Trattenni il respiro per paura che smettesse.
E naturalmente piansi.
A sessantadue anni avevo scoperto di poter piangere per il rumore di un gatto.
A ottobre il rifugio mi telefonò.
Organizzavano una giornata per favorire le adozioni degli animali più anziani.
Una volontaria si ricordava di Fumo.
«Potremmo usare due foto? Prima e dopo.»
Guardai verso la finestra.
Lui era seduto sul davanzale, una zampa ripiegata sotto il petto, assorto a fissare un piccione.
«Va bene.»
Poi aggiunsi:
«Ve le porto io.»
Al rifugio ritrovai lo stesso odore.
Disinfettante.
Coperte umide.
Cibo.
Paura.
Sul muro c’erano sagome di foglie di carta con nomi scritti a mano.
Adottato.
In affido.
A casa.
Rimasi a fissarle come se fossero fotografie di famiglia.
ConsegnaI due immagini a una ragazza di nome Sara.
Nella prima, scattata al suo arrivo, Fumo sembrava già scomparso.
Nella seconda era sul davanzale di casa mia.
Vecchio.
Serio.
Ma presente.
Sara fissò la fotografia.
«Sembra un altro.»
«No», risposi. «È lo stesso. Solo che adesso non ha paura tutto il giorno.»
Lei appese le foto su una bacheca.
Sotto scrisse:
Fumo, 9 anni. Considerato inadottabile. Ora dorme ogni notte ai piedi del letto.
Quella parola mi infastidì.
Inadottabile.
Sara se ne accorse.
«Non piace nemmeno a noi», disse. «Ma qualche volta bisogna far capire quanto erano vicini a essere dimenticati.»
Passeggiai tra le gabbie.
Davanti ai cuccioli c’erano famiglie intere.
Risate.
Mani infilate tra le sbarre.
Fotografie.
In fondo c’erano quelli anziani.
Quelli con una terapia.
Quelli con un occhio velato.
Quelli che non correvano incontro a nessuno.
In una gabbia bassa vidi un grosso gatto marrone.
Dodici anni.
Nome: Arturo.
Problemi alle anche.
Terapia quotidiana.
Il proprietario era morto.
Arturo non si mosse.
Mi osservò.
Non implorava.
Non cercava di convincere nessuno.
Quella dignità stanca mi fece male.
«È dolcissimo», disse Sara.
«Ma tutti chiedono quanti anni gli restano.»
La guardai.
«E tu cosa rispondi?»
«Che nessuno sa quanti anni restano a nessuno.»
Rimasi al rifugio fino a mezzogiorno.
Sentii persone dire cose sensate.
E cose crudeli travestite da buon senso.
«Con tutti gli animali giovani, perché spendere per quelli vecchi?»
«Non puoi salvarli tutti.»
«Bisogna essere realistici.»
Quella frase, soprattutto, mi rimase addosso.
Non puoi salvarli tutti.
Certo che no.
Non posso salvare tutti i gatti.
Non posso aiutare tutti i vecchi del quartiere.
Non posso sistemare tutti i problemi di Matteo.
Non posso nemmeno recuperare tutti gli anni in cui ho continuato a dire «sto bene» quando non era vero.
Ma da quando l’impossibilità di fare tutto è diventata una buona ragione per non fare qualcosa?
La domenica successiva Matteo mi telefonò.
Gli raccontai della giornata al rifugio.
Gli raccontai di Arturo.
Gli raccontai dei commenti.
Lui rimase zitto un momento.
«Mamma, posso dirti una cosa senza che ti arrabbi?»
«No.»
Rise.
«Te la dico lo stesso.»
Aspettai.
«Secondo me molta gente non teme le spese.»
«Ah no?»
«Teme di affezionarsi a un animale vecchio e perderlo subito.»
Quella frase mi zittì.
Perché aveva ragione.
Noi italiani siamo bravi a parlare di famiglia.
Di sacrificio.
Di esserci sempre.
Poi la vecchiaia arriva davvero.
Quella con le visite mediche.
Le medicine in cucina.
Le telefonate notturne.
Le scale che diventano difficili.
La memoria che fa brutti scherzi.
E improvvisamente l’amore smette di essere una frase e diventa organizzazione.
Tempo.
Fatica.
Rinunce.
Paura.
Forse è lì che scopriamo quanto siamo capaci di amare davvero.
Una settimana dopo il rifugio pubblicò le foto di Fumo sulla propria pagina del quartiere.
Io non ero una grande appassionata di social network.
Avevo un profilo che Matteo mi aveva aiutato ad aprire quando era nata mia nipote.
La mia foto era vecchia di quattro anni.
Scrivevo ancora lentamente.
Ma quella sera il telefono cominciò a vibrare senza sosta.
C’erano decine di messaggi.
Poi centinaia.
Persone che raccontavano di cani anziani.
Gatti ciechi.
Animali con tre zampe.
Una vedova di Modena scrisse che il suo vecchio cane l’aveva obbligata ad alzarsi dal letto ogni mattina dopo la morte del marito.
Un uomo raccontò di un gatto senza un occhio che dormiva sul sedile del suo furgone durante le consegne.
Una signora disse che il suo gatto più difficile era rimasto accanto a lei durante mesi di cure.
Poi arrivarono gli altri commenti.
«Facile quando i soldi non sono i miei.»
«Non tutti possono permetterselo.»
«Questi racconti fanno sentire in colpa chi deve fare scelte diverse.»
«Ci sono troppi animali. Non si possono salvare tutti.»
«È solo un gatto.»
Quella frase mi fece più male delle altre.
Solo un gatto.
Come se la parola «solo» rendesse automaticamente una vita meno importante.
Non risposi.
Spensi il telefono.
Entrai in camera.
Fumo era sulla soglia.
Mi fissava.
Io mi sedetti sul pavimento come avevo fatto decine di volte.
Lui venne avanti.
Poi, per la prima volta, tentò di salirmi sulle gambe.
Lo fece malissimo.
Una zampa scivolò.
Si bloccò.
Mi guardò, quasi offeso.
Poi riprovò.
Alla fine si acciambellò contro la mia pancia.
Undici chili scarsi di gatto caldo.
Rimanemmo immobili entrambi.
Venti minuti.
Forse venticinque.
Pensai a tutte quelle persone che discutevano di quanto fosse impegnativo salvare un animale spaventato.
E pensai a Fumo.
Aveva passato mesi a imparare che le mie mani non erano una trappola.
Chi dei due aveva fatto il lavoro più difficile?
La mattina seguente trovai un messaggio privato.
Mi chiamo Anna. Credo che Fumo fosse il gatto di mia madre.
Sentii la rabbia salirmi immediatamente.
Il gatto di tua madre?
Quello lasciato in una gabbia?
Quello con i denti marci?
Quello rannicchiato nell’angolo?
Stavo per cancellare il messaggio.
Invece risposi:
Cosa vuole dirmi?
Anna mi raccontò tutto.
Sua madre, Teresa, aveva preso Fumo da cucciolo.
Dopo la morte del marito, quel gatto era diventato la sua ombra.
Poi Teresa aveva cominciato ad ammalarsi.
Cadute.
Confusione.
Medicine dimenticate.
Pentole lasciate sul fornello.
Una mattina era uscita in pantofole ed era stata trovata due strade più in là.
Anna e suo fratello avevano resistito finché avevano potuto.
Poi Teresa era entrata in una struttura assistita che non accettava animali.
Avevano avuto pochi giorni per svuotare l’appartamento.
Il fratello soffriva di una forte allergia.
Anna viveva in affitto e possedeva già due cani.
Avevano chiesto a parenti.
Vicini.
Conoscenti.
Avevano lasciato annunci.
Nessuno voleva un gatto di nove anni che si nascondeva quando entravano estranei e aveva bisogno del veterinario.
Alla fine lo avevano portato al rifugio.
«Non era cattivo», scrisse Anna. «Era timido. Mia madre lo amava. So che dopo averlo visto in quelle condizioni sembrerà una scusa, ma è la verità.»
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