La sua coda batté due volte sul pavimento.
Sganciai il guinzaglio.
«Va bene.»
Non dovetti dirle altro.
Luna partì.
Attraversò la reception.
Girò nel corridoio.
Passò davanti a tre stanze.
Si fermò davanti alla 217.
La camera di Ada Ferretti.
Poi si sdraiò sulla soglia.
Io e Teresa ci guardammo.
«Ecco dove voleva andare», sussurrò lei.
Ada stava leggendo.
Teresa bussò.
«Signora Ada?»
La donna abbassò gli occhiali sulla punta del naso.
«Che avete combinato?»
«Luna vorrebbe dormire qui.»
Ada guardò il cane.
Poi guardò me.
«E tu la mandi via?»
«Fino a ieri sì.»
«Allora fino a ieri eri più scemo.»
Teresa scoppiò a ridere.
Io anche.
«Posso lasciarla?»
Ada aprì le braccia.
«A me fate compagnia entrambi. Però tu russi più di lei, quindi preferisco il cane.»
Luna entrò.
Fece il giro del letto.
Poi si sdraiò sul pavimento, vicino al lato destro.
Proprio sotto la sponda.
Posò il mento sulle zampe.
Ma non chiuse gli occhi.
Quella sera tornai a casa da solo.
Fu strano.
Da quattro anni, nelle notti in cui stava con me, sentivo le sue unghie sul pavimento mentre girava per casa.
La ciotola.
Il sospiro prima di dormire.
Il rumore della coda contro il mobile quando sentiva aprire il frigorifero.
Quella notte il mio appartamento sembrava più grande.
E molto più vuoto.
Verso mezzanotte chiamai Teresa.
«Tutto tranquillo?»
«Tutto tranquillo.»
«E Luna?»
«Accanto al letto di Ada.»
«Dorme?»
Teresa esitò.
«Non molto.»
Alle tre e quattordici il telefono squillò.
Quando vidi il numero della struttura mi sedetti sul letto prima ancora di rispondere.
«Teresa?»
Sentii il suo respiro.
Poi:
«Marco, Luna ha appena evitato che Ada si facesse molto male.»
Il sonno scomparve.
«Che è successo?»
«La sponda destra del letto ha ceduto.»
Mi alzai in piedi.
«Ada?»
«Sta bene.»
Quelle furono le due parole più belle della notte.
Teresa continuò.
Ada si era girata nel sonno.
La sponda laterale, che probabilmente aveva iniziato a perdere stabilità da alcuni giorni, era scesa improvvisamente.
Ada era scivolata verso il bordo.
Sotto di lei c’era Luna.
Il suo corpo aveva rallentato la caduta.
Invece di colpire violentemente la struttura metallica del letto e poi il pavimento, Ada era finita in parte sul cane e in parte sul tappeto.
«Luna ha cominciato ad abbaiare», disse Teresa.
«Abbaiare?»
Luna quasi non abbaiava mai durante il servizio.
«Come una matta. Non smetteva più.»
Un operatore notturno aveva sentito il rumore ed era arrivato immediatamente.
Ada aveva qualche livido.
Un gomito dolorante.
Gli occhiali rotti.
Ma era cosciente.
Nessuna frattura evidente.
Il medico chiamato dalla struttura aveva controllato sia lei sia Luna.
Entrambe stavano bene.
«Marco.»
La voce di Teresa cambiò.
«Abbiamo controllato il letto.»
Mi appoggiai alla parete.
«La sponda aveva un problema progressivo.»
«Da quanto?»
«Non sappiamo ancora.»
Silenzio.
Poi Teresa disse:
«Ma potrebbe spiegare perché Luna veniva sempre qui.»
Mi sedetti.
Fu come sentire lo stomaco svuotarsi.
Martedì.
Mercoledì.
Giovedì.
Tre sere.
Tre volte in cui Luna aveva cercato di restare.
Tre volte in cui io avevo tirato il guinzaglio.
La terza sera l’avevo persino presa in braccio.
«Teresa…»
Mi si ruppe la voce.
«Io l’ho portata via.»
«Marco.»
«Lei cercava di dirmelo.»
«Marco.»
«E io l’ho costretta.»
«Ascoltami.»
Teresa parlava piano.
«Tu hai seguito quello che abbiamo sempre fatto.»
«Non basta.»
«No.»
Quella risposta mi sorprese.
Teresa non cercò di consolarmi con una bugia.
«Non basta», ripeté. «Ma significa che non sei stato cattivo. Significa che il sistema non prevedeva una cosa che Luna aveva capito prima di noi.»
Poi aggiunse:
«La differenza è che stasera l’abbiamo ascoltata.»
Mi misi una mano sugli occhi.
«Tre sere troppo tardi.»
«No.»
Teresa sospirò.
«Una sera abbastanza presto.»
Rimasi in silenzio.
«Vieni alle sei», disse. «Ada vuole vederti.»
Alle cinque e mezza ero già in macchina.
Le strade erano quasi vuote.
Passai davanti al forno che stava iniziando a lavorare.
Sentivo il profumo del pane perfino dal finestrino.
Un uomo sistemava le cassette davanti al negozio di frutta.
Una donna anziana portava a passeggio un bassotto con un cappottino assurdo.
Il paese cominciava la giornata.
Pensai a quante cose succedono mentre dormiamo.
A quante vite cambiano senza fare rumore.
Entrai nella stanza di Ada poco prima delle sei.
Era seduta sulla poltrona.
Aveva un piccolo impacco sul gomito.
Un livido iniziava a comparire sulla guancia.
Indossava un vecchio paio di occhiali dalla montatura enorme.
Luna dormiva ai suoi piedi.
Quando mi vide, Ada chiuse il libro.
«Finalmente.»
«Come sta?»
«Arrabbiata.»
Mi spaventai.
«Con me?»
«Con chi ha inventato occhiali che si rompono così facilmente.»
Risi nonostante tutto.
Poi vidi Luna.
Mi inginocchiai.
Le misi una mano sulla testa.
«Scusami.»
Ada mi sentì.
«Marco.»
Non risposi.
«Siediti.»
Presi la sedia.
«Avrei dovuto ascoltarla martedì.»
Ada fece una smorfia.
«Avresti dovuto sapere che una sponda del letto si stava rompendo senza averla controllata?»
«No.»
«Avresti dovuto sapere che un cane aveva capito qualcosa che nessun essere umano aveva notato?»
«No.»
«Allora smettila.»
Mi guardò.
Aveva novantadue anni e quella mattina sembrava più forte di tutti noi.
«Alla mia età non ho tempo per vedere gente che si tormenta inutilmente.»
Abbassai gli occhi.
Ada appoggiò una mano sulla testa di Luna.
«Sai perché le credo?»
«A chi?»
«A lei.»
Mi raccontò una storia.
Era il 1958.
Ada aveva ventiquattro anni.
Era sposata da poco con suo marito Carlo e vivevano nella casa dei genitori di lui, poco fuori dal paese.
Avevano un cavallo da lavoro.
Si chiamava Bruno.
Per tre giorni Bruno si era rifiutato di attraversare un angolo del campo.
Carlo si arrabbiava.
Il suocero di Ada diceva che l’animale era diventato pigro.
Il quarto giorno un vicino andò a controllare.
Trovò una grossa buca nascosta dall’erba alta, formatasi dopo il cedimento del terreno vicino a una vecchia cisterna.
«Se Carlo ci fosse passato con il carro», disse Ada, «poteva ribaltarsi.»
La guardai.
«E il cavallo l’aveva capito.»
«Forse aveva sentito il terreno.»
Ada strinse le spalle.
«Forse aveva paura di qualcosa che noi non vedevamo.»
Guardò Luna.
«Non serve chiamarlo miracolo.»
Poi tornò a guardarmi.
«Basta chiamarlo attenzione.»
Quella parola rimase nella stanza.
Attenzione.
Sembrava piccola.
Ma dentro conteneva mezza vita.
Ada continuò.
«Noi siamo diventati bravissimi a non ascoltare.»
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