Lui non riusciva a dormire da solo.
Così si appoggiavano l’uno all’altra.
Matteo metteva lo zaino sotto il petto della cagna.
Giada appoggiava la spalla contro il bambino.
«Lei non dormiva mai per prima», disse Matteo. «Aspettava che chiudessi gli occhi io.»
Definire Giada “il suo cane” sembrava improvvisamente troppo poco.
Matteo portava fuori parte della merenda della scuola.
Riempiva una bottiglia d’acqua nel bagno.
Aveva inventato un sistema per permetterle di riposare diciotto minuti alla volta.
Giada, invece, guardava la sua finestra.
Gli andava incontro quando aveva paura.
Si svegliava prima di lui quando sentiva aprirsi una porta.
Avevano fatto a turno.
A turno erano stati casa l’uno per l’altra.
Da quel giorno Matteo venne ogni sabato.
Dopo poche settimane Giada riconosceva il rumore dell’auto che lo accompagnava.
Aspettava davanti alla mia porta con lo zaino rosso accanto alle zampe.
Il rituale era sempre uguale.
Tap.
Tap.
Giada si sdraiava.
Matteo si metteva accanto a lei.
Durante il primo mese controllava l’orologio dopo diciotto minuti.
Nel secondo mese cominciò a dimenticarsene.
A novembre poteva addormentarsi per un intero pomeriggio con Giada mentre la televisione parlava sottovoce in salotto.
Anche lei cambiava.
Arrivò a ventiquattro chili.
Il pelo ricoprì quasi completamente il segno del collare.
Le zampe posteriori smisero di tremare.
Cominciò a camminare al centro del soggiorno invece di seguire sempre i muri.
Continuava ad alzarsi quando sentiva sbattere certe porte.
Continuava a guardare gli autobus scolastici.
Ma dormiva con il collo appoggiato al materasso.
Nel frattempo Teresa, la vicina, trasformò il senso di colpa in qualcosa di concreto.
Con altri pensionati del quartiere cominciò a lasciare ciotole d’acqua davanti ai negozi durante le giornate più calde.
Aiutava le persone anziane a portare gli animali dal veterinario.
Quando vedeva qualcosa che non andava, telefonava subito.
«Non aspetto più lunedì», mi disse una volta.
Il quartiere, che per mesi aveva voltato lo sguardo verso quel cortile, cominciò lentamente a guardarsi intorno.
Non servivano eroi.
Servivano persone disposte ad accorgersi.
Persone che non si limitassero a passare una scatoletta sotto la rete.
La situazione giudiziaria di Stefano si concluse mesi dopo con una condanna e il divieto di avvicinarsi a Matteo e di detenere animali.
Nessuna sentenza poteva restituire quelle notti.
Ma almeno, per una volta, ciò che era accaduto venne chiamato con il suo nome.
In primavera Anna si trasferì vicino a Bari.
Affittò una piccola casa con un cortile recintato.
Quando seppe che poteva finalmente accogliere Matteo, gli fece due domande.
«Di che colore vuoi la tua stanza?»
«Grigia.»
«E dove mettiamo la cuccia di Giada?»
Matteo rispose senza pensarci.
«Non vicino al muro.»
Quella sera Anna telefonò a me.
Avevo ospitato Giada per sei mesi.
Le sue ciotole erano nella mia cucina.
Il suo pelo era sul divano, sui pantaloni da lavoro, sul sedile della macchina.
Dormiva accanto al mio letto.
Una zampa spesso poggiata sul vecchio zaino rosso.
Una parte di me voleva dire che trasferirla sarebbe stato troppo.
Che ormai si era affezionata a me.
Che cambiare casa avrebbe potuto destabilizzarla.
Erano tutte frasi plausibili.
Ed erano tutte, in parte, vere.
Ma non erano tutta la verità.
Giada aveva aspettato ogni pomeriggio davanti alla porta.
Aveva osservato centinaia di zaini.
Aveva dormito per mesi aggrappata all’oggetto che le mani di Matteo avevano trasformato in un letto.
Io avevo tagliato una catena.
Non potevo costruirne un’altra soltanto perché lasciarla andare mi faceva male.
Preparammo il trasferimento lentamente.
Matteo lasciò una sua maglietta sulla nuova cuccia.
Giada visitò prima il cortile.
Poi il soggiorno.
Poi la camera.
Le prime due notti dormii sul divano di Anna.
La terza sera Giada entrò nella stanza di Matteo senza voltarsi verso di me.
Il letto del bambino era basso.
La grande cuccia ortopedica stava al centro della stanza.
Lontana da ogni muro.
Matteo prese lo zaino rosso.
Per un momento pensai che lo avrebbe sistemato sotto il petto della cagna.
Invece aprì l’armadio.
Lo mise dentro.
Sul ripiano più alto.
Chiuse lentamente l’anta.
Giada salì sulla cuccia.
Rimase in piedi.
Matteo batté due volte sul pavimento.
Tap.
Tap.
Giada si sdraiò da sola.
Senza zaino.
Senza rialzo.
Senza cercare spazio sotto il collo.
Fu allora che capii che era pronta.
Sono passati due anni.
Giada vive ancora con Matteo e Anna.
Pesa venticinque chili e mezzo.
Il pelo grigio è diventato folto.
La vecchia lesione sotto il collo quasi non si vede più.
Il collare è largo abbastanza da far passare tre dita, anche se per le passeggiate usano soltanto una pettorina imbottita.
Matteo ha dodici anni.
Suona le percussioni nella banda della scuola.
Sulla scrivania ha un piccolo pad di gomma per esercitarsi.
Ogni sera, poco dopo le nove, lo tocca due volte.
Tap.
Tap.
Giada entra nella stanza.
Fa un giro sulla cuccia.
Si sdraia.
E lascia uscire un lungo respiro.
Matteo aspetta quel suono prima di spegnere la lampada.
La porta della camera rimane aperta.
Lo zaino rosso è ancora nell’armadio.
Dentro la tasca ci sono il filo di lana blu e l’orologio rotto.
Matteo non li guarda quasi mai.
Ma non vuole ancora buttarli.
Ogni 19 agosto torniamo nel punto dove sorgeva la vecchia casa.
L’edificio è stato demolito.
Al suo posto, grazie agli abitanti del quartiere, c’è un piccolo orto condiviso.
Sei vasche di legno.
Pomodori.
Basilico.
Una cisterna per l’acqua piovana.
Dove una volta c’era il muro, oggi passa un sentiero di ghiaia.
Teresa tiene sempre alcune ciotole pulite vicino al cancello.
«Devono essere raggiungibili», dice ogni volta.
Giada annusa il terreno per qualche minuto.
Il primo anno rimase accanto alla gamba di Matteo.
Il secondo scelse da sola una zona qualche metro più in là.
Non era nemmeno all’ombra.
Era al sole.
Si sdraiò.
Rotolò sulla schiena.
Aprì tutte e quattro le zampe.
Intorno a lei alcune famiglie lavoravano nell’orto.
Qualcuno rideva.
Un anziano legava le piante di pomodoro.
Due donne riempivano le ciotole d’acqua.
Dal vicolo arrivò improvvisamente il rumore di un cancello che sbatteva.
Giada aprì un occhio.
Per anni, quel suono l’avrebbe fatta scattare in piedi.
Quella volta rimase sdraiata.
Matteo mi guardò dall’altra parte dell’orto.
Non portava più l’orologio digitale.
Non contava diciotto minuti.
Non controllava la porta.
Appoggiò semplicemente una mano sull’erba.
Giada allungò lentamente una zampa.
La posò sopra le sue dita.
La prima volta che la vidi, pensavo che la libertà avesse il rumore di una catena arrugginita che cade nella polvere.
Adesso so che può essere molto più silenziosa.
Due colpi.
Tap.
Tap.
Un lungo sospiro.
Una porta aperta.
E, finalmente, nessuno che le ordina di alzarsi.





