Promisi alla mia migliore amica di lasciare la sua gatta, ma davanti al rifugio non riuscii a farlo

«Sì, Laura. Sono sola. E questa gatta mi fa compagnia. Non ho intenzione di chiedere scusa per questo.»

Sentivo le mani tremare.

Le tenni strette in grembo.

«Dopo una certa età sembra che dovremmo accontentarci di non disturbare nessuno. Mangiare poco. Chiedere poco. Aver bisogno di poco.»

Laura abbassò lo sguardo.

«Ma una casa vuota può cancellarti un pezzetto alla volta.»

Quando rialzò gli occhi, erano lucidi.

«Anche mia madre si è spenta un pezzetto alla volta.»

E finalmente capii.

Non stavo discutendo con una figlia arrabbiata.

Stavo parlando con una figlia piena di rimorsi.

«Tu vuoi davvero Nebbia?» chiesi. «Oppure vuoi un’altra possibilità per non sentirti in colpa con tua madre?»

Laura cominciò a piangere.

Non elegantemente.

Non come nei film.

Con il respiro corto e le mani davanti alla faccia.

«Vivo a quattro ore di distanza. Telefonavo. Venivo quando potevo. Le mandavo quello che serviva.»

Annuii.

«Lo so.»

«Continuava a dirmi di non cambiare i miei programmi. “Non venire, sto bene”. “Non preoccuparti”. “Pensa ai ragazzi”. Poi un giorno mi hanno chiamata e non stava più bene.»

Non sapevo cosa rispondere.

«E adesso Nebbia è l’ultima cosa viva che profuma ancora della casa di mia madre.»

Quelle parole quasi mi spezzarono.

Perché le capivo.

Questo è il guaio del dolore.

Puoi comprendere perfettamente qualcuno e non riuscire comunque a dargli ciò che vuole.

Restammo sedute finché fuori la luce cominciò a cambiare.

Due donne che amavano la stessa persona da direzioni diverse.

Prima di andare via, Laura mi disse:

«Domani vieni con me a casa di mamma.»

«Perché?»

«Devo finire gli scatoloni. E voglio vedere Nebbia lì un’ultima volta.»

Il mattino seguente tornammo nella casa di Anna.

I gerani erano secchi.

Lo zerbino arricciato.

Dentro, ogni stanza aveva quell’aspetto triste delle case da cui qualcuno è appena scomparso.

Posai il trasportino.

Nebbia uscì lentamente.

Attraversò il soggiorno.

Arrivò davanti alla poltrona di Anna.

La annusò.

Io trattenni il respiro.

Pensai: ecco.

Adesso sceglierà.

Magari salirà sulla poltrona e Laura avrà ragione.

Invece Nebbia si girò.

Attraversò la stanza.

E tornò da me.

Si strofinò contro la mia gamba.

Laura la guardò.

Io guardai Laura.

Nessuna delle due disse nulla.

Lei provò comunque.

Si abbassò lentamente.

«Nebbia.»

La gatta la osservò.

Poi entrò in cucina e si sedette davanti alla porta sul retro.

Dopo qualche secondo tornò indietro e si sistemò sotto la sedia dove ero seduta.

Laura si alzò in fretta.

Prese una scatola.

Cominciò a incartare piatti.

Quando il cuore non sa che cosa fare, le mani cercano lavoro.

La aiutai.

Impacchettammo bicchieri.

Tovaglie.

Barattoli.

Libri di ricette pieni di macchie.

Dietro alcune conserve trovai una scatolina di latta.

La conoscevo.

Anna ci teneva chiavi, elastici, vecchie monete e cianfrusaglie.

La passai a Laura.

Dentro c’erano una chiave, due scontrini scoloriti e un foglietto piegato.

Laura lo aprì.

Lesse.

Poi lo rilesse.

«Che c’è?»

Me lo porse.

La grafia era di Anna.

C’erano tre righe.

“Nebbia odia i cambiamenti. Teresa conosce le sue abitudini meglio di chiunque altro. Non permettete che sia il senso di colpa a decidere per chi è ancora vivo.”

Nient’altro.

Nessuna data.

Nessun testamento.

Nessuna istruzione definitiva.

Solo Anna.

Diretta, complicata e contraddittoria fino alla fine.

Laura rise tra le lacrime.

«Mia madre è riuscita a dare due indicazioni opposte anche dall’aldilà.»

Mi scappò da ridere.

Poi piansi anch’io.

Rilessi la frase.

Non permettete che sia il senso di colpa a decidere per chi è ancora vivo.

Laura si coprì il viso.

«Non volevo essere la figlia che arriva tardi e perde perfino la gatta.»

Le presi il polso.

«Nebbia può restare con me senza che tu perda tua madre.»

Fu allora che Laura cedette davvero.

Restammo in quella cucina dove avevamo mangiato decine di pranzi domenicali.

Mi tornò in mente una domenica di vent’anni prima.

Anna aveva preparato tortellini per dodici persone.

Aveva litigato con il marito in cucina cinque minuti prima di servire.

Poi era entrata in sala sorridendo con la zuppiera in mano.

Quando gli ospiti se ne erano andati, mi aveva detto:

«Vedi? Questa è la bella figura. Ti cade il mondo addosso e tu controlli che il parmigiano sia grattugiato.»

Quel giorno, invece, nessuna di noi aveva più voglia di fare bella figura.

Laura piangeva.

Io avevo gli occhi gonfi.

La cucina era piena di scatoloni.

Nebbia dormiva sotto il tavolo.

Ed era forse la scena più vera che quella casa avesse visto da settimane.

«Mi odieresti,» chiese Laura, «se ti dicessi che una parte di me vorrebbe ancora portarla via?»

«No.»

«Perché?»

«Perché è la verità.»

Annuii verso la gatta.

«E la verità fa meno danni delle apparenze.»

Laura rimase in silenzio.

Poi disse:

«Credo che volessi essere scelta.»

Quella frase mi arrivò dritta allo stomaco.

Perché non era mai stata soltanto una questione di Nebbia.

Laura voleva essere scelta dalla madre che non poteva più sceglierla.

Io volevo essere scelta da qualcosa che avesse ancora bisogno di me.

Stringemmo le mani sopra il tavolo.

«Anch’io,» dissi.

Al tramonto chiudemmo l’ultima scatola.

Sul portico Laura guardò la strada.

«La gente continuerà a parlare.»

«La gente parla anche quando non sa nulla.»

Quasi sorrise.

«Mamma avrebbe odiato quella discussione in rete.»

«Tua madre avrebbe scritto un commento capace di farli stare zitti tutti.»

Quella volta Laura rise davvero.

Prima di salire in macchina mi chiese:

«Mi mandi qualche foto?»

«Certo.»

«E magari ogni tanto raccontami le cose stupide.»

«Quali cose?»

«Dove dorme. Se mangia. Se fa ancora quel rumore strano prima di bere.»

«Te lo prometto.»

Si chinò verso il trasportino senza forzare nulla.

Nebbia annusò le sue dita.

Laura le sfiorò la testa una volta.

Bastò.

Quella sera Mirella venne da me.

Naturalmente.

«Allora?»

Le raccontai abbastanza.

Non tutto.

Alcune cose appartengono alle persone che le hanno vissute.

Alla fine disse:

«Stanno ancora discutendo sul gruppo.»

Guardai Nebbia.

Stava pulendosi una zampa con una serietà quasi comica.

«Dammi il telefono.»

Non scrivevo quasi mai sui social.

Quando lo facevo era per una torta riuscita male o per avvisare che qualcuno aveva dimenticato un ombrello al circolo.

Quella sera scrissi:

“Sì. Sono io l’amica di quella storia.

Sì, avevo fatto una promessa.

E sì, non ho rispettato alla lettera ciò che avevo promesso.”

Mi fermai.

Poi continuai.

“Una gatta che ha perso la sua persona non è una sedia da spostare. E una donna di settantaquattro anni non è obbligata a fingere che la solitudine non faccia male solo perché così gli altri si sentono più tranquilli.”

Mirella lesse da sopra la mia spalla.

Aggiunsi:

“Forse una promessa non si misura soltanto dalle parole. Forse bisogna anche chiedersi che cosa protegge davvero chi è rimasto.”

Pubblicai.

Le risposte arrivarono in fretta.

Alcuni continuarono a criticarmi.

Va bene.

Ma successe anche qualcos’altro.

Cominciarono a scrivere persone anziane.

Un vedovo raccontò che aveva tenuto il cane del fratello morto e che quel cane era stato l’unico motivo per cui si era alzato dal letto durante il primo inverno.

Una donna raccontò di aver ereditato il pappagallo della sorella e di averlo inizialmente considerato un peso.

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