«Non sto tenendo tutto.»
«È una camicia.»
Teresa avanzò, la prese e se la strinse al petto.
«Per te.»
Anna rimase in silenzio.
Marco entrò proprio in quel momento.
«Dobbiamo pur cominciare da qualche parte.»
Teresa lo guardò.
«Cominciate da casa vostra.»
Anna pianse.
Marco si arrabbiò.
Teresa non cedette.
Nessuno scatolone uscì dalla porta.
Quella notte dormì con la camicia di Carlo accanto al cuscino.
Poi arrivò luglio.
Faceva caldo perfino sulle piastrelle.
Una mattina sentii un bicchiere rompersi in cucina.
Corsi.
Teresa era appoggiata al mobile, pallida.
Poi lentamente si sedette per terra.
Miagolai così forte che Sergio mi sentì dalla finestra aperta.
Entrò dal cancelletto.
«Teresa?»
La trovò sul pavimento.
Non era caduta.
Aveva avuto un forte capogiro.
Ma bastò.
Anna arrivò di corsa.
Marco pure.
Visita medica.
Controlli.
Raccomandazioni.
Più attenzione.
Più acqua.
Meno caldo.
Teresa tornò a casa la sera con un braccialetto di carta al polso e un’espressione che non dimenticherò mai.
Non era dolore.
Era umiliazione.
Quella strana vergogna che gli anziani provano quando il corpo ricorda loro davanti agli altri che non obbedisce più come una volta.
Nei giorni successivi successe una cosa buona.
Marco montò un corrimano in bagno.
Anna tolse un tappeto scivoloso.
Sergio sistemò il gradino del portico.
Poi, però, sul tavolino comparvero i dépliant.
Residenze.
Piccoli appartamenti assistiti.
Strutture immerse nel verde.
Vecchi sorridenti fotografati con tazze in mano.
Io mi sedevo sopra.
Marco mi spostava.
Io tornavo sopra.
«Almeno vai a vedere,» insisteva Anna.
Teresa scuoteva la testa.
«Guardare non significa trasferirti.»
«E allora perché ogni volta che guardiamo qualcosa iniziate a misurare i miei mobili?»
A fine luglio venne Chiara, la nipote.
Aveva ventuno anni.
Studiava in città, ma tornava spesso.
Era una di quelle persone che quando entrano in casa non chiedono subito cosa c’è da sistemare.
Chiedono come stai.
Si sedette sul pavimento accanto a Teresa.
Chiese del nonno.
Non del funerale.
Di lui.
«Raccontami ancora di quando avete perso il treno per Venezia.»
Teresa rise.
Poi raccontò.
Raccontò di Carlo che aveva sbagliato binario.
Di un pranzo improvvisato con due panini mangiati su una panchina.
Di quando lui le aveva proposto di sposarlo senza anello perché aveva dimenticato di comprarlo.
Rise così forte che dovette asciugarsi gli occhi.
Poi arrivò Anna.
«Sabato potremmo andare a vedere quell’appartamento.»
Chiara smise di sorridere.
«Quale appartamento?»
«Quello di cui abbiamo parlato.»
Chiara guardò la nonna.
«Tu vuoi andarci?»
Teresa abbassò gli occhi.
«Vedremo.»
Chiara rimase qualche secondo in silenzio.
«Quello non è un sì.»
Anna si irrigidì.
«Chiara, non cominciare.»
«Sto solo chiedendo.»
«Tua nonna ha avuto un malore.»
«Un capogiro.»
«Tu non vivi qui.»
Il tavolo diventò improvvisamente troppo piccolo.
Chiara mi accarezzò.
Poi fece la domanda che nessuno aveva avuto il coraggio di fare.
«E Arturo?»
Nessuno rispose subito.
Teresa alzò lentamente la testa.
Anna sistemò una ciocca dietro l’orecchio.
«Troveremo una soluzione.»
Chiara la fissò.
«Che significa?»
«Significa che vedremo.»
«Mamma, non è un mobile.»
Anna perse la pazienza.
«È un gatto vecchio, Chiara.»
Teresa si alzò.
La sedia strisciò sul pavimento.
«Anch’io.»
Bastò quello.
La visita del sabato fu cancellata.
Agosto passò tra telefonate, piccoli litigi e giorni migliori.
Poi, a settembre, arrivò la proposta del “periodo di prova”.
Tre giorni a casa di Anna.
Solo tre.
Intanto Marco avrebbe fatto sistemare il portico.
«Così riposi un po’,» disse Anna.
Teresa accettò malvolentieri.
Poi guardò me.
«Arturo viene.»
Anna esitò.
Una frazione di secondo.
Abbastanza.
«Paolo è allergico.»
Teresa non disse niente.
Paolo era il marito di Anna.
Non avevo nulla contro di lui.
Nemmeno lui aveva nulla contro di me.
Ma improvvisamente la sua allergia sembrò una sentenza.
«Può stare da Sergio,» propose Marco. «Tre giorni.»
Teresa mi accarezzò dietro le orecchie.
«Dorme con me.»
«Mamma, sono tre notti.»
Quella sera Teresa non preparò la valigia.
Si sedette per terra davanti alla poltrona di Carlo.
Prese la sua vecchia camicia di flanella.
La indossò sopra la camicia da notte.
Era grande.
Le maniche le coprivano metà delle mani.
Infilò distrattamente una mano nella tasca.
Poi si fermò.
C’era qualcosa.
Un pezzo di carta piegato.
Lo tirò fuori.
Io saltai sulle sue gambe.
Teresa aprì il foglietto.
Lesse.
Poi lo rilesse.
Cominciò a piangere.
Ma sorrideva.
«Vecchio testardo…»
Si pulì gli occhi.
Poi lesse ad alta voce.
«Se trovi questo biglietto significa che ho dimenticato di toglierlo dalla tasca, cosa che non dovrebbe sorprenderti.»
Teresa rise.
Una risata rotta.
Continuò.
«Tieni la poltrona vicino alla finestra finché ti va. Tieni questa casa finché la senti tua. E tieni Arturo sempre. È prepotente, ruba il prosciutto e capisce le persone meglio di me.»
Teresa dovette fermarsi.
Le tremavano le mani.
Poi lesse l’ultima frase.
«Ti amerò più a lungo di quanto il mio corpo saprà restare.»
Nella stanza rimase soltanto il rumore delle mie fusa.
Quel foglio non cambiava la proprietà della casa.
Non guariva la vecchiaia.
Non riparava il portico.
Ma a volte una persona morta riesce a lasciare dietro di sé esattamente la frase che serve a chi resta per smettere di chiedere permesso.
Il mattino dopo Teresa preparò comunque una piccola borsa.
Tre notti.
Mi baciò sulla testa.
«Torno subito.»
Sergio venne a prendermi.
Mi sistemò in casa sua con una coperta e una ciotola.
«Tre giorni, Arturo.»
Quella sera non mangiai.
La casa di Sergio era gentile.
Ma non era casa.
Verso mezzanotte la porta sul retro si aprì per far uscire il cane.
Io vidi il buio.
E corsi.
Vecchio?
Sì.
Rigido nelle zampe?
Anche.
Ma certe promesse fanno correre perfino le ossa stanche.
Attraversai due cortili.
Passai sotto una siepe.
Percorsi il marciapiede fino alla casa color crema.
Il gradino del portico mi sembrò più alto.
Ci salii lo stesso.
Mi rannicchiai davanti alla porta.
E aspettai.
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