La gamba destra rimase schiacciata tra due travi.
Le urla si sentirono fino alla strada.
Fu Bruno ad attirare gli operai nell’angolo del cantiere dove Marco era caduto.
Abbaiò senza fermarsi.
Morse il giubbotto di un ragazzo e lo trascinò verso il punto giusto.
Marco subì tre interventi.
I medici riuscirono a salvargli la gamba, ma il dolore non lo lasciò più.
All’inizio prendeva le medicine come gli avevano prescritto.
Poi cominciò ad anticipare le dosi.
Poi a chiedere ricette prima del previsto.
Poi a mescolare compresse e vino per riuscire a dormire.
Elena lo vedeva cambiare, ma continuava a coprire tutto.
Quando Marco dimenticava un appuntamento, lei diceva che il lavoro lo assorbiva.
Quando insultava qualcuno per una sciocchezza, spiegava che aveva dolore.
Quando si addormentava a tavola, gli metteva una coperta sulle spalle e sparecchiava in silenzio.
La domenica, davanti alla madre e ai parenti, sorridevano entrambi.
—Come va la gamba? —domandava qualcuno.
—Meglio —rispondeva Marco.
—E il lavoro?
—Riprendo presto.
—E a casa?
—Tutto bene.
Sempre tutto bene.
Anche quando niente lo era più.
Il cantiere gli affidò mansioni più leggere, ma Marco lo interpretò come un’umiliazione.
Non sopportava di vedere ragazzi di venticinque anni sollevare ciò che lui non riusciva più a spostare.
Cominciò a restare a casa.
Passava ore in garage.
Riparava attrezzi che non erano rotti.
Bruno gli stava accanto.
Era l’unico davanti al quale Marco non fingeva.
A volte gli parlava sottovoce.
—Io ero uno capace, sai?
Bruno lo guardava.
—La gente mi cercava quando c’era un problema.
Il cane appoggiava il muso sulla sua coscia.
—Adesso il problema sono io.
Elena provò a convincerlo a tornare dal medico.
Marco rifiutò.
—Non voglio altri fogli che dicono che sono guasto.
—Non sei guasto.
—Allora smettila di guardarmi come se potessi esplodere.
—Perché a volte esplodi.
Marco lanciò una tazza contro il muro.
Chiara, dalla stanza accanto, sentì tutto.
Il giorno dopo, Elena raccolse i cocci prima che arrivasse la suocera per il caffè.
Quando la donna notò il segno sull’intonaco, Elena disse che era caduta una mensola.
Anche quella volta salvarono la facciata.
Persero un altro pezzo della famiglia.
La sera dell’aggressione, il paese celebrava la festa del patrono.
Dalla piazza arrivavano musica, voci e botti.
Marco era rimasto a casa.
I fuochi d’artificio lo terrorizzavano, anche se non lo aveva mai ammesso.
Bruno avvertì la crisi prima di tutti.
Cominciò a seguirlo da una stanza all’altra.
Gli toccò la mano col muso.
Marco lo respinse.
—Lasciami stare.
Il cane insistette.
Marco aveva bevuto.
Aveva preso più medicine del dovuto.
Il dolore alla gamba pulsava fino alla schiena.
Fuori, un altro botto fece tremare i vetri.
Per un istante il salotto scomparve.
Marco non vide più il divano, la credenza della madre, le fotografie di Chiara.
Vide polvere.
Vide una strada lontana.
Sentì urla che appartenevano a molti anni prima.
Bruno gli saltò addosso per interrompere la crisi.
Marco perse l’equilibrio e cadde.
Nella confusione, il portone rimase aperto.
Bruno uscì nel cortile.
Elena cercò di fermare il marito, ma lui la spinse via.
Non con violenza intenzionale, ma abbastanza da farla urtare contro il tavolo.
Lei gridò.
Il vicino, Paolo Neri, sentì il rumore e corse fuori.
Paolo conosceva Marco dall’infanzia.
Avevano giocato insieme dietro l’oratorio.
Da ragazzi si erano scambiati motorini, bugie e prime sigarette.
Non era entrato nel cortile per combattere.
Voleva aiutare.
—Marco, guardami —gli disse. —Sono Paolo.
Ma Marco non vedeva Paolo.
Vide un’ombra avvicinarsi.
Afferrò la prima cosa che trovò vicino al garage.
Una spranga usata per sollevare i tombini.
Colpì.
Una volta.
Poi un’altra.
Bruno si mise in mezzo abbaiando.
Elena urlò il nome del marito.
Alcuni vicini chiamarono i soccorsi.
Quando Marco tornò davvero presente, Paolo era a terra.
C’era sangue sulla ghiaia.
Bruno gli mordeva delicatamente la manica, cercando di tirarlo indietro.
Marco lasciò cadere la spranga.
—Che cosa ho fatto?
Lo ripeté fino all’arrivo degli agenti.
—Che cosa ho fatto?
Paolo sopravvisse.
Ma il paese non dimenticò.
Il giorno dopo, le fotografie delle volanti davanti alla casa dei Bellini circolavano già sui telefoni.
Al bar tutti sapevano tutto.
O credevano di saperlo.
Qualcuno disse che Marco picchiava la moglie da anni.
Non era vero.
Qualcuno disse che aveva sempre avuto un carattere violento.
Non era vero.
Qualcuno disse che i reduci tornano tutti pericolosi.
Non era vero.
Ma nessuno della famiglia trovò il coraggio di raccontare la verità.
Elena chiuse le persiane.
La madre di Marco smise di andare al mercato.
Chiara, che ormai studiava fuori città, cancellò i propri profili pubblici dopo aver ricevuto messaggi crudeli da persone che neppure conosceva.
La vergogna si sedette a tavola al posto di Marco.
Bruno venne affidato temporaneamente a una struttura specializzata.
Elena non era in grado di occuparsene.
Quando cercò di avvicinarsi alla macchina che lo portava via, il cane si divincolò.
Guardava verso la porta di casa.
Aspettava Marco.
Per giorni rifiutò il cibo.
Di notte dormiva davanti all’ingresso della struttura.
Ogni volta che sentiva una voce maschile profonda, alzava la testa.
Teresa, la donna che lo aveva addestrato, tornò a occuparsi di lui.
Provò a inserirlo in un nuovo percorso.
Bruno obbediva.
Eseguiva ogni comando.
Ma non si legava a nessun altro.
Sembrava svolgere il lavoro senza esserci davvero.
Come se una parte di lui fosse rimasta nel cortile dei Bellini.
Marco, in custodia, peggiorò rapidamente.
Non aveva Bruno.
Non aveva le medicine corrette.
Non aveva più la gamba libera di muoversi quando il dolore diventava insopportabile.
Dormiva poco.
Quando dormiva, urlava.
All’inizio gli altri detenuti lo prendevano in giro.
Poi cominciarono a lasciarlo stare.
Durante una crisi, Marco si nascose sotto il letto convinto di essere sotto attacco.
In un’altra occasione rimase per ore seduto contro il muro senza riconoscere nessuno.
Gli cambiarono terapia più volte.
Lo trasferirono in una sezione più tranquilla.
L’avvocato gli chiedeva informazioni sulla sera dell’aggressione.
Marco rispondeva sempre allo stesso modo.
—Ho colpito Paolo. È questo che conta.
—Conta anche perché è successo.
—Il perché non aggiusta il suo braccio.
—Potrebbe aiutare il giudice a capire.
—Non voglio essere capito. Voglio pagare.
L’avvocato gli parlò della relazione medica, del disturbo post-traumatico, dell’uso improprio dei farmaci dopo l’incidente.
Marco scosse la testa.
—Sembrerà che cerco una scusa.
—Spiegare non significa giustificare.
—In paese non capiscono la differenza.
—Questa non è la piazza del paese.
Marco rise senza allegria.
—È peggio. In piazza almeno ti condannano gratis.
Ogni settimana chiedeva di Bruno.
All’inizio Elena rispondeva che il cane stava bene.
Poi le telefonate tra loro divennero sempre più brevi.
Il matrimonio era ormai ridotto a silenzi, rimproveri e stanchezza.
Un giorno Marco domandò:
—Posso sentirlo abbaiare?
Elena scoppiò a piangere.
—Non è qui.
Marco rimase muto.
—Dov’è?
—In una struttura.
—Per quanto?
—Non lo so.
Da quel momento nessuno riuscì più a dargli notizie precise.
Non per cattiveria.
Per confusione, vergogna, burocrazia e paura.
Marco immaginò il peggio.
Pensò che Bruno fosse stato considerato inutilizzabile.
Pensò che lo avessero affidato lontano.
Poi, dopo mesi senza risposte, cominciò a credere che fosse morto.
—Un cane così non aspetta per sempre —disse all’avvocato. —Prima o poi il cuore gli si spezza.
Qualche settimana prima della sentenza, Marco scrisse una lettera.
La grafia era incerta perché le mani gli tremavano.
Non la indirizzò a Elena.
Non la indirizzò a Chiara.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





