Sentì un urlo dalla villetta elegante, poi una divisa le sussurrò: “Fatti gli affari tuoi”

Sentì una donna urlare dalla villetta accanto, ma quando denunciò tutto furono loro a trasformarla nella matta del paese

«Signora Teresa, le conviene tornare a casa e farsi gli affari suoi.»

La voce dell’uomo in divisa non tremò nemmeno.

Era ferma.

Pulita.

Quasi gentile.

Ed era proprio quello a fare paura.

Teresa Morelli restò sul marciapiede con la borsa della spesa stretta al petto, le dita nodose piantate nella pelle finta come artigli.

Aveva sessantotto anni, le ginocchia che scricchiolavano ogni volta che saliva le scale, e una vita passata a non disturbare nessuno.

Ma quella mattina, in via dei Gelsi, aveva sentito una donna gridare.

Non un litigio.

Non un capriccio.

Non una di quelle scenate da televisione accesa troppo alta.

Un grido vero.

Di quelli che ti entrano nelle ossa e non escono più.

«Aiuto! Vi prego!»

Era arrivato dalla villetta gialla all’angolo, quella con le persiane verdi sempre chiuse e i gerani finti sul balconcino.

La casa dei Rinaldi.

Una famiglia rispettabile, dicevano tutti.

Cancello pulito.

Macchina sempre lucida.

Figlio laureato.

Messa la domenica.

Tovaglia stirata per il pranzo.

La bella figura fatta casa.

Teresa aveva lasciato cadere una mela dal sacchetto.

La mela era rotolata fino al tombino.

Lei non l’aveva raccolta.

Era rimasta immobile, con il cuore che le batteva in gola, mentre dalla casa arrivava un altro suono.

Un colpo secco.

Poi un pianto soffocato.

Aveva fatto due passi verso il cancello.

Solo due.

Poi la porta d’ingresso si era aperta.

Erano usciti due uomini in divisa.

Non correvano.

Non parlavano alla radio.

Non avevano la faccia di chi aveva appena aiutato qualcuno.

Avevano la calma di chi sa già come deve finire la storia.

Il più alto aveva i capelli grigi tagliati corti e una pancia dura sotto la giacca.

L’altro era più giovane, con gli occhi piccoli e una mascella serrata.

Si erano fermati davanti a Teresa come se fosse lei il problema.

«È successo qualcosa?» aveva chiesto lei.

Una domanda piccola.

Da vicina.

Da donna cresciuta con l’idea che, se senti gridare, almeno chiedi.

Il più giovane aveva sorriso senza sorridere.

«No, signora. Non è successo proprio niente.»

Teresa aveva guardato oltre le loro spalle.

La porta era rimasta socchiusa.

Dentro, buio.

Troppo buio per le dieci del mattino.

«Io ho sentito una donna chiedere aiuto.»

Il più alto aveva fatto un passo avanti.

Lento.

Misurato.

«Ha sentito male.»

«Non credo.»

«Alla sua età può capitare.»

Quella frase le bruciò più dello spavento.

Alla sua età.

Come se i suoi anni fossero una colpa.

Come se le rughe togliessero valore alle orecchie, agli occhi, alla coscienza.

Teresa alzò il mento.

Era vedova da dodici anni, ma non era mai stata una donna molle.

Aveva cresciuto due figli con uno stipendio da sarta e le mani sempre screpolate dal detersivo.

Aveva assistito suo marito fino all’ultimo respiro, cambiandogli le lenzuola senza mai lamentarsi.

Aveva visto morire i genitori, chiudere botteghe, partire nipoti, sparire i cortili pieni di bambini.

Una divisa non bastava a zittirla.

«Vorrei sapere se quella donna sta bene.»

Il più giovane smise di sorridere.

Si avvicinò abbastanza da farle sentire l’odore del dopobarba.

«Signora Teresa, lei abita qui da tanto, vero?»

Lei non rispose.

«Allora sa come funziona in paese. Chi si mette in mezzo, poi non dorme più tranquillo.»

Teresa sentì il sangue gelarsi.

Il più alto parlò piano.

Così piano che il rumore di un motorino in fondo alla via quasi coprì le parole.

«Vada a fare la spesa. Prepari il sugo. Chiami suo figlio. Faccia la nonna. Ma non torni davanti a questa casa.»

Teresa deglutì.

«Mi sta minacciando?»

L’uomo inclinò appena la testa.

«La sto aiutando a non rovinarsi la vecchiaia.»

Da dentro la villetta arrivò un singhiozzo.

Uno solo.

Debole.

Ma c’era.

Teresa lo sentì.

Lo sentirono anche loro.

Per un secondo nessuno si mosse.

Poi il più giovane chiuse la porta alle sue spalle.

Click.

Un rumore piccolo.

Definitivo.

«Buona giornata, signora.»

Teresa tornò indietro senza raccogliere la mela.

Camminò fino al panificio di piazza San Martino con le gambe che parevano di carta.

Dentro, il profumo del pane caldo era lo stesso di sempre.

Rosette.

Focaccia.

Biscotti secchi per gli anziani.

Il mondo continuava come se nulla fosse.

Come se una donna non avesse appena gridato dietro una porta.

Come se la paura di Teresa fosse una cosa ridicola, da lasciare fuori insieme all’ombrello.

«Teresa, che hai? Sei bianca come il muro.»

A parlare fu Nino il fornaio, settantadue anni e una pancia da uomo felice solo in apparenza.

Da ragazzo aveva corteggiato Teresa per due estati intere, portandole granite al limone durante la festa patronale.

Poi lei aveva scelto Antonio.

Nino non gliel’aveva mai rinfacciato.

Ma ogni volta che le dava il pane, aggiungeva sempre un panino in più.

«Ho sentito gridare una donna nella villetta dei Rinaldi.»

Nel negozio calò un silenzio strano.

C’erano tre persone in fila.

La signora Adele con il carrello.

Il ragioniere in pensione.

Una giovane mamma con il bambino nel passeggino.

Tutti abbassarono lo sguardo.

Nino non disse subito nulla.

Prese il sacchetto di carta.

Ci infilò due filoni.

Poi sussurrò:

«Forse è meglio che non ne parli qui.»

Teresa sentì un colpo nello stomaco.

«Nino, non era una televisione. Era una donna.»

«Lo so.»

Quelle due parole pesarono più di tutto.

Teresa lo fissò.

«Lo sai?»

Nino guardò verso la vetrina.

Fuori, la piazza sembrava una cartolina.

La fontanella.

Le panchine.

I vecchi sotto i tigli.

La chiesa con l’orologio fermo da anni sulle undici e venti.

«Prendi il pane e vai a casa» disse lui.

«Che cosa sai?»

Nino le mise il sacchetto in mano.

Le sue dita tremavano.

«So che in questo paese certi muri sono più spessi delle chiese.»

Teresa uscì dal panificio con il pane caldo contro il petto e una freddezza dentro che non aveva mai provato.

A casa chiuse la porta con due mandate.

Poi tre.

Guardò il telefono.

Il vecchio telefono fisso sul mobile, quello con il filo arrotolato.

Lo stesso da cui aveva chiamato l’ospedale la notte in cui Antonio non riusciva più a respirare.

Lo stesso da cui aveva ricevuto la notizia che suo figlio Marco aveva avuto un incidente in motorino, trent’anni prima.

Quel telefono aveva portato brutte notizie.

Ma anche aiuto.

Teresa compose il numero delle emergenze.

Poi si fermò.

Le mani le sudavano.

Se davvero quegli uomini erano collegati a qualcuno del posto?

Se la chiamata tornava indietro?

Se il suo nome finiva sulla bocca sbagliata?

La paura è una brutta bestia.

Ti fa sembrare prudenza anche la vigliaccheria.

Teresa rimase seduta in cucina fino a mezzogiorno, con il sugo che borbottava sul fuoco e la tovaglia a quadri già stesa.

Era domenica.

E la domenica, a casa Morelli, si mangiava insieme.

Sempre.

Anche quando c’erano state discussioni.

Anche quando i figli arrivavano di corsa, con i cellulari in mano e la testa altrove.

Anche quando nessuno aveva più voglia di fare finta.

Per Teresa il pranzo della domenica era l’ultima cosa rimasta in piedi.

Un rito.

Un altare domestico.

La pasta al forno, il pollo con le patate, il vino nella brocca, la frutta al centro.

La famiglia seduta.

La famiglia ancora famiglia.

Alle dodici e quaranta arrivò Marco, il figlio maggiore.

Cinquantadue anni, camicia ben stirata, macchina nuova presa a rate e quella faccia da uomo sempre preoccupato di sembrare arrivato.

Con lui c’era la moglie, Roberta, profumo forte e sorriso tirato.

Poi arrivò Laura, la figlia minore, quarantasette anni, separata, due figli grandi che ormai passavano la domenica altrove.

Laura entrò e guardò subito sua madre.

«Mamma, che succede?»

Teresa stava tagliando il pane, ma il coltello le batteva sul tagliere.

«Sedetevi.»

«Mamma?»

«Sedetevi, ho detto.»

Marco sbuffò.

«Non cominciamo con i drammi. Ho solo un’ora, poi devo passare da un cliente.»

Teresa posò il coltello.

«Stamattina ho sentito una donna urlare dalla casa dei Rinaldi.»

Roberta si irrigidì.

Marco alzò gli occhi al cielo.

«Oddio, mamma.»

«Non fare quella faccia.»

«Che faccia?»

«Quella di tuo padre quando pensava che io esagerassi.»

Laura si sedette piano.

«Che tipo di urlo?»

«Di aiuto.»

La cucina si fece muta.

Il sugo continuava a bollire.

Teresa raccontò tutto.

La villetta.

La porta.

I due uomini in divisa.

Le parole.

Il singhiozzo.

Il panificio.

Nino che sapeva.

Quando finì, Marco era rosso in viso.

Non di paura.

Di fastidio.

«Tu devi lasciar perdere.»

Teresa lo guardò come se non avesse capito.

«Come?»

«Mamma, per favore. Hai quasi settant’anni. Vivi sola. Non puoi metterti contro gente che non conosci.»

«Non conosco? I Rinaldi abitano qui da vent’anni.»

Roberta intervenne con quella voce dolce che usava quando voleva comandare senza sembrare cattiva.

«Teresa, magari era una lite familiare. Capita. Non possiamo sapere.»

«Una donna ha chiesto aiuto.»

Marco batté la mano sul tavolo.

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