Portarono a casa un vecchio gatto per accompagnarlo alla fine, ma tre settimane dopo accadde qualcosa di inatteso

«Magari gli animali hanno più spazio nel cuore di quanto pensiamo.»

Telefonammo alla veterinaria.

Ci disse una cosa molto semplice.

«Non chiedetevi chi abbia diritto a lui. Guardate cosa fa bene a lui.»

Così decidemmo di tentare.

La residenza di Anna era in una cittadina a una mezz’ora da casa.

Un edificio semplice.

Corridoi chiari.

Vasi di gerani alle finestre.

Fotografie di nipoti sulle mensole.

L’odore di minestra arrivava dalla sala da pranzo.

Arturo protestò per quasi tutto il viaggio.

Poi, entrando nell’edificio, smise di miagolare.

Quello mi preoccupò più del rumore.

Anna ci aspettava nella sua stanza.

Indossava un cardigan color panna.

Era piccola.

Magrolina.

Aveva mani piene di vene e dita che tremavano.

Quando vide il trasportino, non guardò più noi.

«Milo?»

Arturo sollevò immediatamente la testa.

Le orecchie andarono in avanti.

Il corpo diventò rigido.

Teresa mi afferrò il braccio.

Aprii lo sportello.

Arturo rimase fermo per qualche secondo.

Poi uscì.

Due passi.

Pausa.

Due passi.

Pausa.

Anna si sedette sul divano.

Non perché volesse.

Perché le gambe non la reggevano.

Arturo continuò ad avanzare.

Quando arrivò ai suoi piedi, alzò la testa.

Anna iniziò a piangere.

«Milo.»

Gli prese il muso tra le mani.

«Perdonami.»

Arturo si spinse contro di lei.

Non con cautela.

Non come fa con gli sconosciuti.

Ci mise tutto il peso.

Poi iniziò a fare le fusa.

Forti.

Profondissime.

Anna piangeva.

Teresa piangeva.

Io guardavo la finestra perché mi vergognavo un po’ di quanto mi tremassero gli occhi.

Rimanemmo lì quasi un’ora.

Arturo esplorò la stanza.

Annusò una coperta.

Saltò sul divano con uno sforzo ridicolo.

Anna rise.

«Facevi così anche da giovane. Non sei mai stato elegante.»

Quando arrivò il momento di andare via, aprii il trasportino.

Arturo guardò me.

Guardò Anna.

Guardò il trasportino.

Nessuno parlò.

Alla fine fu Anna.

Gli accarezzò la testa.

«Vai.»

La voce le tremava.

«Vai con loro. Sono brava gente.»

Arturo rimase ancora qualche secondo vicino alle sue gambe.

Poi entrò nel trasportino da solo.

Teresa scoppiò a piangere soltanto quando fummo in corridoio.

Io portavo Arturo con entrambe le mani.

Come se trasportassi qualcosa di vetro.

Da quel giorno cominciammo a portarlo da Anna una volta alla settimana.

Sempre senza forzarlo.

Sempre osservando come reagiva.

Ogni volta la riconosceva.

Ogni volta faceva le fusa.

Ogni volta, dopo un po’, tornava con noi.

Anna non chiese mai di tenerlo.

Non criticò mai la nostra casa.

Non fece mai pesare il passato.

Una domenica ci invitò a restare per il caffè.

Seduti nella piccola sala della residenza, ci raccontò la storia di quel topo.

Lo aveva cucito quasi quindici anni prima.

Suo marito Carlo era ancora vivo.

Aveva una vestaglia grigia che non voleva buttare.

Quando si era strappata, Anna ne aveva usato un pezzo per fare un giocattolo al gattino.

«Carlo diceva che ero matta. Potevamo comprarne uno.»

Anna sorrise.

«Ma Milo quello comprato non lo guardava. Voleva solo questo.»

Quel piccolo topo, quindi, non era soltanto un giocattolo.

Portava l’odore di una casa.

Di due persone.

Di anni che non esistevano più.

Carlo era morto da nove anni.

L’appartamento era stato venduto.

Anna non poteva più vivere da sola.

Eppure un pezzetto di quella vita attraversava ancora il corridoio di casa nostra tra i denti di un vecchio gatto.

Fu allora che iniziai a pensare che forse esistono coincidenze troppo precise per sembrare soltanto coincidenze.

Arturo avrebbe potuto ignorare quella cesta.

Avrebbe potuto scegliere qualsiasi pupazzo.

Invece aveva tirato fuori proprio quello.

Come se una parte di lui avesse seguito un filo invisibile.

Passò un mese.

Poi un altro.

Arturo aveva più giornate buone che cattive.

Non tornò giovane.

Questo bisogna dirlo.

L’amore non fa miracoli nel senso che molti vorrebbero.

Non aggiusta le articolazioni.

Non cancella quindici anni.

Non restituisce reni nuovi.

Ma gli restituì qualcosa che nessun esame misura.

La voglia di partecipare.

Si sedeva alla finestra.

Seguiva Teresa in cucina.

Rubava bocconi.

Ogni tanto attraversava il soggiorno con una corsetta goffa e poi si lasciava cadere sul tappeto come se avesse appena terminato una maratona.

«Che attore», diceva Teresa.

Poi una notte cambiò tutto.

Alle tre e dodici mi svegliai.

Non so perché.

Forse dopo un po’ impari ad ascoltare anche i silenzi.

Arturo era sul tappeto.

Disteso su un fianco.

Respirava male.

Lo chiamai.

Non alzò la testa.

Teresa si vestì senza dire una parola.

Lo avvolgemmo nella coperta di lana.

Durante il tragitto verso la clinica notturna, tenevo una mano sul trasportino.

Non pregavo da anni.

Quella notte mi ritrovai a farlo.

Non chiedevo un miracolo.

Dicevo soltanto:

«Se deve andare, fa’ che non abbia paura.»

Alla clinica ci dissero che potevamo rimanere.

Rimanemmo.

Sempre.

Arturo ricevette liquidi e cure di supporto.

Il veterinario ci spiegò che poteva essere una crisi passeggera.

Oppure l’inizio della fine.

«Se soffre», disse Teresa, «non lo terremo qui per noi.»

Io annuii.

Ma dentro di me c’era un uomo egoista che gridava il contrario.

Volevo riportarlo a casa.

Volevo un’altra mattina.

Un’altra zampa sulla mano.

Un altro furto di pollo.

Un’altra volta in cui Teresa dicesse: «Guarda quel vecchio delinquente.»

Aspettammo per ore.

Sedie di plastica.

Caffè cattivo.

Luci troppo forti.

Poco prima dell’alba uscì un’assistente.

Aveva un mezzo sorriso.

«Si è alzato.»

Mi bastò quella frase.

Si è alzato.

Tre parole.

Quando entrammo, Arturo aveva un aspetto terribile.

Stanco.

Spettinato.

Arrabbiato.

Vivo.

Quando ci vide, alzò la testa e fece un miagolio rauco.

Teresa rise piangendo.

«Sì, sì. Andiamo a casa.»

Una volta rientrati, Arturo uscì dal trasportino.

Fece qualche passo.

Si fermò.

Poi andò verso la sua cuccia.

Il topo non era lì.

Lo cercò.

Controllò sotto la coperta.

Girò la testa.

Teresa lo trovò sotto il tavolo e glielo mise davanti.

Arturo lo prese in bocca.

Si sdraiò.

Chiuse gli occhi.

Fu in quel momento che io e Teresa ci guardammo.

Non servì discutere.

Presi il telefono.

Chiamai il rifugio.

«Vorremmo adottarlo definitivamente.»

Dall’altra parte ci fu un attimo di silenzio.

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