Quel momento.
Due parole.
Mi appoggiai al muro.
Da quando Arturo era entrato in casa nostra, avevo cercato di non pronunciarle.
Sapevo che sarebbe morto.
Naturalmente.
Anch’io morirò.
Teresa morirà.
Tutti quelli che ami, se hai abbastanza fortuna da amarli a lungo, un giorno se ne andranno.
Ma sapere una cosa non significa essere pronti.
La donna mi parlò di cure di conforto.
Di dolore.
Di non accanirsi.
Di decisioni da prendere rapidamente.
Io continuavo a fissare Arturo.
Lui fissava me.
Poi prese il topo in bocca e venne verso il corridoio.
Due passi.
Pausa.
Due passi.
Pausa.
Quella sera Teresa disse:
«Non possiamo continuare a chiamarlo affido di fine vita.»
«È quello che è.»
«No.»
Mi guardò.
«Quello era quello che doveva essere.»
Non risposi.
Perché aveva ragione, e mi faceva paura ammetterlo.
La mattina dopo Arturo non venne a svegliarci.
Aprii gli occhi alle sei e venti.
Silenzio.
Alle sei e venticinque ero già in piedi.
Lo trovai nella cuccia.
Il topo sotto il mento.
Respirava lentamente.
Troppo lentamente, secondo me.
Mi inginocchiai.
«Arturo.»
Aprì un occhio.
Poi lo richiuse.
Teresa telefonò subito al veterinario convenzionato con il rifugio.
Lo portarono a visita quella mattina.
Arturo odiò ogni secondo del viaggio.
Miagolò dall’inizio alla fine.
Quando arrivammo nello studio, però, diventò piccolo.
Era ancora un gatto grosso.
Ma in quella stanza bianca, con l’odore di disinfettante, sembrava improvvisamente molto più vecchio.
La veterinaria aveva più o meno la nostra età.
Mani calme.
Voce bassa.
Lo visitò senza fretta.
Gli toccò le articolazioni.
Ascoltò il cuore.
Controllò la bocca.
Poi lo appoggiò a terra.
Arturo tremò.
Ma rimase in piedi.
La veterinaria sorrise.
«Testardo.»
«Molto», dissi.
Poi pronunciò la frase che aspettavamo.
«Non sta morendo adesso.»
Teresa scoppiò a piangere.
Io lasciai uscire una risata che sembrava quasi un singhiozzo.
Ma la veterinaria aggiunse:
«Ha dolore articolare. Probabilmente qualche problema legato all’età. È fragile. Il nostro obiettivo non deve essere tenerlo in vita a ogni costo. Deve stare bene per il tempo che ha.»
Tornammo a casa con indicazioni semplici.
Comfort.
Controlli.
Attenzione ai segnali.
Niente eroismi.
Appena uscì dal trasportino, Arturo andò alla cesta.
Cercò il topo.
Quando lo trovò, lo portò nella cuccia.
Teresa lo guardò.
«Secondo me ha paura che qualcuno glielo porti via.»
Quella frase mi rimase addosso.
Passarono alcuni giorni tranquilli.
Arturo mangiava.
Dormiva.
Faceva le sue piccole passeggiate.
Una sera riuscì persino a rubare un pezzo di pollo dal piatto mentre ero girato.
«Teresa!»
«Cosa?»
«Il malato terminale ha appena commesso un furto.»
Lei arrivò ridendo.
Arturo era già sotto il tavolo, con l’aria di chi non aveva mai visto quel pollo in vita sua.
Fu in quei giorni che arrivò la seconda telefonata.
Numero sconosciuto.
Rispose Teresa.
«Pronto?»
Dall’altra parte parlava una donna anziana.
La voce tremava.
«Scusi… siete voi ad avere un gatto che si chiama Arturo?»
Teresa mi guardò.
«Sì.»
Silenzio.
Poi la donna disse:
«Forse per voi si chiama Arturo. Ma per me si chiamava Milo.»
Teresa mise il vivavoce.
Arturo era sulla porta.
Topo in bocca.
La donna continuò.
Si chiamava Anna.
Settantanove anni.
Fino a pochi mesi prima viveva sola in un appartamento non molto distante da noi.
Dopo una brutta caduta, era stata ricoverata.
Poi i figli avevano deciso che non fosse più prudente lasciarla da sola.
Era stata trasferita in una residenza assistita.
«È successo tutto molto in fretta», disse.
Ospedale.
Riabilitazione.
Documenti.
Casa da svuotare.
Bollette.
Mobili.
Medicine.
Un figlio che viveva lontano.
Una figlia con il marito malato.
E nel mezzo, Milo.
«Mi avevano detto che sarebbe andato in un posto adatto», raccontò Anna.
Fece una pausa.
«Poi nessuno mi ha spiegato altro.»
La voce le si spezzò.
«Io pensavo fosse morto.»
In cucina non si sentiva più niente.
Persino Arturo sembrava immobile.
Avrei potuto arrabbiarmi.
Avrei potuto chiedere perché un gatto di quindici anni fosse finito in un rifugio.
Avrei potuto giudicare i figli.
Ma avevo sessantadue anni.
Avevo già visto abbastanza famiglie schiacciate dalle emergenze per sapere che da fuori tutto sembra semplice.
Da fuori basta sempre fare la cosa giusta.
Dentro, invece, magari stai decidendo tra due cose sbagliate.
Anna non cercò scuse.
Non accusò nessuno.
Disse soltanto:
«Non voglio riprenderlo. Non posso tenerlo qui. Vorrei soltanto sapere se sta bene.»
Teresa aveva già gli occhi pieni di lacrime.
«Sta bene.»
Anna inspirò forte.
«Davvero?»
«Davvero.»
«Cammina?»
«Sì.»
«Mangia?»
Io intervenni.
«Anche troppo.»
Anna rise.
Una risata piccola, incredula.
Poi chiese:
«Fa ancora quella cosa con i giocattoli?»
Teresa ed io ci guardammo.
«Quale cosa?»
«Portava in giro un topo di stoffa.»
Sentii un brivido.
Guardai Arturo.
Aveva proprio quel topo tra le zampe.
«Com’era?»
«Grigio. Bruttissimo. Glielo cucii io quando era piccolo. Con un pezzo di una vecchia vestaglia di mio marito.»
Teresa si portò una mano alla bocca.
Io rimasi senza parole.
Quel topo non era nostro.
Non era uno dei giochi di nostra nipote.
Era finito nella cesta perché, quando avevamo preso Arturo, insieme alla coperta e a qualche oggetto del rifugio ci avevano consegnato una piccola busta che avevamo svuotato senza farci caso.
Quel topo era arrivato con lui.
E Arturo l’aveva riconosciuto.
Un oggetto logoro.
Un pezzo di stoffa insignificante.
Il collegamento tra due vite che credevano di essersi perdute.
Anna domandò:
«Potrei vederlo? Solo se non gli fa male.»
Non disse: “Mi spetta.”
Non disse: “È mio.”
Disse:
«Solo se non gli fa male.»
Quella sera Teresa ed io discutemmo.
Piano.
Come fanno le coppie che stanno insieme da trentacinque anni e sanno che alzare la voce non rende un problema più semplice.
«Lei lo ama», disse Teresa.
«Anche noi.»
«Non è una gara.»
«Lo so.»
«E se lui la ricorda?»
«E se portarlo lì lo confonde?»
Teresa rimase in silenzio.
Poi guardò Arturo, addormentato sul tappeto.
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