Per due anni il vecchio cane di mio nonno fissò il lago ogni mattina: poi scoprii cosa stava cercando davvero

Allora non ci avevo dato peso.

Adesso guardai il lago.

Guardai il riflesso.

La finestra del soggiorno appariva nell’acqua come uno specchio.

E proprio dietro quella finestra, nel punto esatto in cui per anni era stata la poltrona del nonno, si distingueva il vuoto.

Mi mancò il respiro.

Leo non stava guardando il lago.

Stava guardando il riflesso della casa.

La finestra.

Per anni, nelle mattine immobili, da quel punto preciso sulla ghiaia aveva potuto vedere mio nonno seduto dietro il vetro.

Il nonno guardava il lago.

Leo guardava il riflesso del nonno nel lago.

Erano stati faccia a faccia senza guardarsi direttamente.

Uno dentro casa.

Uno sulla riva.

Mi coprii la bocca con una mano.

Per due anni avevamo creduto che Leo andasse alla panchina perché ricordava il posto dove il nonno pescava.

Non era quello.

O almeno, non soltanto.

Leo andava lì per controllare la finestra.

Per verificare se quella mattina l’uomo fosse tornato sulla sua poltrona.

Ogni giorno.

Per due anni.

Con il sole.

Con la nebbia.

Con il freddo.

Con le zampe che gli facevano male.

Si presentava al suo appuntamento.

E controllava.

La poltrona era vuota.

Ma lui tornava la mattina successiva.

Nel caso fosse cambiato qualcosa.

Sentii le lacrime arrivare senza riuscire a fermarle.

Cercai di piangere piano.

Leo mosse un orecchio.

Poi si voltò.

Appoggiò la fronte sul mio ginocchio.

Rimase così qualche secondo.

Poi tornò verso l’acqua.

E io capii una cosa che forse chi ha superato una certa età conosce già.

Gli esseri umani parlano tanto di “andare avanti”.

Di chiudere.

Accettare.

Lasciare andare.

Ma l’amore non funziona sempre così.

A volte non lascia andare niente.

Cambia soltanto abitudine.

Diventa una sedia che nessuno sposta.

Una tazza conservata nello stesso mobile.

Un numero di telefono che non cancelliamo.

Una giacca che non buttiamo.

Una porta che continuiamo ad aprire per qualcuno che non può più attraversarla.

O una panchina davanti a un lago.

Quella sera chiamai Elena, una mia vecchia compagna di università che lavorava da anni con animali anziani.

Le raccontai tutto.

Lei rimase in silenzio.

Poi disse:

«Non posso dirti cosa pensa Leo. Nessuno può.»

«Ma può davvero usare il riflesso per guardare la finestra?»

«Certo che può accorgersi di ciò che appare nell’acqua. I cani ricordano benissimo percorsi, posizioni, rituali. Soprattutto quelli ripetuti per anni.»

Le descrissi la panchina.

La finestra.

La poltrona.

Il modo in cui il nonno trascorreva le mattine.

Elena respirò piano.

«Martina, magari non sta aspettando nel modo in cui aspetteremmo noi. Ma quella posizione, quella finestra, quell’ora… fanno parte del suo mondo da undici anni.»

Poi aggiunse:

«Forse non sta cercando di capire dove sia tuo nonno.»

«E cosa sta facendo?»

«Sta semplicemente controllando che il suo posto sia ancora lì.»

Quella frase non mi lasciò dormire.

Il sabato successivo tornai al paese.

Prima di arrivare alla casa mi fermai da un piccolo fotografo che faceva anche cornici, stampe, foto per matrimoni e restauri di vecchie immagini.

Gli portai una fotografia.

Era stata scattata da me un anno prima della morte del nonno.

Lui era seduto sulla sua poltrona accanto alla finestra.

Indossava proprio il giaccone a quadri che avevo trovato nell’armadio.

Aveva una tazza in mano.

Leo era sdraiato sul tappeto.

Il nonno non guardava l’obiettivo.

Guardava fuori.

Sorrideva appena.

«La voglio grande», dissi al fotografo.

«Quanto grande?»

Indicai con le mani.

«Quasi come una persona.»

Mi guardò come si guardano quelli che stanno per raccontarti una storia.

Non fece domande.

Il sabato pomeriggio sistemai la fotografia sulla poltrona.

La fissai su un pannello rigido.

La inclinai leggermente.

Accesi una lampada.

Chiusi le tende laterali e lasciai aperta soltanto quella grande verso il lago.

Poi uscii.

Andai fino alla panchina.

Guardai l’acqua.

Il vento increspava la superficie.

Non si vedeva niente.

«Domani», mormorai.

Quella notte ebbi paura che il lago si muovesse.

È assurdo.

Non avevo mai pregato per un lago immobile.

Alle sei e quaranta del mattino Leo era già alla porta.

Aprii.

Lui uscì.

Io rimasi in cucina.

Il cielo era chiaro.

L’acqua ferma.

Leo scese.

Passò il pontile.

Arrivò alla panchina.

Si sedette.

Guardò il lago.

Io osservavo l’orologio.

Dieci minuti.

Venti.

Trenta.

Leo non si mosse.

Trentacinque.

Quaranta.

Mi portai una mano al petto.

Quarantasette minuti.

Poi Leo si alzò.

Lentamente.

Si girò verso la casa.

Per qualche secondo rimase fermo.

Dalla cucina non riuscivo a capire dove stesse guardando.

Poi iniziò a camminare.

Entrò dalla porta sul retro.

Non andò alla ciotola.

Non venne da me.

Attraversò la cucina.

Passò nel corridoio.

Entrò in soggiorno.

Andò direttamente alla poltrona.

Davanti alla fotografia si fermò.

La guardò.

Un secondo.

Due.

Tre.

Poi la sua coda colpì il tappeto.

Tum.

Pausa.

Tum.

Due volte.

Esattamente due.

Leo si sdraiò ai piedi della poltrona.

Nello stesso punto dove aveva dormito accanto al nonno per undici anni.

Appoggiò il muso sulle zampe.

Chiuse gli occhi.

Io rimasi in piedi sulla porta del soggiorno.

Non volli avvicinarmi.

Dormì quasi tre ore.

Non lo vedevo dormire così profondamente da mesi.

Quando Teresa arrivò per il pranzo della domenica, trovò me seduta al tavolo con gli occhi gonfi.

Aveva portato una teglia di pasta al forno.

«Che è successo?»

Indicai il soggiorno.

Lei guardò.

Vide la fotografia.

Vide Leo.

Portò immediatamente una mano alla bocca.

«Madonna santa…»

Restammo entrambe in silenzio.

Poi Teresa disse:

«Tuo nonno avrebbe detto che siamo due sciocche.»

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