Un vecchio maglione.
Un paio di libri.
Un rasoio elettrico.
Cose normali, da fine normale.
Ma non era stata una fine normale.
A un certo punto mi sono seduta per terra in mezzo al corridoio e mi è venuto da piangere.
Non per nostalgia.
Per stanchezza.
Artù mi si è avvicinato con quella sua andatura un po’ gobba, da ex randagio che non ha mai imparato a fidarsi del tutto del pavimento.
Ha messo una zampa sul sacco dei vestiti e mi ha guardata.
“Non lo sto riprendendo,” gli ho detto.
Lui ha sbattuto lentamente gli occhi.
E lì mi è scappata una risata vera. Piccola, ma vera.
Il lunedì dopo Teresa si è presentata con una cosa che non mi aspettavo.
Una vecchia cuccia tonda, pulita, con una coperta di pile dentro.
“Era di mia sorella,” ha detto. “Il suo gatto ormai preferisce il termosifone e basta.”
“Non posso prenderla.”
“Certo che puoi. Così Artù ne ha una in camera e una in sala, visto che ormai è il padrone di casa.”
L’ho ringraziata quasi balbettando.
Lei ha alzato una mano.
“Non fare quella faccia. Alle persone serve essere aiutate almeno una volta ogni tanto. Altrimenti diventano insopportabili.”
Quella sera ho portato la cuccia nuova a casa.
Artù l’ha ignorata per venti minuti interi, come fanno i gatti quando vogliono ricordarti che niente appartiene davvero a te, nemmeno l’idea di averli resi felici.
Poi, quando ho smesso di guardarlo, si è infilato dentro e ci si è arrotolato.
Ho mandato una foto a Teresa.
Lei mi ha risposto: Vedi? Ha capito che sei una brava persona. Più di certi cristiani.
Ho riso da sola in cucina.
E ridere da sola, senza paura che qualcuno ti chieda perché, è una specie di lusso che non sapevo di aver perso.
Passarono due settimane.
Poi tre.
Marco non si fece più vedere.
Una sera trovai il coraggio di spostare il divano, pulire bene dietro, lavare le tende, cambiare disposizione al tavolino basso. Sembrava una sciocchezza, ma mi serviva.
Volevo che la casa smettesse di somigliare al periodo in cui avevo imparato a farmi piccola.
Mentre sistemavo, ho ritrovato sotto il mobile una pallina di stoffa di Artù.
Quella vecchia, sporca, mezza sfilacciata, che pensavo persa da mesi.
Gliel’ho lanciata distrattamente.
Lui si è lanciato dietro con una velocità assurda, è scivolato sul pavimento e per poco non è finito contro la porta.
Mi è venuto da ridere così forte che mi sono dovuta appoggiare alla parete.
Lui si è girato indignato, con la pallina in bocca e lo sguardo offeso.
In quel momento ho capito che in casa era tornata una cosa che credevo sparita.
La leggerezza.
Qualche giorno dopo, tornando dal lavoro, ho trovato sul pianerottolo la signora Ada del terzo piano, con due buste della spesa e il solito fiatone.
Le tenevo spesso la porta, ma non avevamo mai parlato molto.
Mi ha guardata, poi ha guardato Artù che avevo nel trasportino perché lo riportavo dal controllo annuale.
“È lui il famoso Artù?” mi ha chiesto.
“Famoso?”
“La Teresa del bar è cugina di mia nuora. Ormai lo sanno pure i muri.”
Mi sono messa a ridere per la sorpresa.
Lei si è chinata piano, con una fatica infinita alle ginocchia, e ha guardato dentro il trasportino.
“Ha una faccia da sopravvissuto.”
“Lo è.”
“Anche tu, allora.”
Mi ha colpita il modo semplice in cui l’ha detto.
Come se non fosse una tragedia. Come se fosse quasi una categoria umana normale: quelli che hanno preso botte dalla vita e continuano comunque ad apparecchiare, lavorare, dare da mangiare al gatto, fare il bucato.
Le ho portato le buste fino alla porta.
Da quel giorno, ogni tanto, ci siamo messe a parlare cinque minuti sulle scale.
Del tempo.
Delle ginocchia.
Di quanto costano le zucchine.
Di niente, in apparenza.
Ma era quel niente che mi stava rimettendo al mondo.
Una sera Ada mi ha bussato con un contenitore in mano.
Polpette al sugo.
“Ne ho fatte troppe.”
Sapevamo tutte e due che non era vero.
Io le ho restituito il contenitore due giorni dopo con una fetta di torta di mele fatta da me.
Da lì, quasi senza accorgermene, è iniziata una piccola abitudine.
Lei bussava.
Io bussavo.
A volte solo per chiedere se le serviva qualcosa dal negozio.
A volte solo per bere un caffè cinque minuti.
Artù, dopo l’iniziale diffidenza, aveva preso a sedersi pure sul suo tappeto, come se avesse deciso che anche lei rientrava nel conto delle persone sicure.
E quando un gatto che è stato abbandonato decide una cosa del genere, io credo che valga più di cento opinioni umane.
Arrivò marzo, e con lui quella luce un po’ più chiara del tardo pomeriggio che ti fa capire che l’inverno non ha vinto del tutto.
Un giorno uscii dal lavoro esausta, ma non svuotata.
C’è differenza.
La stanchezza si regge.
Lo svuotamento no.
Salii le scale di casa sentendo già Artù miagolare dall’interno, come faceva sempre quando riconosceva i miei passi.
Aprii la porta, e lui era lì.
Davanti a me.
Con l’orecchio strappato, la macchia bianca storta sul petto e quell’aria da vecchio brontolone che si offende per principio.
Si strusciò contro la mia gamba una volta, poi un’altra.
E io capii che non stavo più rientrando in un posto dove cercavo di sopravvivere fino a sera.
Stavo rientrando a casa.
Quella notte mangiai pane, formaggio e olive in cucina, con la finestra un po’ appannata e la radio bassa.
Ada mi aveva lasciato due limoni.
Teresa mi aveva prestato un libro che ancora non avevo iniziato.
Artù dormiva sulla sedia accanto, con una zampa penzoloni.
E io, guardando quella scena povera e semplice, pensai una cosa che mi fece quasi male per quanto era pulita.
Non avevo perso tutto.
Avevo perso quello che mi faceva dubitare di meritare tenerezza.
Che è diverso.
Ho allungato una mano verso Artù e lui, senza svegliarsi davvero, ha spinto la testa contro le mie dita.
“Grazie,” gli ho detto piano.
Non solo per essere tornato.
Per avermi costretta a vedere.
Per avermi ricordato che certe cose non si cedono, non si minimizzano, non si consegnano a chi le chiama esagerazioni solo perché non le capisce.
L’amore buono non ti svuota la casa.
Te la riempie di respiro.
E quella sera, con il piatto ancora sul tavolo, il termosifone tiepido e il mio gatto finalmente al sicuro, ho sentito che dentro di me qualcosa si era rimesso al suo posto.
Non perfetto.
Non facile.
Ma vero.
E dopo tanto tempo, per la prima volta, mi è sembrato abbastanza.





