“E allora cosa facciamo? Dopo i settanta concediamo soltanto pesci rossi?”
“Non intendevo questo.”
“Sembrava.”
“Gli animali hanno bisogno di stabilità.”
Carlo si asciugò le mani.
“E gli anziani no?”
Nessuno disse più niente.
Quella sera portai Nino di nuovo a casa mia.
“Solo per qualche giorno,” mi dissi.
Di nuovo.
Quando aprii il trasportino, non esplorò l’appartamento.
Camminò lentamente fino al corridoio e si sedette davanti alla porta della mia camera.
La lasciai aperta.
Nino entrò.
Saltò sulla solita cassapanca.
Si accoccolò.
Non emise neppure un suono.
Dormì.
Io no.
Il giorno seguente andai a trovare Giorgio.
La stanza della riabilitazione aveva pareti color crema, una sedia scomoda e un televisore acceso senza volume.
Giorgio sembrava dieci anni più vecchio.
Quando mi vide, non disse buongiorno.
Non mi chiese perché fossi lì.
Disse soltanto:
“Nino?”
“Sta bene.”
Giorgio chiuse gli occhi.
“È tornato al rifugio?”
Non aveva senso mentire.
“Sì.”
Lui guardò le proprie mani.
“Lo sapevo.”
Gli spiegai che Elena aveva paura.
Lui annuì.
“Ha paura da quando era bambina.”
Poi mi raccontò di Teresa.
Era lei, in famiglia, quella che capiva tutto prima degli altri.
Dal rumore di un cassetto sapeva se il marito era arrabbiato.
Dal modo in cui Elena appoggiava le chiavi capiva se aveva pianto.
Quando Teresa si era ammalata, la casa aveva iniziato lentamente a trasformarsi.
Una sedia sulla quale nessuno sedeva più.
Un armadio pieno di vestiti che Giorgio non riusciva ad aprire.
Una metà del letto che sembrava diventata territorio sacro.
Dopo il funerale, Giorgio aveva iniziato a chiudere le porte.
La camera.
Lo studio.
La stanza dove Teresa teneva la macchina da cucire.
“Non riuscivo a vedere tutte quelle stanze vuote insieme.”
Poi era arrivato Nino.
“E lui non era d’accordo con il mio sistema,” disse Giorgio.
Sorrise.
“Piangeva finché non aprivo.”
“E poi?”
“Poi entrava, controllava la stanza e si sdraiava.”
Giorgio mi guardò.
“Dopo un po’ ho cominciato a entrare anch’io.”
Fu in quel momento che capii cosa aveva fatto davvero Nino.
Non aveva riempito il vuoto lasciato da Teresa.
Nessuno poteva.
Aveva costretto Giorgio a smettere di murarlo dietro porte chiuse.
“Sei inciampato su di lui?”
Giorgio aggrottò la fronte.
“No.”
“Cos’è successo allora?”
“Mi sono alzato. Mi è girata la testa. Il tappetino del bagno è scivolato.”
Indicò la spalla fasciata.
“Nino era sul letto.”
Rimasi in silenzio.
Era molto più facile togliere un gatto che affrontare tutto il resto.
Le vertigini.
La casa poco sicura.
La solitudine.
L’età.
La paura di Elena.
“Non prendertela con mia figlia,” disse Giorgio.
“Cerco di non farlo.”
“Quando sua madre è morta, ha pensato che fosse colpa sua per non aver chiamato abbastanza quella settimana.”
Abbassò gli occhi.
“Da allora vuole controllare tutto.”
Prima che me ne andassi, Giorgio mi afferrò il polso.
Aveva poca forza, ma il gesto era deciso.
“Nino non piange perché è viziato.”
“Lo so.”
“Piange perché crede che l’amore sia finito.”
Quella frase mi seguì fino a casa.
Quella notte, verso le due, Nino emise un verso.
Non era fuori dalla camera.
Era dentro.
Mi svegliai.
Lui era in piedi sulla cassapanca e guardava il corridoio.
Poi saltò giù.
Fece il giro dell’appartamento.
Cucina.
Soggiorno.
Ingresso.
Bagno.
Tornò in camera soltanto dopo aver controllato ogni stanza.
Fu allora che capii.
Nino non aveva semplicemente paura delle porte chiuse.
Aveva paura che qualcuno sparisse mentre lui dormiva.
Il giorno dopo chiesi a Giorgio una sua vecchia camicia.
“Quella,” disse indicando una camicia di flanella. “Sa di caffè e peli di gatto.”
La portai a casa e la misi sulla cassapanca.
Nino la annusò.
Poi ci affondò il muso dentro.
Rimase così per parecchi minuti.
Non serviva uno specialista per capire.
Gli mancava il suo uomo.
Una settimana dopo Elena arrivò al rifugio.
“Ho saputo che sei andata a trovare mio padre.”
“Sì.”
“Preferirei che non interferissi.”
“Cosa significa interferire?”
“Dargli false speranze. Farlo agitare.”
Inspirò profondamente.
“Questa non è una favola. Non basta un gatto per permettere a un uomo anziano di vivere da solo.”
“Su questo sono d’accordo.”
Sembrò sorpresa.
“Ma il fatto che abbia bisogno di una casa più sicura non significa che dobbiamo togliergli ciò che gli fa bene.”
Elena strinse la mandibola.
Poi disse qualcosa che cambiò completamente il modo in cui la vedevo.
“Mia madre era morta da ore quando mio padre se ne accorse.”
Rimasi immobile.
“La porta della camera era chiusa. Lui si era addormentato in soggiorno. Lei si era sentita male.”
Gli occhi di Elena diventarono lucidi, ma non pianse.
“Io sono quella che da un anno controlla le medicine. Io guido fin qui ogni domenica. Io vedo quando mette la stessa camicia per due giorni perché non ricorda che giorno è. Io sono quella che deve pensare a cosa succede se cade.”
Indicò le gabbie.
“Poi arriva il gatto e tutti dicono che è meraviglioso. Come se bastasse.”
Finalmente capii.
Elena non odiava Nino.
Era arrabbiata perché Nino riusciva ad arrivare in un posto del padre dove lei, con tutte le sue telefonate, i contenitori delle medicine e le buste della spesa, non riusciva più ad arrivare.
“Non penso che tu sia cattiva,” le dissi.
“No?”
“No. Penso che tu sia stanca e terrorizzata.”
Abbassò lo sguardo.
“È quasi peggio.”
Due giorni dopo ricevetti una telefonata dalla struttura.
Giorgio aveva iniziato a rifiutare la fisioterapia.
Continuava a chiedere di Nino.
Chiesi se potevo portargli delle fotografie.
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