Leo si fermò a metà del cortile.
Si voltò.
Mi guardò.
Fece qualche passo.
Vide che continuavo a seguirlo.
Si fermò di nuovo.
Non ringhiò.
Non abbaiò.
Semplicemente aspettò.
«Vuoi andare da solo, vecchio testardo?»
Leo rimase immobile.
Tornai in casa.
Solo allora riprese il cammino.
Raccontai la cosa a Teresa.
Lei sorrise.
«Era uguale ad Aldo.»
«Cosa?»
«Quando aveva qualcosa da fare al lago non voleva nessuno tra i piedi.»
Continuammo a credere che Leo stesse aspettando mio nonno sulla panchina.
Era la spiegazione più semplice.
E forse avevamo bisogno che fosse quella.
Nel frattempo la vita continuava.
Milano.
Il lavoro.
Le scadenze.
Le telefonate.
Gli aperitivi che spesso accettavo solo per non tornare in un appartamento silenzioso.
E poi il viaggio del venerdì sera verso il lago.
Ogni volta che uscivo dall’autostrada e cominciavano le strade più piccole, sentivo qualcosa dentro di me rallentare.
Passavo davanti al bar con quattro pensionati sempre allo stesso tavolo.
Alla bottega dove mia nonna comprava il pane.
Alla chiesa con il campanile che da bambina mi svegliava la domenica.
Arrivavo davanti alla casa e Leo era lì.
Prima correva.
Poi trotterellava.
Poi camminava.
Negli ultimi mesi si limitava ad alzarsi piano.
Ma veniva sempre.
Appoggiava la testa contro la mia gamba e rimaneva così.
Il muso diventava ogni volta più bianco.
A marzo compì tredici anni.
Teresa gli preparò una ciotola con pollo lesso e un pezzetto di formaggio.
Gino gli mise al collo un fazzoletto rosso.
Facemmo una foto.
Quando la riguardai, mi colpì una cosa che dal vivo non avevo voluto vedere.
Leo era diventato vecchio.
Non “un po’ più lento”.
Vecchio davvero.
Come era diventato vecchio mio nonno negli ultimi anni mentre io continuavo a trattarlo, nella mia testa, come l’uomo che mi portava sulle spalle quando avevo sei anni.
È una delle crudeltà del tempo.
Le persone che amiamo cambiano davanti ai nostri occhi, ma noi le aggiorniamo troppo lentamente nella memoria.
A settembre arrivò la telefonata di Teresa.
Quella del cuore stanco.
Partii il sabato mattina.
Quando entrai in casa, Leo era sdraiato sul tappeto.
Alzò la testa.
Ci mise qualche secondo a mettersi in piedi.
Poi venne verso di me.
Premette la fronte contro la mia coscia.
«Ciao, vecchietto.»
La voce mi si spezzò.
Quella notte dormii nella mia vecchia cameretta.
Sul comodino c’era ancora una piccola crepa lasciata da una candela caduta quando avevo sedici anni.
Nell’armadio trovai una coperta fatta all’uncinetto da mia nonna.
Tutto sembrava ostinatamente uguale.
Eppure quasi tutte le persone che avevano dato significato a quelle cose non c’erano più.
Alle sei e venti del mattino ero già sveglia.
La domenica, nella casa dei nonni, aveva sempre avuto un rumore particolare.
La moka.
La radio bassa.
Mia nonna che tirava fuori il servizio “buono” anche se a pranzo eravamo soltanto noi.
Il nonno che diceva di non avere fame e poi mangiava due piatti di lasagne.
Quella domenica non c’era nessuno.
Solo io.
Leo.
E il ticchettio dell’orologio della cucina.
Alle sei e quarantadue Leo si alzò.
Andò alla porta.
Gli aprii.
Scese lentamente.
Io preparai il caffè.
Mi sedetti davanti alla finestra e lo guardai attraversare il cortile.
Arrivò alla panchina.
Si sedette.
Passarono cinque minuti.
Poi dieci.
Io tenevo la tazza tra le mani.
E all’improvviso provai rabbia.
Non con lui.
Con me stessa.
Per due anni avevo detto a tutti:
«Sta aspettando il nonno.»
Per due anni avevo trasformato quella frase in una certezza.
Eppure non mi ero mai seduta dove si sedeva Leo.
Non avevo mai guardato esattamente ciò che guardava lui.
Avevo deciso il significato del suo gesto senza vedere il suo punto di vista.
Mi alzai.
Aprii l’armadio dell’ingresso.
Dentro c’era ancora il vecchio giaccone a quadri di mio nonno.
Rosso scuro e marrone.
Profumava ormai soltanto di armadio e legno vecchio, ma per un secondo mi sembrò di risentire il tabacco della sua pipa, anche se aveva smesso di fumare vent’anni prima.
Lo indossai.
Presi la tazza.
Uscii.
Leo non si voltò subito.
Arrivai alla panchina.
Mi sedetti dietro di lui.
Sentì il rumore del legno.
Girò la testa.
Mi guardò.
Pensai che si sarebbe alzato.
Invece rimase lì.
Poi tornò a fissare l’acqua.
Era una mattina stranamente immobile.
Il lago non aveva una piega.
Niente barche.
Niente vento.
Perfino gli alberi sembravano trattenere il fiato.
Davanti a noi l’acqua era liscia come un vetro.
Vidi il riflesso del cielo.
Degli alberi sulla riva opposta.
Della panchina.
Vidi Leo.
E dietro di lui, riflessa perfettamente sulla superficie, vidi la grande finestra del soggiorno della casa.
Mi voltai.
La finestra era una trentina di metri alle nostre spalle.
Un rettangolo enorme di vetro.
Mio nonno l’aveva fatta installare molti anni prima perché mia nonna diceva sempre:
«Se dobbiamo vivere sul lago, voglio vederlo anche mentre lavo i piatti.»
In inverno il nonno spostava la sua poltrona proprio vicino a quella finestra.
Quando faceva troppo freddo per pescare, sedeva lì con il caffè.
Guardava il lago.
Leggeva il giornale.
A volte si addormentava con gli occhiali sul naso.
Leo stava sul tappeto ai suoi piedi.
Ma improvvisamente ricordai qualcosa.
Una frase di mia nonna.
Avevo venticinque anni.
Era inverno.
Leo era ancora giovane.
«Quel cane è matto come tuo nonno», aveva detto ridendo.
«Perché?»
«Anche quando Aldo resta dentro, lui ogni tanto vuole uscire e va alla panchina. Poi si mette a guardare l’acqua.»
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