le verifiche.

Pesava diciannove chili e mezzo.

Secondo la veterinaria avrebbe dovuto pesarne almeno ventisei.

I cuscinetti delle zampe erano duri e screpolati.

Le zampe posteriori tremavano se rimaneva ferma più di un minuto.

Il collare non aveva aperto la pelle, ma aveva lasciato una lesione da pressione sotto il collo.

Sui gomiti aveva grossi calli.

La cosa più strana era che non riusciva comunque ad appoggiarli a terra.

La dottoressa Elena Rosati osservò le radiografie in silenzio.

«Niente fratture», disse. «Ma i muscoli delle anche si sono accorciati e la schiena ha lavorato troppo a lungo senza riposo.»

Poi guardò Giada.

«Dovremo insegnarle una cosa che dovrebbe essere naturale.»

«Quale?»

«Che può sdraiarsi senza soffocare.»

Giada rimaneva in piedi al centro della stanza.

Avevamo sostituito il collare con una pettorina morbida.

Eppure, ogni volta che il guinzaglio sfiorava la spalla, allungava il collo verso l’alto per creare uno spazio che non serviva più.

Misi una coperta piegata davanti a lei.

La aggirò.

Paolo, seduto contro il muro, batté due volte le dita sul pavimento.

Tap.

Tap.

Giada si voltò.

Piegò le zampe anteriori.

Scese lentamente finché il petto rimase sospeso a pochi centimetri dalla coperta.

Poi si irrigidì.

Alzò il collo.

E tornò in piedi.

Paolo ripeté il segnale.

Tap.

Tap.

Lei riprovò.

La terza volta, i gomiti toccarono la coperta per meno di un secondo.

La dottoressa annotò tutto.

«Qualcuno potrebbe averle insegnato quel segnale.»

Lo zaino rosso era sul tavolo d’acciaio.

Aprii finalmente la tasca.

Il foglio all’interno era stato rovinato dall’umidità.

Il nastro adesivo aveva salvato soltanto alcune parole.

La scrittura era quella incerta di un bambino.

“Si chiama Giada.”

“Non morde.”

L’ultima frase era quasi cancellata.

“Per favore fatela ri…”

Il resto era diventato una macchia azzurra.

Dentro lo zaino trovammo anche un quaderno a spirale.

Tabelline.

Parole da copiare.

Disegni.

E sempre lo stesso cane.

In ogni disegno Giada aveva quattro zampe bianche, anche se nella realtà soltanto due lo erano.

In una pagina c’era un bambino seduto contro il muro.

Giada era accanto a lui, con la testa sulla sua spalla.

In un’altra, la catena diventava una lunga riga nera che arrivava fino a un cancello aperto.

Sotto, una frase.

“Quando avrò una porta, andremo via tutti e due.”

Nessun nome.

Fotografammo ogni pagina.

Gli originali furono consegnati all’investigatore che seguiva il caso.

La casa risultava vuota.

L’ultimo contratto regolare risaliva a due anni prima.

Il proprietario raccontò di aver affittato successivamente l’immobile in modo informale a un uomo, Stefano Carli, che aveva smesso di pagare da mesi.

Disse di non sapere nulla del cane.

Quella prima notte lasciammo Giada in una stanza tranquilla.

Tre coperte.

Una cuccia bassa.

Niente catene.

Niente guinzagli.

Nessun collare rigido.

Alle 22:42 era ancora in piedi vicino al muro.

Alle 23:06 si abbassò per dodici secondi.

Poi si rialzò.

Alle 23:19 ci provò di nuovo.

Laura, la tecnica del turno notturno, si sedette fuori dalla stanza.

Batté due volte sul pavimento.

Tap.

Tap.

Giada si accucciò.

Posò il muso sulla scarpa di Laura.

Dormì diciotto minuti.

Poi aprì gli occhi.

Guardò la porta.

E si rialzò.

Il comportamento continuò per tutta la notte.

Diciotto minuti sdraiata.

Qualche minuto in piedi.

Poi altri diciotto.

Il pomeriggio seguente, intorno alle tre e un quarto, un autobus scolastico passò sulla strada davanti alla struttura.

Giada attraversò la stanza.

Mise entrambe le zampe sul cancelletto.

E aspettò.

Quello fu il primo indizio.

Il secondo continuava a essere lo zaino.

Giada riusciva a dormire soltanto se lo mettevamo sotto il petto.


L’investigatore si chiamava Daniele Riva.

Era uno di quegli uomini che parlano poco e annotano tutto.

Rintracciò Stefano tre giorni dopo.

L’uomo ammise che Giada era sua.

Disse che la catena, inizialmente, era lunga quasi due metri.

Quando Daniele gli mostrò le fotografie, Stefano rispose che qualcuno doveva averla accorciata.

Ma la catena era ancora chiusa con lo stesso lucchetto.

Poi sostenne che Giada fosse aggressiva.

«Aveva cercato di andare contro un bambino», disse.

«Quale bambino?»

Da quel momento smise di collaborare.

Giada, intanto, cambiava a piccoli passi.

Accettava il cibo dalla mia mano, ma non lo strappava mai.

Aspettava che aprissi completamente le dita.

Prendeva il boccone con i denti anteriori e faceva un passo indietro per mangiarlo.

Odiava il rumore del metallo.

Una ciotola che cadeva la faceva alzare.

Un mazzo di chiavi contro una cintura le faceva allungare immediatamente il collo.

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