Invece venne vicino alla mia gamba e si sedette.
Laura lo vide.
Il suo viso cambiò appena.
«Ho saputo che l’hai tenuta.»
«Ho provato a non farlo.»
«Non era questo l’accordo.»
Niente saluti.
Niente come stai.
Solo quella frase.
Sentii il sangue salirmi al viso.
«Tua madre voleva che fosse al sicuro.»
«Mia madre voleva che la portassi al rifugio. Lo ha detto chiaramente.»
Abbassai gli occhi verso Nebbia.
«Lo so.»
«Allora perché è qui?»
Avrei potuto dirle la verità.
Perché quella gatta mi aveva impedito di svegliarmi in una casa dove nessuno si accorgeva se respiravo.
Perché dopo nove anni qualcosa aspettava nuovamente il mio ritorno.
Perché avevo scoperto quanto rumore può fare il silenzio quando dura troppo.
Invece dissi:
«Non me la sono sentita.»
Laura fece una risata breve.
«Tu non te la sei sentita.»
Quelle parole colpirono il punto giusto.
Perché sì.
Una parte della decisione riguardava Nebbia.
Ma un’altra parte riguardava me.
«Sono venuta a prenderla.»
Alzai gli occhi.
«Per portarla dove?»
«A casa mia.»
«A Torino?»
«Sì.»
«Hai mai avuto animali?»
Laura irrigidì le spalle.
«Che cosa vorresti insinuare?»
«Nulla. Ma Nebbia è vecchia. Ha appena perso Anna. Non sopporta i cambiamenti.»
«Anch’io ho appena perso mia madre.»
Quella frase mi zittì.
Ci sono dolori che, se non stai attento, diventano gare.
Chi è stato più vicino.
Chi ha sacrificato di più.
Chi ha diritto a soffrire maggiormente.
È una cosa brutta.
Ma succede.
Laura fece un passo avanti.
«Non comportarti come se l’avessi amata più di me soltanto perché abitavi a tre strade di distanza.»
«Non ho detto questo.»
«Non serve.»
Nebbia si spostò dietro la poltrona.
Abbassai la voce.
«Laura, non voglio portarti via niente.»
Il suo viso cedette per un istante.
«È esattamente quello che sembra.»
Poi aprì la borsa.
Tirò fuori un foglio piegato.
Era una copia della scheda compilata durante il ricovero di Anna.
Sotto la voce dedicata agli animali domestici c’era scritto con la sua grafia tremante:
“Se muoio, Teresa porterà Nebbia al rifugio.”
Mi sedetti.
Laura appoggiò il foglio sul tavolo.
«Non me lo sono inventato.»
«Lo so.»
«Mamma non voleva che la tenessi. Diceva che saresti finita per rinchiuderti ancora di più in casa.»
Quella frase mi sorprese.
«Te lo aveva detto?»
«Più di una volta.»
Abbassai lo sguardo.
«Allora tua madre si sbagliava.»
Laura mi fissò.
«Su cosa?»
«Io ero già rinchiusa.»
Il silenzio cambiò consistenza.
Laura si sedette di fronte a me.
«Si preoccupava per te.»
«Lo so.»
«Diceva che dopo Carlo avevi smesso di vivere.»
Inspirai lentamente.
«Forse aveva ragione. Ma da quando c’è Nebbia sto uscendo più di prima.»
Laura scosse la testa.
«Non è questo il punto. Il punto è fare quello che una persona ti ha chiesto prima di morire.»
La guardai.
«E tu vuoi Nebbia perché le vuoi bene o perché apparteneva a tua madre?»
Le labbra le tremarono.
«Che differenza fa?»
Ne faceva molta.
Ma non glielo dissi.
Parlammo ancora.
Male.
Io dissi che un animale non era un mobile da assegnare.
Lei disse che stavo reinterpretando le ultime volontà di Anna perché ero sola.
Io risposi che la solitudine diventava sempre una sciocchezza quando a soffrirne era qualcun altro.
Vidi che quelle parole le fecero male.
Me ne pentii subito.
Prima di andare via Laura si fermò alla porta.
«Resto in paese stanotte. Torno domani.»
Annuii.
Guardò verso la poltrona, ma Nebbia non era ancora uscita.
Poi se ne andò.
Quella sera la casa non sembrava vuota.
Sembrava sotto assedio.
Nebbia uscì solo dopo il tramonto.
Mangiò metà della cena e rimase in corridoio a fissare la porta.
Mi sedetti a terra vicino a lei.
«Lo so.»
Le accarezzai appena la schiena.
«Anch’io ho paura.»
Il mattino dopo arrivò Mirella con una teglia di lasagne e una notizia.
Era il suo modo abituale di affrontare le emergenze.
«Hai visto cosa gira nel gruppo del paese?»
«No.»
«Meglio.»
«E allora perché sei venuta a dirmelo?»
Fece quella faccia da colpevole che conosco da quarant’anni.
Poi mi mostrò il telefono.
Qualcuno aveva scritto:
“Se prometti a un’amica morente di affidare il suo animale a una struttura e poi decidi di tenerlo, stai seguendo il cuore o stai mancando di rispetto alla sua ultima volontà?”
Nessun nome.
Non serviva.
Nei paesi piccoli puoi eliminare nomi, vie e fotografie.
La gente si riconosce lo stesso.
C’erano già centinaia di commenti.
Avrei dovuto smettere di leggere.
Naturalmente non lo feci.
Alcuni dicevano che una promessa fatta a una persona sul letto di morte era sacra.
Altri sostenevano che a settantaquattro anni fosse irresponsabile adottare un animale anziano.
Qualcuno scriveva che le figlie che se ne andavano in città tornavano sempre dopo anni a impartire ordini.
Altri difendevano Laura.
Poi arrivarono i commenti che facevano più male.
“Probabilmente quella signora è sola e si è attaccata alla gatta.”
Come se fosse un’accusa.
“Alla sua età non dovrebbe complicarsi la vita.”
Come se la mia vita fosse qualcosa da tenere ordinato fino alla fine.
Una donna scrisse:
“Un animale non è un soprammobile. Dovrebbe stare dove si sente al sicuro.”
Un’altra:
“Agli anziani diciamo sempre di non affezionarsi troppo a niente. Poi ci stupiamo quando muoiono di solitudine.”
Lessi quella frase due volte.
Mirella mi tolse il telefono.
«Basta.»
Era tardi.
Il danno era fatto.
Passai la mattinata con le tende chiuse.
Due persone che non mi rivolgevano la parola da mesi passarono davanti a casa molto lentamente.
Una salutò troppo allegramente.
L’altra fece finta di guardare dall’altra parte.
Era proprio ciò che Anna aveva sempre detestato.
La bella figura.
La preoccupazione per quello che avrebbe detto il paese.
Le tende pulite.
La tovaglia buona.
La famiglia sorridente alla festa patronale.
E sotto, magari, anni di silenzi e rancori.
Anna aveva sempre detto: «Teresa, noi italiani siamo capaci di apparecchiare bene perfino sopra una crepa.»
Quel pomeriggio Laura tornò.
«Non ho scritto io quel post.»
«Non ho detto che sei stata tu.»
«Lo hai pensato.»
Non risposi.
Entrò.
Nebbia era sotto il tavolo.
Laura non provò ad avvicinarsi.
Sul tavolo mise un blocco di carta.
Aveva preparato delle possibilità.
Nebbia poteva andare con lei.
Poteva rimanere con me un mese e poi avremmo deciso.
Oppure potevamo cercare una famiglia esperta di gatti anziani.
Quando ebbe finito, dissi:
«Manca una possibilità.»
Laura sospirò.
«Che resti qui.»
«Sì.»
Si massaggiò la fronte.
«Sto cercando di essere ragionevole.»
«Anch’io.»
Guardò la coperta sul divano.
La ciotola.
Il tiragraffi di cartone.
Il vecchio golfino di sua madre.
Non erano prove di un reato.
Erano prove di un legame.
Forse era proprio quello il problema.
Finalmente disse:
«Sai cosa stanno dicendo tutti.»
«Tutti chi?»
«Che hai bisogno di Nebbia perché sei sola.»
La guardai negli occhi.
«È vero.»
Laura rimase immobile.
Probabilmente si aspettava che negassi.
Le persone indicano la solitudine come se fosse una macchia e pensano che tu debba vergognarti.
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