La madre, ribattezzata Margherita dalla famiglia adottiva, rimase sdraiata sotto un albero mentre i cuccioli giocavano.
Bottiglia, però, ogni pochi minuti tornava da me.
Correva fino alle mie gambe.
Toccava il ginocchio col naso.
Poi ripartiva.
Come se dovesse controllare una cosa soltanto:
Ci sei ancora?
Sì.
Ci sono.
Al suo primo compleanno pesava più di venti chili.
Il pelo color miele era diventato più scuro sulla schiena.
La piccola macchia cannella era ancora nell’orecchio.
E quelle quattro dita bianche erano diventate una zampa grande, forte.
Continuava a non sopportare le bottiglie di plastica che rotolavano sui marciapiedi.
Quando ne trovavamo una, io la raccoglievo.
La mettevo nel contenitore della raccolta differenziata.
Bottiglia guardava attentamente le mie mani.
Poi riprendevamo a camminare.
Il 16 luglio dell’anno successivo Rosa mi chiamò.
«Domani sei libero?»
«Dipende.»
«Vado con un gruppo di volontari a distribuire acqua agli animali delle campagne. Con questo caldo trovano spesso cani persi o abbandonati.»
Guardai Bottiglia.
«A che ora?»
Da allora, ogni luglio, facciamo lo stesso.
Nel furgone teniamo acqua.
Asciugamani.
Ciotole pieghevoli.
Guanti.
Forbici robuste.
Uno scanner per microchip fornito dall’associazione.
Le forbici stanno nella tasca esterna.
Sempre raggiungibili.
Non perché ci aspettiamo un’altra tanica.
Perché abbiamo imparato che quando serve qualcosa, non vuoi perdere tempo a cercarla.
Bottiglia viene con me solo quando la temperatura è sicura.
Indossa ancora il guinzaglio rosso di Lola.
Quell’oggetto, rimasto per diciotto mesi chiuso in un vano perché non riuscivo a guardarlo, oggi passa dalle mie mani al collare di un altro cane.
All’inizio mi sembrava quasi un tradimento.
Poi capii una cosa.
L’amore non si sostituisce.
Si allarga.
Lola non aveva perso il suo posto.
Aveva semplicemente lasciato una porta aperta.
Nel quartiere, Bottiglia è diventato una specie di istituzione.
Teresa gli parla dalla finestra.
Ernesto continua a fingere di non essere affezionato.
Pietro conserva biscotti sotto il bancone.
Quando qualche bambino del quartiere chiede perché si chiama Bottiglia, evito i dettagli.
Rispondo soltanto:
«Perché una volta è uscito da un posto da cui sembrava impossibile uscire.»
A casa, vicino alla sua cuccia, c’è un oggetto strano.
Una piccola bottiglia di ceramica azzurra, fatta a mano da un artigiano del paese.
Ha un’apertura larghissima.
Nessun tappo.
Niente che possa chiudersi.
Gliela regalò Rosa.
Per mesi Bottiglia la ignorò.
Poi un pomeriggio ci lasciò cadere dentro la pallina da tennis.
Io lo guardavo dalla poltrona.
Lui infilò il muso nell’apertura.
Recuperò la pallina.
La riportò fuori.
La lasciò cadere di nuovo.
La riprese.
Tre volte.
Alla quarta venne verso di me.
Posò la pallina ai miei piedi.
Poi appoggiò quella grande zampa bianca sul mio ginocchio.
Rimasi immobile.
Mi tornò in mente quel pomeriggio sulla provinciale.
La plastica bollente.
Le mani che tremavano.
Rosa con il dito tra la lama e il suo corpo.
Il piccolo occhio marrone che si apriva per mezzo secondo.
E la mia voce:
«Resta.»
Oggi Bottiglia ha tre anni.
Dorme in fondo al mio letto.
Ruba i calzini dal cesto della biancheria.
Si appoggia con tutto il peso del corpo alle persone di cui si fida.
Se mi siedo al bar senza ordinargli una ciotola d’acqua, guarda Pietro come se fosse una grave mancanza di rispetto.
La domenica mattina facciamo il giro del quartiere.
Poi spesso mia figlia viene a pranzo con i nipoti.
Una volta la tavola della domenica mi sembrava enorme dopo la morte di mia moglie.
Troppo grande.
Troppe sedie vuote.
Oggi Bottiglia dorme sotto il tavolo mentre discutiamo di calcio, di pensioni, dei pomodori che “non hanno più il sapore di una volta” e di tutto ciò di cui discutono le famiglie italiane quando hanno mangiato troppo.
Ogni tanto allunga il muso verso le mie scarpe.
Solo per controllare.
Ci sei ancora?
Sì.
Ci sono.
La gente che sente la sua storia mi chiede spesso perché abbia mantenuto quel nome.
Bottiglia.
Dicono che dovrebbe avere un nome più allegro.
Più nobile.
Più adatto a un cane che ha superato tanto.
Io rispondo sempre allo stesso modo.
Una bottiglia è il posto dove l’ho trovato.
Non il posto dove è rimasto.
Qualcuno aveva deciso che la sua vita pesasse poco.
Io non l’ho trasformato in qualcosa di prezioso portandolo a casa.
Era prezioso già prima.
Lo era dentro quella tanica.
Lo era quando nessuno lo sentiva.
Lo era mentre le macchine passavano.
Il fatto che io abbia udito il suo ultimo richiamo non gli ha dato valore.
Mi ha soltanto dato una responsabilità.
Fermarmi.
Bottiglia porta ancora sulla zampa quelle quattro dita bianche che premevano contro la parete.
Io porto ancora in tasca il vecchio guinzaglio rosso.
Quel pomeriggio, sulla provinciale, abbiamo risposto entrambi a qualcosa.
Lui ha trovato la forza per spingere ancora una volta.
Io, finalmente, ho trovato la forza di fermarmi.





