Il cane cercava disperatamente l’ombra, ma quella catena nascondeva un segreto che nessuno aveva ancora capito

Alla fine mi sdraiai accanto alla cuccia.

Lasciai una mano aperta sul tappeto.

Giada annusò le mie dita.

Allungò le zampe.

Posò il mento.

Quando riaprii gli occhi erano le 6:43.

Giada non si era mossa.

Sei ore.

Dormiva con il collo completamente disteso.

Una zampa era ancora sopra la tracolla dello zaino.

Rimasi immobile finché il braccio sinistro non perse sensibilità.

Quando Giada aprì gli occhi, guardò la finestra.

Poi me.

La coda batté una volta contro il materasso.

Pensai che quello fosse il lieto fine.

Mi sbagliavo.

Cinque giorni dopo mi chiamò l’assistente che seguiva Matteo.

«Può incontrare Giada», disse. «Ma prima devi sapere perché quella catena era diventata così corta.»


All’inizio Giada dormiva dentro casa.

Spesso davanti alla porta della camera di Matteo.

Dopo la morte della madre, il bambino aveva iniziato a svegliarsi di notte.

Giada rimaneva nel corridoio.

Se lui si muoveva, lei si alzava.

Stefano la mise fuori dopo una lite durante la quale la cagna aveva rovesciato una lampada cercando di raggiungere Matteo.

La prima catena era abbastanza lunga.

Giada poteva arrivare all’ombra.

Alle ciotole.

Ai gradini della porta.

Matteo poteva sedersi accanto a lei.

Poi, l’11 febbraio, durante un’altra discussione, Giada entrò in casa e si mise tra Matteo e lo zio.

Non morse nessuno.

Afferrò soltanto per pochi secondi la manica della giacca dell’uomo.

Lasciò subito la presa quando Matteo si allontanò.

Quella sera Stefano accorciò la catena.

Disse al bambino che Giada sarebbe rimasta in piedi finché non avesse imparato a stare al suo posto.

Matteo provò a liberarla.

Il lucchetto aveva una chiave.

Tentò perfino di allentare l’anello nel muro con un coltello da burro.

Un utensile piegato era apparso nelle fotografie della casa fatte mesi prima.

Nessuno, allora, ne aveva capito il significato.

Quando si rese conto di non poter aprire la catena, Matteo inventò lo zaino.

Arrotolò le tracolle.

Le legò con il filo blu.

Spinse lo zaino sotto il petto di Giada.

Così la cagna poteva piegare almeno un po’ le zampe senza che il collare si tendesse subito.

Matteo si sedeva contro il muro per evitare che lo zaino scivolasse.

Poi batteva due volte.

Tap.

Tap.

Giada si abbassava.

Il bambino teneva lo zaino fermo.

Dopo diciotto minuti, Matteo batteva di nuovo.

Giada si rialzava.

Per mesi avevamo pensato che diciotto minuti fossero il limite fisico della cagna.

Non lo erano.

Era il limite del bambino.

Stefano controllava il cortile più o meno ogni venti minuti.

Se trovava Matteo vicino a Giada, lo mandava immediatamente dentro.

Il bambino aveva imparato a controllare i minuti su un piccolo orologio digitale rosso.

A diciotto minuti faceva il segnale.

Giada si alzava.

Lui recuperava lo zaino.

E correva in casa.

Ecco perché Giada si svegliava dopo diciotto minuti.

Ecco perché si alzava sentendo una porta.

Ecco perché riusciva a dormire soltanto con lo zaino sotto il petto.

Il corpo della cagna non ricordava soltanto la catena.

Ricordava il bambino che cercava di proteggerla.

Quando Matteo venne allontanato dalla casa in aprile, chiese più volte agli adulti di non lasciare Giada.

Qualcuno gli disse che sarebbe stato avvisato il servizio competente.

La chiamata, per un errore mai chiarito fino in fondo, non arrivò.

Prima di salire in macchina, Matteo scrisse il biglietto.

“Si chiama Giada.”

“Non morde.”

“Per favore fatela riposare.”

Lo mise nello zaino e riuscì a spingerlo vicino alla cagna.

Pensava che qualcuno sarebbe tornato poche ore dopo.

Non tornò nessuno.

Giada rimase al muro.

La casa si svuotò.

La primavera diventò estate.

Lo zaino rimase a mezzo metro da lei.

Abbastanza vicino da poterlo vedere.

Troppo lontano per raggiungerlo.

«Cosa vuole Matteo adesso?» chiesi.

L’assistente mi guardò.

«Vuole vedere con i suoi occhi che lei riesce a dormire.»


Matteo arrivò il 17 settembre.

Aveva dieci anni.

Jeans.

Maglietta verde.

Capelli castani tagliati corti.

Sulle spalle portava uno zaino nero nuovo.

La famiglia affidataria e la sua assistente rimasero vicino alla porta.

Io ero nella stanza con Giada.

Alle 15:09, prima ancora che sentissimo i passi, Giada si alzò.

Andò alla porta.

Matteo comparve dall’altra parte del vetro.

La cagna non abbaiò.

La coda non si mosse.

Rimase immobile.

Così immobile che vidi tremare la pelle sotto il collo.

Matteo appoggiò una mano contro il vetro.

Giada appoggiò il muso nello stesso punto.

Aprii.

Lei uscì lentamente.

Matteo si mise in ginocchio.

Giada non gli saltò addosso.

Gli annusò una scarpa.

I jeans.

Le mani.

Poi girò dietro di lui e controllò lo zaino.

Matteo lo aprì.

«Ho portato le cose vecchie.»

Tirò fuori un pezzetto di lana blu.

Il coltello da burro piegato.

E un orologio digitale rosso con il vetro crepato.

Giada annusò tutto.

Matteo batté due volte sul pavimento.

Tap.

Tap.

Le zampe anteriori di Giada si piegarono.

Si sdraiò accanto alle sue ginocchia.

Rotolò su un fianco.

E fece lo stesso lungo sospiro che avevo sentito nel cortile quando la catena era caduta.

Matteo appoggiò la mano sulla macchia bianca del suo petto.

«Non devi alzarti a diciotto», disse.

Giada chiuse gli occhi.

Nessuno parlò.

Alle 15:27 erano passati esattamente diciotto minuti.

Giada aprì gli occhi.

Sollevò la testa.

Matteo guardò l’orologio appeso alla parete.

Poi guardò lei.

«La porta non si apre», sussurrò. «Puoi restare.»

Tap.

Tap.

Giada abbassò di nuovo la testa.

Alle 15:45 era ancora sdraiata.

Alle 16:03 allungò le zampe posteriori e si avvicinò al bambino.

Quell’incontro durò più di un’ora.

Ma non poteva finire come Matteo desiderava.

La casa affidataria aveva già due cani.

La sistemazione del bambino non era ancora definitiva.

Una zia materna, Anna, aveva avviato le procedure per poterlo accogliere, ma viveva in un appartamento che non consentiva animali della taglia di Giada.

La cagna non poteva seguirlo.

«Rimane con te?» mi chiese Matteo.

«Per adesso sì.»

«Hai una catena?»

«No.»

«Hai un muro fuori?»

«Ho dei muri. Ma lei vive dentro.»

Mi studiò per qualche secondo.

«Può dormire nella tua camera?»

«Se vuole.»

«Non chiudere la porta.»

«Non la chiuderò.»

Matteo accarezzò lentamente l’orecchio di Giada.

«Lei ascolta le porte.»

«Lo so.»

Scosse la testa.

«No. Ascoltava la mia.»

Fu allora che capimmo un’altra cosa.

Quando vivevano in quella casa, Giada si sistemava in modo da vedere la finestra della camera di Matteo.

Quando sentiva le discussioni, tirava verso quella finestra finché la catena glielo permetteva.

A volte Matteo usciva dalla finestra.

Scendeva da una tettoia bassa e raggiungeva il cortile.

In alcune notti era rimasto lì.

Seduto accanto a Giada.

Lei non poteva sdraiarsi.

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