La cuccia del gatto non c’era più, la ciotola era ancora piena, e quando ho chiesto: “Dov’è Artù?”, il mio ragazzo Marco ha sorriso troppo in fretta.
Ho capito subito che c’era qualcosa che non andava, ancora prima che aprisse bocca davvero.
Artù veniva sempre ad aspettarmi alla porta. Sempre. Era un gatto rosso, con un orecchio un po’ strappato e una macchiolina bianca sul petto, storta come un’impronta lasciata male. Ogni sera, non importa quanto tornassi stanca dal lavoro, sentivo prima le sue zampette sul pavimento e poi quel miagolio rauco, come se avesse passato tutto il giorno a prepararsi una lista di lamentele.
Quella sera, l’appartamento era silenzioso.
Troppo silenzioso.
Ero ancora lì, con le scarpe da lavoro ai piedi, la schiena a pezzi dopo dieci ore in piedi, e addosso avevo ancora l’odore di fritto e di caffè. Ho guardato il posto vuoto vicino al termosifone. Poi il divano. Poi sotto il tavolo.
“Dov’è Artù?”, ho chiesto di nuovo.
Marco ha alzato le spalle, ma si vedeva che era un gesto preparato. “Magari è uscito.”
Mi sono girata verso di lui. “Artù non esce.”
Quel gatto aveva paura pure della sua ombra. Se qualcuno suonava al citofono, lui spariva in camera da letto. Se fuori scoppiava un rumore forte, si infilava sotto il letto. Non “usciva”. Non andava nemmeno sul pianerottolo se io non ero in casa.
Poi l’ho visto.
Mancava anche il trasportino.
Mi è passato addosso un freddo che non c’entrava niente con l’inverno. “Che cosa hai fatto?”
Marco ha buttato fuori un respiro lungo, come se fossi io a rendergli tutto difficile. “Elena, per favore. Non cominciare adesso. Sei appena tornata.”
Mi si sono messe a tremare le mani. “Che cosa hai fatto al mio gatto?”
Si è sfregato la nuca e ha guardato da un’altra parte. Mi è bastato quello.
Tre anni prima avevo trovato Artù dietro i bidoni del palazzo, sotto una pioggia gelida. Era pelle e ossa, fradicio, e urlava come se tutto il suo corpicino stesse cedendo. Anche quella sera ero appena tornata da un turno, stanca morta, di quella stanchezza che ti fa venire da piangere pure senza un motivo preciso. L’avevo avvolto nella felpa, mi ero seduta sul pavimento del bagno con lui e gli avevo dato pezzetti di fesa di tacchino, perché in casa avevo solo quello.
La prima notte ha dormito sul mio petto, come se avesse già deciso che io ero casa.
Se devo dire la verità, penso che sia stato lui a salvare me prima ancora che io salvassi lui.
Quel periodo era stato brutto. Mia madre era morta l’anno prima. L’affitto continuava a salire. Facevo doppi turni e parlavo con quasi nessuno, a parte la gente che voleva una salsa in più o un altro caffè. Ci sono state settimane in cui Artù era l’unico essere vivente, in quell’appartamento, a sembrare davvero contento quando rientravo.
Marco questo lo sapeva.
Ed è per questo che quello che ha detto subito dopo mi ha fatto ancora più male.
“L’ho portato via,” ha detto. “In un posto dove sistemano i gatti. Gli trovano un’altra casa.”
Ho sentito come se la stanza si spostasse di lato. “Hai fatto cosa?”
“Starà bene,” ha detto in fretta. “Anzi, magari anche meglio. Gli troveranno una casa tranquilla. Forse con qualcuno che ha più tempo.”
L’ho guardato senza dire niente.
E lui ha continuato. Quelli come lui spesso scambiano il silenzio per consenso.
“Sei sempre stanca, Elena. La casa sa di lettiera. Lui graffia tutto. E spendi soldi per il cibo e per il veterinario quando già facciamo fatica. Stavo cercando di aiutarti.”
Aiutarti.
Quella parola mi ha fatto quasi crollare qualcosa dentro.
“Tu hai portato via l’unica cosa, in questa casa, che mi ha voluto bene senza farmi sentire un peso,” gli ho detto.
La sua faccia si è indurita. “Questo non è giusto.”
“No,” ho risposto, e mi tremava la voce, “non è giusto che tu decida al posto mio cosa posso amare e cosa no, solo perché a te dà fastidio.”
Per un attimo ha avuto perfino l’aria offesa. Come se avrei dovuto ringraziarlo per avermi risolto un problema. Ed è stato proprio in quel momento che nella mia testa si è fatto tutto chiaro.
Non tutte le persone crudeli urlano.
Alcune parlano piano e lo chiamano buonsenso.
“Dov’è?”, ho chiesto.
Ha esitato. Poi mi ha dato l’indirizzo.
Sono risalita in macchina ancora con il grembiule addosso e ho attraversato mezza città pregando di non arrivare troppo tardi. Il rifugio stava per chiudere tra dieci minuti. Avevo un peso nel petto così forte che per poco non mi veniva da vomitare prima ancora di entrare.
Artù era ancora lì.
Se ne stava raggomitolato in fondo a una gabbia di metallo, schiacciato nell’angolo al punto da sembrare più piccolo di come me lo ricordavo. Quando ho detto il suo nome, all’inizio non si è mosso. In quel momento ho pensato di essere arrivata troppo tardi in un modo che non aveva niente a che vedere con l’orario o con i fogli da firmare.
Poi gli si è mosso un orecchio.
“Artù,” ho sussurrato di nuovo.
Si è alzato piano, come se non fosse sicuro di potersi fidare di quello che aveva sentito. Poi ha fatto quel suo solito miagolio ruvido e si è avvicinato, tremando, magro, spaventato, strofinando il muso contro le sbarre.
Mi sono messa a piangere lì, subito.
Ho pianto mentre lo portavo alla macchina avvolto nella sua vecchia coperta. Ho pianto quando, appena parcheggiata sotto casa, lui mi è salito in grembo. Ho pianto perché dopo una giornata così brutta voleva ancora tornare da me. E ho pianto perché avevo quasi perso tutto per colpa di qualcuno che diceva di amarmi.
Quando sono rientrata, Marco era seduto sul divano ad aspettarmi. Voleva parlare.
Gli sono passata davanti senza rispondere.
Ho rimesso la cuccia di Artù al suo posto. Gli ho cambiato l’acqua. Mi sono seduta per terra finché non si è appoggiato a me, facendo le fusa così forte che gli vibrava tutto il corpicino.
Poi ho alzato gli occhi verso Marco e gli ho detto, con calma: “Adesso ti fai le valigie.”
Ha iniziato a discutere, ma io avevo chiuso.
Quella notte Artù ha dormito di nuovo sul mio petto. Proprio come la prima volta.
E lì ho capito una cosa che avrei dovuto capire molto prima: l’amore non ti chiede di lasciare andare le cose gentili che ti hanno tenuta in piedi.
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