Carla si tolse gli occhiali.
«Forse abbiamo esagerato.»
«Forse?»
Mi fulminò con lo sguardo.
«I veterinari hanno notato la differenza.»
Rimasi zitta.
«Più animali agitati. Più visite rimandate. Più proprietari in difficoltà. Nessuno sta dicendo che Rammendo sia una cura. Però cambia l’ambiente.»
Poi mi porse una lettera.
Era di una signora che aveva portato da noi un gatto estremamente pauroso.
Scriveva:
“Per la prima volta in anni siamo riusciti a fare una visita senza trasformare tutto in una battaglia. Non so cosa faccia quel gatto. Forse niente. Ma vi prego, non lasciate che una lamentela cancelli una cosa buona. Di freddezza ce n’è già abbastanza.”
Abbassai il foglio.
Carla disse:
«Se torna, però, dobbiamo organizzare tutto meglio.»
«Quindi gli serve un contratto?»
Quasi sorrise.
«Non esagerare.»
Non decidemmo quel giorno.
E poi arrivò venerdì.
Entrò un uomo con un gatto arancione avvolto in un vecchio asciugamano blu.
L’uomo si chiamava Franco.
Settantuno anni.
Il gatto, Tito, ne aveva diciannove.
Era molto malato.
Franco lo teneva contro il petto e continuava a dire:
«Scusami.»
Non a noi.
A Tito.
Li accompagnai nella stanza.
Franco si sedette.
«Era di mia moglie.»
Sorrise per mezzo secondo.
«Lei diceva che Tito preferiva me. Io le rispondevo che era solo perché aprivo le scatolette.»
Sua moglie era morta tre anni prima.
Tito era l’ultima abitudine che avevano condiviso.
Il veterinario spiegò tutto con calma.
Franco ascoltò.
Poi prese la decisione più difficile che si prende quando si ama davvero un animale.
Prima chiese qualche minuto da solo.
Abbassai le luci.
Mentre passavo nel corridoio sentii la sua voce.
«Hai fatto il bravo, Tito.»
Pausa.
«Lei mi ammazza se ti lascio soffrire.»
Un’altra pausa.
«Quando tocca a me, spero che qualcuno resti.»
Mi rifugiai nel magazzino.
Avevo un nodo in gola.
E pensavo solo:
Rammendo dovrebbe essere qui.
Non perché potesse aggiustare il dolore.
Il dolore non si aggiusta.
Ma perché alcune creature sanno stare accanto alle cose rotte senza averne paura.
Quando Franco uscì, firmò i documenti con una mano che tremava.
Poi guardò la finestra vuota.
«Dov’è quel gatto malconcio che avevate qui?»
«A casa mia, per ora.»
Franco annuì.
«Peccato.»
«Lo conosceva?»
«No. Me ne ha parlato un vicino.»
Guardò ancora la finestra.
Poi disse una frase che non ho più dimenticato.
«Passiamo la vita a evitare quello che ha cicatrici. Poi arriva un giorno in cui soltanto le cicatrici ci sembrano sincere.»
Quella sera raccontai tutto a Rammendo.
Lui si leccò una spalla.
Mi ignorò per metà.
Poi appoggiò una zampa sulla mia gamba.
Il giorno dopo scrissi un post.
Non lo concordai con Carla.
Non lo concordai con nessuno.
Scrissi che Rammendo era rimasto settimane senza una famiglia.
Scrissi che quasi nessuno lo aveva voluto quando era soltanto un gatto zoppo e ferito.
Scrissi che tutti avevano iniziato ad adorarlo quando aveva cominciato ad aiutare gli altri.
E che gli stessi esseri umani capaci di applaudirlo avevano trovato molto semplice allontanarlo appena la sua presenza era diventata complicata.
Poi scrissi:
“Forse a volte non amiamo davvero ciò che è rotto. Amiamo quello che può fare per noi.”
Rimasi con il dito sul telefono per un minuto.
Poi pubblicai.
Scoppiò il finimondo.
Condivisioni.
Commenti.
Discussioni.
Qualcuno mi dava ragione.
Qualcuno mi accusava di esagerare.
C’era chi diceva che una clinica deve avere regole.
Ed era vero.
Chi diceva che non tutti sono obbligati ad adottare animali difficili.
Vero anche quello.
Chi diceva che la bontà senza buon senso può creare problemi.
Ancora vero.
Ma sotto quelle discussioni cominciarono a comparire storie.
Un pensionato raccontò del suo cane anziano che gli era rimasto accanto dopo la morte del fratello.
Una donna scrisse che nessuno aveva voluto il suo gatto con tre zampe finché non era diventato famoso nel quartiere.
Un’infermiera raccontò quanto fosse strano sentirsi chiamare “indispensabile” sul lavoro e poi completamente invisibile quando aveva avuto bisogno di fermarsi.
Un insegnante commentò:
“Questa storia non parla soltanto di gatti e lo sappiamo tutti.”
Quella frase mi rimase dentro.
Il lunedì mattina, prima dell’apertura, davanti alla clinica c’erano persone.
Non folle.
Non giornalisti.
Persone normali.
Una coppia con un gatto nero anziano.
Una signora con una gatta senza un occhio.
Una nonna con la nipotina che stringeva un barattolo pieno di monete.
Il signor Giulio con il suo contenitore di pollo lesso.
E un uomo senza animale che disse:
«Sono venuto a vedere il gatto che ha fatto litigare mezzo paese.»
Carla guardò fuori dalla finestra.
Poi guardò me.
«Portalo domani.»
Tutto lì.
Nessun applauso.
Nessun discorso.
Solo una donna stanca che aveva finalmente deciso di fare spazio a una cosa buona senza fingere che fosse perfetta.
Rammendo tornò il martedì.
Niente pettorina.
Niente fiocco.
Niente targhetta ridicola.
Su questo fui irremovibile.
Aveva già passato abbastanza tempo della sua vita a dover dimostrare qualcosa.
Entrò dalla porta sul retro.
Zoppicò fino al bancone.
Annusò il cestino degli asciugamani.
Si sdraiò.
Come se fosse mancato soltanto per un fine settimana.
Cambiammo alcune regole.
Rammendo non entrava nelle stanze se il proprietario non era d’accordo.
Aveva il suo spazio pulito.
Controlli regolari.
Procedure precise.
Niente improvvisazione.
Perché responsabilità e gentilezza non sono nemiche.
Anzi.
Se davvero tieni a qualcosa, impari anche a proteggerla bene.
Quel pomeriggio entrò una donna sui quarant’anni.
Portava un trasportino contro il petto.
Dentro c’era un giovane gatto tigrato trovato in strada.
La donna aveva gli occhi stanchi.
Quelli di chi ha pianto di notte e il giorno dopo ha detto a tutti: “Sto bene.”
Vide Rammendo.
«È lui?»
«Lui chi?»
«Il famoso gatto brutto.»
La guardai male.
Lei alzò subito una mano.
«No, aspetti. Lo dico con affetto. È… sincero.»
Poi cominciò a piangere.
Così.
Di colpo.
«Ho trovato questo gatto dietro i cassonetti la settimana in cui mio marito se n’è andato.»
Abbassò gli occhi verso il trasportino.
«Non so se sto salvando lui o se è lui che sta salvando me. A questo punto non mi interessa.»
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