Ne stampai sei.
Nino sulla cassapanca.
Nino sul davanzale.
Nino addormentato sulla camicia.
Giorgio le prese con entrambe le mani.
“Sta bene?”
“Sì.”
Guardò a lungo una fotografia.
Poi disse:
“Elena pensa che il gatto mi abbia reso fragile.”
Scosse lentamente la testa.
“È il contrario. Nino mi ha fatto capire che ero già fragile.”
Dopo qualche giorno chiesi se fosse possibile organizzare una visita.
Naturalmente servivano moduli.
Certificati.
Autorizzazioni.
Regole.
Quando finalmente ottenni il permesso, ci concessero quindici minuti nel piccolo cortile interno.
Giorgio uscì in sedia a rotelle con una coperta sulle ginocchia.
Quando vide il trasportino, rimase immobile.
Aprii lo sportello.
Nino uscì lentamente.
Guardò attorno.
Poi vide Giorgio.
Andò dritto verso di lui.
Si sollevò con le zampe anteriori sulle sue gambe ed emise un suono minuscolo.
Quasi una risposta.
Giorgio posò la mano sulla testa del gatto.
Poi cominciò a piangere.
Quasi in silenzio.
Come piangono tanti uomini della sua generazione, educati per tutta la vita a nascondere le ferite che non sanguinano.
“Eccoti,” sussurrò.
Nino si accoccolò sulle sue ginocchia.
Per quindici minuti non esistettero strutture, moduli, paure o discussioni.
Solo loro due.
Quando uscii dal cortile vidi Elena nel corridoio.
Aveva assistito alla scena.
“Ha sorriso,” disse.
“Sì.”
“Non lo vedevo sorridere così da quando è morta mamma.”
Si appoggiò al muro.
“Mi dà fastidio che conti così tanto.”
La guardai.
“Forse non ti dà fastidio che conti.”
“E allora?”
“Ti fa male che qualcosa di così piccolo sia arrivato dove tu non riuscivi più ad arrivare.”
Gli occhi le si riempirono.
“Io ho fatto tutto.”
“Lo so.”
“Spesa. Visite. Telefonate. Medicine. Tutto.”
“Lo so.”
“E il sorriso lo prende il gatto.”
Rimasi un momento in silenzio.
“Forse perché Nino non chiede a tuo padre di stare meglio per rendergli la vita più semplice.”
Elena mi guardò.
Quella volta non rispose.
Ma qualcosa cambiò.
Giorgio riprese la fisioterapia.
Elena continuò a pretendere una soluzione più sicura.
E aveva ragione.
Il quartiere, però, fece qualcosa che nessuno di noi aveva previsto.
La signora Mirella del piano di sotto disse che poteva passare ogni mattina.
Carlo, il pensionato del rifugio, recuperò un paio di tappeti antiscivolo.
Il panettiere all’angolo, che conosceva Giorgio da vent’anni, promise di bussare se per due giorni non lo vedeva passare.
Il figlio di Mirella si offrì di montare due maniglioni in bagno.
Nessuno poteva sostituire un sistema di assistenza serio.
Ma improvvisamente Giorgio non sembrava più un problema individuale da parcheggiare da qualche parte.
Era di nuovo un uomo del quartiere.
Uno di quelli che avevano portato i figli a scuola, prestato trapani, discusso di calcio davanti al bar, comprato il giornale la domenica mattina e salutato sempre la stessa cassiera.
Alla fine trovammo una soluzione migliore.
Un piccolo complesso residenziale per anziani autosufficienti, senza scale, con controllo quotidiano e animali ammessi dopo valutazione.
Giorgio visitò l’appartamento su una sedia a rotelle.
C’era una camera.
Un bagno sicuro.
Una cucina minuscola.
E un davanzale largo.
“Nino starà lì,” disse subito.
Elena osservò la finestra.
Poi fece qualcosa che, per lei, valeva più di cento scuse.
Disse:
“Dobbiamo trovare un posto per la lettiera.”
Due settimane dopo lo trasferimmo.
Io portai Nino.
Elena portò asciugamani, medicine e una scatola di tazzine che appartenevano a sua madre.
Mirella portò una teglia di lasagne.
“Perché in un trasloco si mangia male,” disse. “E quando si mangia male si pensa peggio.”
Nino uscì dal trasportino.
Annusò il letto.
Saltò sopra.
Guardò tutti noi.
Giorgio scoppiò a ridere.
“Ispezione superata.”
Anche Elena sorrise.
Si coprì la bocca subito dopo, quasi sorpresa dal proprio sollievo.
Quella sera, prima di andare via, Giorgio mi disse:
“Grazie.”
“È stato Nino a scegliere te.”
Lui scosse la testa.
“No.”
Guardò la porta della camera.
“Ha scelto la porta aperta.”
Giorgio ebbe sei mesi buoni.
Non perfetti.
Buoni.
La spalla continuò a fargli male.
Camminava lentamente.
Dimenticava qualche cosa.
Ma la domenica Elena arrivava con la spesa.
Mirella portava un pezzo di torta.
Ogni tanto Carlo passava con una scusa qualsiasi per vedere Nino.
Giorgio leggeva il giornale con il gatto sulle gambe.
Una volta mi disse:
“Le due di notte restano l’ora peggiore.”
“Perché?”
“Il dolore ama quell’ora.”
Poi guardò Nino.
“Ma adesso almeno qualche volta siamo svegli in due.”
In gennaio arrivò la polmonite.
Giorgio si riprese.
Poi peggiorò di nuovo.
Una sera Elena mi chiamò.
“È tornato a casa.”
La pausa successiva spiegò il resto.
“Assistenza domiciliare?”
“Sì.”
“E Nino?”
Elena rispose senza esitazione.
“Con lui. Dove dovrebbe essere?”
Andai il pomeriggio seguente.
L’appartamento era caldo e silenzioso.
Giorgio era nel letto.
Molto più magro.
La porta della camera era spalancata.
Nino dormiva vicino ai suoi piedi.
Giorgio aprì gli occhi.
Indicò la porta.
“Vedi?”
“Sì.”
Restammo in silenzio.
Dopo un po’ disse:
“Tutti mi dicono di essere coraggioso.”
Aspettai.
“Io non ho tanta paura di morire.”
Inspirò lentamente.
“Avevo più paura di sparire prima di morire.”
Non sapevo cosa rispondere.
Così non risposi.
Giorgio continuò.
“Dopo Teresa tutti volevano aiutarmi.”
Fece un sorriso stanco.
“Cibo. Telefonate. Consigli. Cammina. Esci. Bevi. Prendi le medicine. Non stare solo. Vieni a pranzo.”
Guardò Nino.
“Era tutto amore.”
Poi aggiunse:
“Ma nessuno restava con me nel buio.”
Abbassò una mano.
Nino sollevò la testa.
“Lui sì.”
Giorgio morì prima dell’alba quattro giorni dopo.
Elena mi telefonò alle sei.
Quando arrivai, lei era in cucina davanti a una pila di carte.
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