«Mi dispiace.»
Davide annuì.
«Lo so.»
«No. Non lo sa. Ho scritto lettere. Ho fatto segnalazioni. Ho parlato male di lei.»
«Lo so anche questo.»
Quella risposta mi fece abbassare gli occhi.
Tre settimane dopo entrai nella stessa sala del centro civico dove avevo passato mesi a lamentarmi di loro.
La sala non era cambiata.
Sedie di plastica.
Caffè tiepido.
Volantini della sagra.
Un avviso per la raccolta del verde.
Io invece sì.
Quando la presidente del comitato chiese se ci fossero segnalazioni, mi alzai.
Le gambe mi tremavano.
«Devo correggere alcune cose che ho detto nei mesi scorsi.»
Qualcuno si voltò.
La signora Loredana, che sapeva tutto di tutti, smise perfino di frugare nella borsa.
«Le segnalazioni sul signor Moretti e sul suo cane erano mie.»
Silenzio.
«E molte non erano giuste.»
Un mormorio attraversò la sala.
«Ho confuso la mia paura con un pericolo reale. Ho scritto di rumori quando quel cane quasi non abbaiava. Ho parlato di aggressività senza aver mai visto un’aggressione.»
La presidente mi guardò da sopra gli occhiali.
«Vuole ritirare le segnalazioni?»
«Voglio che sia scritto che non erano basate su fatti verificati.»
Dal fondo qualcuno disse:
«Però certi cani restano certi cani.»
Un altro aggiunse:
«E con i bambini bisogna stare attenti.»
Quelle frasi mi colpirono perché erano le mie.
Le avevo dette decine di volte.
«Lo so,» risposi. «So esattamente cosa state pensando. Perché io l’ho pensato prima di voi.»
Raccontai della tempesta.
Di Nerino.
Di Bruno.
Di Davide.
Qualcuno sembrò commuoversi.
Altri no.
Il signor Alberto Rinaldi, che parlava sempre di valore delle case, incrociò le braccia.
«Una storia emozionante non cancella i rischi.»
«No,» dissi. «Ma nemmeno la paura crea automaticamente un rischio.»
Non convinsi tutti.
Anzi.
Quando uscii dalla sala, molti mi guardavano come si guarda una vecchia signora che forse si è fatta intenerire troppo.
Davide mi aspettava vicino alla macchina.
Bruno era seduto accanto a lui.
Nerino, dalle mie braccia, cominciò a muoversi appena li vide.
«Com’è andata?» chiese Davide.
«Male.»
«Immaginavo.»
«Perché?»
Lui accarezzò Bruno.
«Quando le persone decidono prima chi sei, poi raccolgono solo le prove che servono a confermarsi.»
Quelle parole tornarono a perseguitarmi pochi giorni dopo.
Una mattina trovai Davide seduto sul gradino di casa mia.
Aveva una lettera in mano.
«Che succede?»
Me la porse.
Il proprietario della villetta gli comunicava che, alla scadenza, il contratto d’affitto non sarebbe stato rinnovato.
Motivo?
Ripetute segnalazioni.
Preoccupazioni espresse dai residenti.
Possibili problemi di convivenza.
Mi mancò il fiato.
«È colpa mia.»
«Non solo.»
«Ma ho cominciato io.»
Davide non rispose.
Fu peggio.
«Possiamo contestarla.»
«Forse.»
«Lo facciamo.»
Lui alzò lo sguardo.
«Teresa, non deve riparare tutto solo perché si sente in colpa.»
«Non lo faccio per il senso di colpa.»
Era una mezza bugia.
Il senso di colpa c’era.
Eccome.
«Lo faccio perché adesso so che è sbagliato.»
Davide sorrise appena.
«Le cose sbagliate non si aggiustano sempre.»
«No. Ma si possono almeno disturbare.»
Quella volta rise.
Piano.
Da quel giorno cominciai a bussare alle porte.
La prima fu quella di Loredana.
«Non firmo niente,» disse prima ancora che finissi di spiegare.
«Perché?»
«Ho i nipoti spesso qui.»
«Bruno non li ha mai nemmeno avvicinati.»
«Appunto. Meglio così.»
Porta chiusa.
Dal signor Rinaldi andò peggio.
Mi parlò di assicurazioni, statistiche, responsabilità.
Alla fine gli chiesi:
«E i tatuaggi di Davide? Sono una statistica anche quelli?»
Diventò rosso.
Non firmò.
Poi arrivai a casa di una donna che viveva con il figlio adolescente.
Quando dissi Bruno, il ragazzo sorrise.
«Quello grosso? È buonissimo.»
Sua madre uscì dalla cucina.
«Davide mi ha portato la spesa fino in casa quando avevo il polso ingessato.»
«Lo scriverebbe?»
Lei prese la penna.
Così cominciarono ad arrivare altre testimonianze.
Il postino raccontò che Bruno si sedeva sempre dietro il cancello prima che lui entrasse.
Un vedovo della via accanto disse che Davide gli aveva tagliato l’erba durante una convalescenza.
Una ragazzina raccontò che ogni mercoledì leggeva libri ai cani nel rifugio dove Davide faceva volontariato.
Scoprii così un’altra parte della sua vita.
Cominciai ad accompagnarlo.
Il rifugio era alla periferia della città.
Vecchio.
Semplice.
Rumoroso.
Davide riparava cancelli, puliva box, scaricava sacchi di mangime.
Bruno sembrava un altro animale quando entrava lì.
O forse ero io a essere finalmente un’altra persona.
I cani più agitati si calmavano quando lui si sdraiava vicino alle reti.
Quelli più paurosi osservavano Bruno come se sapesse parlare una lingua segreta.
I bambini che partecipavano alle letture gli si avvicinavano piano.
Sempre accompagnati.
Sempre seguendo le indicazioni degli adulti.
Bruno rimaneva fermo.
Una statua.
Un giorno una bambina lesse per quasi venti minuti accanto al suo box.
Inciampava sulle parole.
Si fermava.
Ripartiva.
Quando finì il capitolo, accarezzò Bruno sulla schiena e disse:
«Con lui non mi vergogno se sbaglio.»
Io mi voltai perché non volevo farmi vedere piangere.
Pensai a quante volte avevo vergognato io qualcuno soltanto perché era diverso da ciò che conoscevo.
Nel frattempo il quartiere diventava più freddo.
Le persone che prima mi cercavano al mercato ora salutavano in fretta.
Alle cene della parrocchia il posto vicino al mio rimaneva vuoto più spesso.
Perfino mia figlia Paola cominciò a preoccuparsi.
«Mamma, va bene chiedere scusa, però non esagerare.»
«In che senso?»
«Non conosci davvero quell’uomo.»
«Adesso lo conosco più di quanto lo conoscessi quando lo accusavo.»
«È un uomo solo, con problemi suoi, un cane enorme…»
«E tatuaggi.»
Silenzio.
«Non volevo dire quello.»
«Ma l’hai pensato.»
Paola sospirò.
«Ho paura che tu sia sola e ti faccia coinvolgere troppo.»
Quella frase mi ferì.
Perché a una certa età succede una cosa strana.
Se sei prudente, sei una vecchia diffidente.
Se cambi idea, sei una vecchia ingenua.
Se ami qualcuno, magari hai perso lucidità.
Se ti arrabbi, sei troppo emotiva.
Come se dopo i settant’anni l’esperienza non contasse più.
Contasse solo la fragilità.
«Paola, essere vedova non significa essere stupida.»
Lei si zittì.
Quella domenica mangiammo insieme.
Io preparai le lasagne come facevo quando c’era Giulio.
Paola venne con suo marito e i miei due nipoti.
Per anni il pranzo della domenica era stato il momento in cui io difendevo la bella figura della famiglia.
Tovaglia buona.
Piatti del servizio.
Niente discussioni davanti ai ragazzi.
I problemi si tenevano fuori dalla porta.
Quella domenica no.
A metà del secondo, mio genero disse:
«Ho sentito che quello accanto rischia di andarsene.»
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