Solo allora si sdraiò.
Come se avesse finito un turno di lavoro.
Arrivarono anche le forze dell’ordine.
Ci fecero domande.
Chi aveva visto cosa.
A che ora.
Se qualcuno ricordava una macchina.
Una persona.
Una borsa.
Il cane.
Tutto.
«È suo?» chiese un agente indicando l’animale.
«No.»
«Di qualcuno qui?»
Tutti scossero la testa.
L’agente si chinò appena.
Il cane non reagì.
«Curioso.»
«Cosa?»
«Adesso lascia avvicinare tutti.»
Mi voltai.
Era vero.
Per ore aveva tenuto il mondo lontano da quella scatola.
Adesso che la bambina era al sicuro non aveva più nulla da difendere.
Quella sera tornai a casa con metà della spesa che avevo comprato.
Il pane era rimasto schiacciato.
I pomodori avevano preso una botta.
Il formaggio era caldo.
Non me ne importava niente.
Entrai nel mio appartamento.
Posai le chiavi nella ciotola di ceramica che Anna aveva comprato durante una vacanza in Toscana quasi vent’anni prima.
«Serve a non perdere le chiavi», aveva detto.
Io continuavo a perderle lo stesso.
La casa era silenziosa.
Troppo.
Mi sedetti al tavolo senza accendere la televisione.
Continuavo a vedere quel cane.
Il modo in cui aveva spostato il corpo per farmi passare.
Come se avesse capito.
«Anna, tu l’avresti portato a casa subito», dissi ad alta voce.
Parlavo spesso con lei da quando era morta.
All’inizio mi sembrava assurdo.
Poi avevo smesso di preoccuparmi di sembrare assurdo dentro casa mia.
Guardai la sua fotografia sulla credenza.
«Io invece ho anche il tappeto nuovo.»
Nessuna risposta, naturalmente.
Ma conoscevo già quella che mi avrebbe dato.
Il mattino seguente tornai al parcheggio.
Mi raccontai che volevo sapere della bambina.
Era una bugia.
Volevo vedere se il cane era ancora lì.
C’era.
Seduto esattamente vicino al punto dove avevo trovato il cartone.
La scatola era stata portata via.
Restava soltanto un rettangolo più scuro sull’asfalto.
Lui lo guardava.
Mi avvicinai con una ciotola di plastica, acqua e un po’ di carne bollita.
«Non abituarti», gli dissi. «Io non adotto nessuno.»
Il cane alzò gli occhi.
Posai il cibo a due metri.
Poi arretrai.
Mangiò soltanto quando mi sedetti sul muretto.
«Bravo. Manteniamo le distanze. Io e te ci capiamo.»
Il secondo giorno tornai.
Il terzo pure.
Al quarto, la cassiera mi vide arrivare e sorrise.
«Ormai siete fidanzati.»
«Non diciamo sciocchezze.»
«Come lo chiama?»
«Non lo chiamo.»
Lei guardò il cane.
«E allora perché quando arriva lei alza la testa?»
Non risposi.
La notizia buona arrivò quel pomeriggio.
La bambina era stabile.
Aveva reagito bene alle cure.
Qualcuno lo disse.
Poi lo seppero tutti.
Nel giro di un’ora lo sapeva il barista.
Poi il fornaio.
Poi la signora del negozio di detersivi.
Poi una vedova che viveva tre vie più in là e che non capii mai come fosse riuscita a saperlo così in fretta.
Eravamo tornati improvvisamente a essere un quartiere.
Non una fila di appartamenti.
Non persone che prendevano l’ascensore senza guardarsi.
Un quartiere.
Il cane diventò “quello della bambina”.
Qualcuno gli portava crocchette.
Qualcuno acqua.
Il macellaio gli metteva da parte qualche avanzo adatto.
La parrucchiera del civico accanto aveva recuperato una vecchia coperta.
«Stanotte fa fresco.»
«Non può stare qui per sempre», dissi.
Lei mi fissò.
«Infatti.»
Quel modo di dire “infatti” mi insospettì.
«Non guardi me.»
«Non ho detto niente.»
«Lo sta pensando.»
«Tutto il quartiere lo sta pensando.»
«Il quartiere pensasse agli affari suoi.»
«Questa frase la dicevano tutti anche prima della bambina.»
Quella mi colpì.
Perché era vera.
Negli ultimi anni avevamo imparato tutti a farci gli affari nostri.
Forse troppo bene.
La signora del terzo piano poteva stare una settimana senza uscire e nessuno bussava.
Un uomo poteva perdere il lavoro e noi lo scoprivamo quando vedevamo il furgone del trasloco.
Una famiglia poteva cenare ogni sera in silenzio dietro una finestra illuminata e dalla strada sembrava tutto normale.
La bella figura.
La porta pulita.
Il balcone ordinato.
La macchina lavata.
Poi ognuno chiudeva casa e si arrangiava con le proprie paure.
Quel cane, senza parlare, aveva costretto decine di persone a fermarsi.
Una settimana dopo mi contattarono per completare la testimonianza.
Fu allora che venni a sapere qualcosa che mi lasciò senza parole.
Avevano ricostruito una parte di quanto accaduto grazie ad alcune telecamere della zona.
La madre della bambina era stata individuata.
Era molto giovane.
Viveva una situazione di grave difficoltà.
Niente famiglia vicina.
Niente lavoro stabile.
Aveva trascorso gli ultimi mesi spostandosi tra sistemazioni temporanee, cercando di nascondere una gravidanza che, nella sua testa spaventata, non sapeva come affrontare.
Non era semplicemente “una madre cattiva”, come qualcuno aveva già iniziato a dire al bar.
La realtà raramente è così comoda.
Aveva fatto una cosa terribile e disperata.
Ma dopo aver lasciato la bambina, non se n’era andata davvero.
Era rimasta nei dintorni.
A distanza.
Nelle immagini si vedeva tornare più volte.
Guardare.
Allontanarsi.
Tornare ancora.
Probabilmente sperava che qualcuno trovasse la piccola subito.
«E il cane?» chiesi.
La persona davanti a me abbassò gli occhi sul fascicolo.
«Non era con lei.»
«Come sarebbe?»
«Non era il suo cane.»
Rimasi zitto.
«Le immagini mostrano che arriva dopo.»
«Quanto dopo?»
«Poco più di dieci minuti.»
Sentii un brivido lungo la schiena.
«Quindi era già in zona?»
«Probabile.»
«E poi?»
«Si avvicina alla scatola.»
«E?»
«Resta.»
«Per quanto?»
«Fino a quando siete arrivati voi.»
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