Poi si inginocchiò.
Non lo chiamò.
Non tese le braccia.
Rimase lì.
Bruno scese dalla macchina.
Annusò il vialetto.
Mi guardò.
Poi guardò lei.
Camminò lentamente verso Elena.
Si fermò davanti alle sue ginocchia.
Per qualche secondo nessuno si mosse.
Poi Bruno appoggiò la testa contro la sua coscia.
Elena emise un suono che non dimenticherò mai.
Non era un grido.
Non era un singhiozzo.
Era il rumore di una madre che, per un istante, aveva ritrovato qualcosa che credeva perduto per sempre.
Gli prese il muso tra le mani.
“Ciao, Bruno.”
Lui le leccò il polso.
La coda cominciò a muoversi.
Elena pianse.
Io piansi.
Bruno probabilmente pensò che gli esseri umani fossero incomprensibili.
Dentro casa c’era profumo di caffè.
Sul tavolo della sala da pranzo Elena aveva preparato una torta semplice.
“Era quella che facevo a Matteo,” disse.
Poi mi mostrò un oggetto.
Un barattolo di vetro.
Alto poco più di venti centimetri.
Chiuso con un vecchio coperchio metallico.
Dentro c’erano centinaia di sassolini.
Grigi.
Bianchi.
Marroncini.
Alcuni quasi neri.
Elena appoggiò una mano sul vetro.
“Quattrocentosettantadue.”
Non osavo toccarlo.
“Li hai contati?”
“Più volte di quante vorrei ammettere.”
Sorrise senza allegria.
“Quando sei madre, dopo che perdi un figlio, finisci per contare cose strane.”
Si sedette.
“Le magliette rimaste nell’armadio.”
“Le fotografie.”
“I compleanni che avrebbe avuto.”
“Gli anni senza di lui.”
Poi spinse lentamente il barattolo verso di me.
“Voglio che lo prenda tu.”
Scossi subito la testa.
“No.”
“Sì.”
“Elena, questo è di Matteo.”
“Proprio per questo.”
Lei appoggiò entrambe le mani sul tavolo.
“Per anni ho tenuto questo barattolo nella sua camera.”
“Quando ho cambiato casa, l’ho portato con me.”
“Non riuscivo né a buttarlo né a guardarlo.”
Abbassò gli occhi.
“Credevo fosse un ricordo finito.”
Poi guardò Bruno.
“Ma forse non era finito.”
Sentii un nodo salirmi alla gola.
“Voglio che i sassolini di Matteo stiano vicino a quelli di Bruno.”
“Non posso.”
“Puoi.”
“Elena…”
“Silvia, ascoltami.”
La sua voce diventò quella di una maestra.
Dolce, ma ferma.
“Per anni mi sono chiesta perché fosse successo tutto.”
“Mi sono chiesta cosa avrei dovuto fare diversamente.”
“Mi sono chiesta se avessi sbagliato a portare Bruno al rifugio.”
“Mi sono chiesta se avevo abbandonato l’ultima cosa che apparteneva a mio figlio.”
Accarezzò la testa del cane.
“Adesso so che non l’ho abbandonato.”
“L’ho mandato da te.”
Quelle parole mi attraversarono.
“Non so se credo nel destino,” disse.
“Non so se credo nei segni.”
“Alla mia età ho imparato che la vita può essere abbastanza crudele da toglierti la voglia di credere a qualunque cosa.”
Poi sorrise appena.
“Ma mille e novantacinque sassolini sono tanti per essere soltanto una coincidenza.”
Mi porse il barattolo con entrambe le mani.
Lo presi nello stesso modo.
Come si prende qualcosa di fragile.
O qualcosa di sacro.
Bruno era seduto tra noi.
La coda appoggiata sul tappeto.
Quella domenica pranzammo insieme.
Eravamo due donne che una settimana prima non sapevano nemmeno dell’esistenza l’una dell’altra.
Elena preparò pasta al forno.
Io avevo portato il dolce.
Mangiammo troppo, come succede sempre nelle case italiane quando nessuno sa bene cosa dire e allora si riempiono i piatti.
Elena raccontò di Matteo.
Non della sua morte.
Della sua vita.
Ed era importante.
Mi raccontò che odiava i pomodori crudi ma mangiava litri di sugo.
Che nascondeva i biscotti sotto il cuscino.
Che voleva diventare meccanico perché suo nonno sapeva aggiustare qualsiasi cosa.
Che d’estate arrivava al lago con le ginocchia sempre sbucciate e i capelli impossibili da pettinare.
Che prima di scegliere il sassolino del giorno ne prendeva quattro o cinque.
Li metteva in fila.
Li studiava seriamente.
Poi ne sceglieva uno.
“Come se dovesse comprare una casa,” disse Elena ridendo.
Bruno dormiva sotto il tavolo.
Ogni tanto apriva un occhio quando sentiva il proprio nome.
Quando tornai a casa, sistemai il barattolo di Matteo su una mensola in soggiorno.
Accanto misi un secondo barattolo più grande.
Dentro versai i 1.095 sassolini di Bruno.
Preparai anche un piccolo cartoncino.
Scrissi:
MATTEO E BRUNO
UN SOLO PROGETTO
Non aggiunsi altro.
Sono passati sei mesi.
Elena è venuta a casa mia diverse volte.
La prima volta portò biscotti per Bruno.
La seconda una vecchia fotografia.
Matteo aveva otto anni.
Era seduto sul pontile del lago.
Accanto a lui c’era un cucciolo grigio e bianco con le zampe enormi.
Bruno.
Dietro la fotografia c’era una frase scritta con una calligrafia infantile:
“IO E BRUNO FACCIAMO LA COLLEZIONE.”
Quando la lessi, dovetti sedermi.
Elena mi guardò.
“L’avevo dimenticata.”
Adesso la fotografia è tra i due barattoli.
Bruno continua il suo rituale.
Anche nella casa nuova.
Il problema era che nel mio nuovo giardino non c’erano sassolini.
La prima mattina uscì.
Girò lungo tutta la recinzione.
Annusò la terra.
Controllò vicino alle piante.
Tornò dentro senza niente.
Sembrava confuso.
La seconda mattina fece la stessa cosa.
Quel pomeriggio andai in una ferramenta e comprai un piccolo sacco di ciottoli da giardino.
Il commesso mi chiese:
“Quanti metri deve coprire?”
Risposi:
“Veramente mi servono per il cane.”
Mi guardò.
Non spiegai altro.
Versai i sassolini lungo la recinzione.
La mattina seguente Bruno uscì.
Li vide.
Si fermò.
Mi guardò.
Poi abbassò la testa.
Ne prese uno.
Solo uno.
Attraversò il giardino.
Salì i gradini.
Passò davanti alla mia tazza di caffè.
Entrò in casa.
Lo seguii.
Attraversò cucina e soggiorno.
Si fermò davanti al nuovo mobile della televisione.
Lasciò cadere il sassolino.
Lo spinse sotto con il naso.
Poi tornò verso di me.
La coda si muoveva lentamente.
Non li butto più.
Questa volta ho imparato.
Quando sotto il mobile ce ne sono abbastanza, mi inginocchio e li raccolgo.
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