Mi appoggiai allo schienale.
«Nessuno gli aveva detto di farlo.»
«Direi di no.»
Mi tornò in mente Anna.
Una frase che ripeteva sempre quando qualcuno diceva che gli animali non capivano.
“Non devono capire come noi. Capiscono a modo loro.”
Il cane non conosceva quella bambina.
Non apparteneva alla madre.
Nessuno lo aveva addestrato.
Non aveva ricevuto nulla in cambio.
Aveva trovato una creatura piccola, sola, fragile.
E aveva scelto di restare.
Quando tornai nel quartiere, la storia fece il giro delle case nel tempo che serve a preparare un caffè.
Da quel momento il cane smise di essere “quello della bambina”.
Cominciarono a chiamarlo Bruno.
Non decisi io il nome.
Lo decise la signora Teresa, settantotto anni, ex sarta, vedova da quindici.
«Ha la faccia da Bruno.»
Fine della discussione.
In certi quartieri italiani le decisioni ufficiali contano meno di quelle prese da una vedova di settantotto anni davanti a tre sedie di plastica.
Bruno cominciò a fidarsi.
Poco.
Con calma.
Prima della cassiera.
Poi del fornaio.
Poi di Teresa.
Con me fece più fatica.
«Perché sente che sei testardo», disse Teresa.
«Il cane?»
«No. Io.»
Una mattina riuscii a portarlo da un veterinario.
Il quartiere organizzò tutto.
Uno mise la macchina.
Una signora pagò una parte della visita.
Il fornaio pagò il resto senza dirlo a nessuno, ma ovviamente lo scoprimmo tutti.
Bruno non aveva malattie gravi.
Era denutrito.
Aveva vecchie cicatrici.
Nessun microchip.
Nessuno risultava cercarlo.
«Avrà circa sei anni», disse il veterinario.
«Sei? Pensavo di più.»
«La strada invecchia.»
Quella frase mi rimase dentro.
La strada invecchia.
Non soltanto i cani.
Anche le persone.
Anche una madre sola.
Anche un vedovo che ha smesso di invitare amici perché apparecchiare per uno è meno doloroso che sparecchiare per due.
Nei giorni successivi accadde una cosa ancora più strana.
Il quartiere cominciò a cambiare.
Non per decisione del Comune.
Non per un progetto.
Non per qualche bella iniziativa con un nome altisonante.
Semplicemente perché la gente aveva ricominciato a parlarsi.
Teresa iniziò a lasciare la porta aperta il pomeriggio.
Il ragazzo del forno portava il pane avanzato a due anziani del palazzo vicino.
La cassiera organizzò una raccolta discreta di vestiti e prodotti per neonati.
Una giovane coppia regalò un passeggino quasi nuovo.
Una donna che lavorava come educatrice spiegò a tutti una cosa importante.
«Quello che è successo non si risolve insultando la madre. Se vogliamo evitare che succeda ancora, bisogna aiutare le persone prima che arrivino a pensare di non avere più alternative.»
Per una volta nessuno fece il saputello.
Mettemmo insieme quello che avevamo.
Poco per ciascuno.
Molto, alla fine.
Non sapevamo se quelle cose sarebbero arrivate proprio alla bambina o a sua madre, perché c’erano procedure e riservatezza da rispettare.
Così decidemmo che non importava.
Avrebbero aiutato chi ne aveva bisogno.
Quella era la cosa importante.
Un sabato mattina, Teresa mi fermò davanti al portone.
«Bruno stanotte ha dormito fuori dal suo supermercato.»
«Lo so.»
«Pioveva.»
«Lo so.»
«Giovanni.»
«Teresa.»
«Hai una casa con due camere.»
«Una è piena di scatoloni.»
«Hai un balcone.»
«Piccolo.»
«Hai tempo.»
«Non così tanto.»
«Hai bisogno di compagnia.»
«Questo lo decido io.»
Mi guardò per cinque secondi.
A settantotto anni, Teresa era capace di trasformare il silenzio in una sentenza.
«Anna l’avrebbe già portato a casa.»
La fissai.
«Questo è un colpo basso.»
«Ma efficace.»
Me ne andai brontolando.
Quel pomeriggio trovai Bruno seduto vicino al muretto.
Mi sedetti accanto a lui.
Non troppo vicino.
«Sappi che la signora Teresa ti sta usando per manipolarmi.»
Bruno sbadigliò.
«Non fare il simpatico.»
Guardammo passare le macchine.
A un certo punto, lui si alzò.
Fece due passi verso di me.
Si fermò.
Poi si sedette.
Vicino.
Non mi toccava.
Ma il fianco era a pochi centimetri dalla mia gamba.
«Non puoi stare qui tutta la vita», gli dissi.
Lui guardava davanti.
«E io non sono bravo con i cani.»
Niente.
«Non ho nemmeno una cuccia.»
Silenzio.
«E poi perdi pelo.»
Bruno si appoggiò lentamente alla mia gamba.
Appena.
Sentii il calore del suo corpo attraverso i pantaloni.
Mi si chiuse la gola.
Erano quattro anni che tornando a casa non c’era nessuno ad aspettarmi.
Quattro anni che aprivo la porta e accendevo subito la televisione per non sentire il silenzio.
Quattro anni che tenevo ancora il cappotto di Anna nell’armadio perché buttarlo mi sembrava un secondo funerale.
Abbassai una mano.
Non lo accarezzai subito.
La lasciai lì.
Bruno sollevò il muso.
Poi spinse leggermente la testa contro le mie dita.
«Va bene.»
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