Quando Paolo le agganciò per la prima volta il guinzaglio alla pettorina, Giada rimase immobile.
Allora lui appoggiò il guinzaglio per terra.
Lo distese per tutta la sua lunghezza.
Sei metri.
Giada guardò quel filo libero per quasi un minuto prima di muoversi.
Al quarto giorno la trasferimmo in una stanza riabilitativa.
Sul pavimento c’era gomma morbida e al centro una cuccia ortopedica.
Giada annusò gli angoli.
Salì sul materasso.
E rimase in piedi sopra di esso per ventidue minuti.
Laura portò lo zaino.
Lo appoggiò contro il bordo rialzato.
Giada lo fissò.
Poi si girò di lato, appoggiò il petto sulla borsa e finalmente si abbassò.
Il collo rimase sollevato.
«Ha già fatto questa cosa», disse Laura.
Guardai meglio le tracolle.
Erano state arrotolate insieme.
Legate con il filo blu.
Tra le fibre c’erano peli grigi.
Non era un gioco.
Qualcuno aveva costruito un sostegno.
Il nome del bambino arrivò poco dopo.
Matteo Carli.
Nove anni.
Nipote di Stefano.
La madre era morta un anno e mezzo prima e, in attesa che venisse definita la situazione familiare, Matteo era finito temporaneamente a vivere con lo zio.
La scuola aveva segnalato molte assenze.
Vestiti spesso trascurati.
Stanchezza continua.
Un bambino sempre più silenzioso.
In aprile, dopo una segnalazione arrivata da una vicina, i servizi competenti lo avevano allontanato dalla casa.
Giada era rimasta lì.
La vicina si chiamava Teresa Palmieri.
Settantuno anni.
Vedova.
Per quarant’anni aveva lavorato nella mensa di una scuola elementare.
Abitava dall’altro lato del vicolo.
Quando tornammo davanti alla casa, Teresa uscì con un paio di guanti da giardinaggio e una busta piena delle stesse scatolette che avevamo trovato nel cortile.
«Quel bambino adorava quella cagna», disse. «Tornava da scuola e passava subito dal cancello. Neanche entrava in casa prima.»
«Usava due colpi per chiamarla?»
Teresa abbassò gli occhi.
«Dopo che era morta sua madre, Matteo parlava poco. Quando in casa iniziavano le urla, batteva sulle cose. Sul tavolo. Sul muro. Sul pavimento.»
Fece una pausa.
«Giada andava sempre da lui.»
«Quando hanno accorciato la catena?»
«Non l’ho visto.»
«La vedeva sdraiarsi?»
Teresa guardò il muro.
«Non da febbraio.»
Sei mesi.
Quella cagna aveva passato almeno sei mesi senza poter dormire distesa.
Teresa aveva visto Matteo uscire di nascosto dopo cena.
Portava lo zaino rosso.
D’inverno una vecchia giacca.
Quando pioveva, apriva sopra Giada un ombrellone rotto.
Mi uscì una domanda più dura di quanto avrei voluto.
«Perché non ha chiamato qualcuno?»
Teresa si tolse un guanto.
Si strofinò lentamente il palmo.
«Avevo chiamato per il bambino. Quando lo portarono via, pensai che sarebbero tornati per il cane.»
Deglutì.
«Il giorno dopo Giada era ancora lì.»
«E dopo?»
«Mi sono detta che sarebbe tornato il proprietario. Poi che ci avrebbe pensato il padrone di casa.»
Guardò le sue scarpe.
«Dopo una settimana mi vergognavo di chiamare e dire che sapevo tutto da una settimana.»
Alzò gli occhi.
«Le portavo da mangiare. E ogni volta che le passavo una scatoletta sotto la rete potevo raccontarmi che almeno stavo facendo qualcosa.»
Quelle parole mi rimasero dentro.
Perché certe tragedie non accadono tutte insieme.
A volte avanzano di pochi centimetri.
Una ciotola spinta sotto una recinzione invece di aprire un cancello.
Una telefonata rimandata a domani.
Poi a lunedì.
Poi al prossimo giorno libero.
Teresa continuò comunque a venire.
Portò vecchie coperte.
Aiutò Laura a cucire un rivestimento morbido per il sostegno di Giada.
Ogni pomeriggio si sedeva nel corridoio senza chiedere nulla.
Era il suo modo di smettere di fingere che una scatoletta bastasse.
Al sesto giorno Giada riuscì a rimanere sdraiata ventinove minuti.
Quando una porta metallica si chiuse in fondo al corridoio, però, saltò immediatamente in piedi.
Non proteggeva lo zaino.
Aspettava il suo proprietario.
Chiedemmo che al bambino venisse comunicato almeno che Giada era viva.
Per ragioni di privacy non potevano dirci dove fosse Matteo.
Il 27 agosto arrivò una risposta tramite la sua assistente.
Matteo aveva fatto una sola domanda.
Non aveva chiesto se Giada mangiasse.
Non aveva chiesto se si ricordasse di lui.
Non aveva chiesto quando avrebbe potuto riprenderla.
Aveva domandato:
«Adesso riesce finalmente a dormire sdraiata?»
Da quel momento capimmo lo zaino.
Non era soltanto un oggetto familiare.
Era un letto.
Matteo aveva arrotolato le tracolle e le aveva legate con la lana per creare un rialzo.
Messo sotto il petto di Giada, teneva il collo abbastanza alto da impedire alla catena di stringersi completamente.
Ricreammo la posizione.
Due asciugamani sotto le tracolle.
Lo zaino inclinato.
Tap.
Tap.
Giada abbassò il corpo.
Questa volta nessun collare tirò.
Nessuna catena raschiò il muro.
Dormì trentasette minuti.
Quando si svegliò, ero seduta sulla soglia con un libro sulle ginocchia.
Mi guardò.
Sospirò.
E rimise giù la testa.
Il secondo sonno durò quarantotto minuti.
Cominciammo a fare passeggiate corte nel cortile.
Paolo teneva il guinzaglio senza mai tirarlo.
La prima volta che Giada arrivò alla fine della corda, si lasciò cadere a terra.
Paolo aprì immediatamente la mano.
Il guinzaglio cadde.
Giada si voltò.
Lo osservò immobile.
Si rialzò.
Camminò ancora.
Quando raggiunse di nuovo il limite, Paolo le andò incontro prima che la pettorina si tendesse.
Giada fece un giro su se stessa.
Poi tornò da lui e gli appoggiò la fronte sulla coscia.
Imparammo altre cose.
Le piaceva l’anguria.
Non sopportava le creme appiccicose.
Inseguiva le foglie secche ma ignorava completamente le palline.
Non beveva dalle ciotole di metallo.
Guardava con attenzione ogni bambino con uno zaino rosso.
E ogni pomeriggio, poco dopo le tre, aspettava davanti alla porta.
Quando il caso divenne pubblico, molte persone offrirono di adottarla.
Case grandi.
Giardini.
Divani.
Cucce nuove.
Qualcuno voleva persino cambiarle nome e chiamarla Libertà.
Ma Giada non aveva bisogno di diventare il simbolo di qualcosa.
Aveva bisogno di una persona capace di accorgersi quando restava in piedi perché aveva paura di dormire.
Il mio appartamento ammetteva cani della sua taglia.
Non avevo altri animali.
Il problema erano i turni lunghi.
Laura si offrì di aiutarmi.
Il 9 settembre portai Giada a casa.
Entrò alle 18:21.
Annusò il battiscopa e percorse tutte le stanze seguendo i muri.
Evitava il centro del soggiorno.
Misi la cuccia accanto al divano.
Sotto un bordo sistemai lo zaino rosso.
Giada ci salì.
Rimase in piedi.
Preparai un piatto di pasta.
Risposi a due messaggi.
Finsi di non guardarla.
Alle 22:14 spensi la luce grande.
Mi sedetti sul pavimento.
Tap.
Tap.
Giada si abbassò.
Alle 22:32 era di nuovo in piedi.
Tap.
Tap.
Alle 22:51 si rialzò ancora.
Continuammo così fino all’una di notte.
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