Uno alla volta.
Non con la paletta.
Con le mani.
Li metto nel barattolo di Bruno.
Elena una volta mi ha visto farlo.
“Perché uno alla volta?”
Ho risposto:
“Perché lui li porta uno alla volta.”
Lei ha annuito.
Come se fosse la risposta più ovvia del mondo.
Qualche domenica fa è venuta anche mia madre.
Avevo preparato arrosto e patate.
Elena aveva portato una crostata.
Mia sorella arrivò con i bambini.
Per la prima volta quelle due donne si conobbero.
A un certo punto mia madre osservò i barattoli sulla mensola.
Rimase in silenzio.
Poi guardò me.
“Te l’avevo detto di non buttare i sassi.”
“Mamma, non iniziare.”
“Non sto iniziando niente.”
Elena scoppiò a ridere.
Dopo pranzo raccontammo tutta la storia a mia madre.
Lei ascoltò senza interrompere.
Cosa rarissima.
Alla fine si alzò.
Andò davanti alla fotografia di Matteo.
La guardò a lungo.
Poi disse:
“Quando ero piccola, mia nonna diceva che certe persone se ne vanno, ma lasciano qualcosa incaricato di ricordarci che sono passate di qui.”
Io sorrisi.
“E cosa avrebbe lasciato Matteo?”
Mamma indicò Bruno.
“Un cane testardo.”
Elena rise e pianse nello stesso momento.
Fu uno di quei pranzi della domenica che restano.
Non perché sia successo qualcosa di spettacolare.
Ma perché per alcune ore, intorno a una tavola, persone che non avrebbero mai dovuto incontrarsi sono diventate famiglia.
Elena non aveva più Matteo.
Io non avevo figli.
Mia madre continuava a preoccuparsi che io finissi sola.
Bruno non aveva più la sua prima casa.
Eppure quel giorno nessuno sembrava davvero solo.
Ad aprile, per il compleanno di Matteo, io ed Elena siamo tornate al lago.
Abbiamo portato Bruno.
Non abbiamo portato entrambi i barattoli, come avevamo pensato all’inizio.
Erano troppo pesanti e avevamo paura di romperli.
Abbiamo preso soltanto due sassolini.
Uno dal barattolo di Matteo.
Uno dal barattolo di Bruno.
Siamo andate sul vecchio pontile.
Elena si è seduta.
Io accanto.
Bruno tra noi.
Per un po’ non abbiamo parlato.
Il lago era fermo.
Un uomo pescava più in là.
Da una casa arrivava l’odore di carne alla griglia.
Qualcuno chiamava un bambino per pranzo.
Una scena normalissima.
Ed è proprio questo che faceva male.
La vita continua sempre in modo scandalosamente normale.
Elena teneva il sassolino di Matteo nel palmo.
Io quello di Bruno.
“Matteo avrebbe diciassette anni,” disse.
Annuii.
“Probabilmente sarebbe insopportabile.”
Ridemmo.
“Avrebbe il motorino.”
“Tu non glielo avresti comprato.”
“Assolutamente no.”
“Quindi glielo avrebbe comprato il nonno.”
“Naturalmente.”
Ridendo, Elena si asciugò una lacrima.
Poi guardò Bruno.
“Alla fine l’hai imparato, eh?”
Il cane sollevò la testa.
Elena gli accarezzò il petto.
“Ci hai messo un po’, ma l’hai imparato.”
Non buttammo i sassolini nel lago.
Non volevamo chiudere niente.
Li riportammo a casa.
Perché alcune storie non hanno bisogno di una fine.
Hanno bisogno di un posto dove continuare.
Domenica scorsa mi sono svegliata alle sette.
Ho aperto la porta.
Bruno è uscito.
Io mi sono seduta sul gradino con il caffè.
Lui ha camminato fino alla striscia di ciottoli.
Ha abbassato la testa.
Ne ha annusati alcuni.
Poi ne ha scelto uno.
È tornato verso casa.
L’ho seguito senza farmi notare.
Ha attraversato la cucina.
Il soggiorno.
È arrivato davanti al mobile.
Ha lasciato il sassolino.
Ma quella mattina fece qualcosa che non aveva mai fatto.
Prima di girarsi, alzò la testa.
Guardò la mensola.
Il barattolo di Matteo.
La fotografia.
Il suo barattolo.
Rimase fermo due secondi.
Poi batté la coda due volte contro il mobile.
Tum.
Tum.
E tornò verso il giardino.
Sono rimasta lì.
Non so cosa sappiano i cani.
Non so se ricordino come ricordiamo noi.
Non so se Bruno ricorda davvero Matteo.
Forse tutto ha una spiegazione semplicissima.
Forse il bambino aveva iniziato a giocare con lui usando sassolini.
Forse Bruno aveva associato quelle pietre a un momento felice.
Forse un odore.
Un gesto.
Un’abitudine imparata in poche settimane.
Forse il resto l’abbiamo costruito noi perché gli esseri umani hanno bisogno di dare un senso alle cose.
Può essere.
Alla mia età ho smesso di pretendere una spiegazione per tutto.
So soltanto questo.
Un bambino di otto anni voleva insegnare al suo cane a portare a casa un sassolino dal lago.
Non ebbe il tempo di farlo fino in fondo.
Quel cane perse la sua casa.
Finì in un rifugio.
Poi arrivò da una donna separata che aveva dimenticato come si faceva a sentirsi davvero a casa.
Per tre anni, mentre io preparavo il caffè, infilavo il camice, correvo al lavoro, pagavo bollette e cercavo di ricostruire una vita, Bruno portò dentro un sassolino ogni mattina.
Io ridevo.
Lo chiamavo strano.
Li buttavo fuori.
Lui ricominciava.
Uno.
Ogni giorno.
Mille e novantacinque volte.
Finché un trasloco mi costrinse a spostare un vecchio mobile.
Finché una fotografia finì davanti agli occhi della persona giusta.
Finché una madre, dopo anni di silenzio, poté rivedere il cane di suo figlio.
Finché due barattoli di vetro finirono sulla stessa mensola.
Mia madre continua a dire che è stato il destino.
Elena dice che non le importa come si chiama.
Io non so dargli un nome.
So però che ogni mattina apro la porta del giardino.
Bruno esce.
Sceglie il suo sassolino.
Lo porta dentro.
E io lo lascio fare.
Perché forse certi amori non finiscono quando una persona se ne va.
Forse cambiano strada.
Passano attraverso una casa diversa.
Attraverso mani sconosciute.
Attraverso un cane dal petto bianco.
E qualche volta tornano da noi nella forma più piccola possibile.
Un sassolino alla volta.





